26 aprile 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - TRUMP TAGLIA LE TASSEREPUBBLICA.ITMILANO - Il presidente americano Donald Trump alza il velo sull’attesa riforma fiscale annunciata diverse settimane fa
APPUNTI PER GAZZETTA - TRUMP TAGLIA LE TASSE
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MILANO - Il presidente americano Donald Trump alza il velo sull’attesa riforma fiscale annunciata diverse settimane fa. Il piatto forte sarà la riduzione al 15% della corporate tax, l’imposta pagata dalle imprese sul reddito prodotto, ma anche una riduzione delle aliquote per le persone fisiche. Per il segretario del Tesoro Steve Mnuchin il piano è "il più grande taglio delle tasse e la più ampia riforma fiscale della storia degli Stati Uniti". Trump propone una forte riduzione e semplificazione della tassazione sui redditi individuali, riducendo il numero delle fasce di reddito da sette a tre (10%, 25%, 35%) e raddoppiando le deduzioni fiscali. Zero tasse sui primi 24 mila dollari che una coppia guadagna. Le aliquote societarie saranno del 15% contro l’attuale 35% che è uno dei più elevati tra i paesi dell’Ocse anche se spesso il tasso effettivo è molto inferiore, a causa dei diversi sistemi di esenzione e di deduzione. "Si tratta di uno dei maggiori tagli alle imposte della storia", ha detto Mnuchin alla Casa Bianca, insistendo sul fatto che queste misure possono comportare "un tasso di crescita economica annuale del 3% o maggiore". Il piano delinea i principi di base che saranno dettagliati in seguito.
Il taglio, aveva spiegato ancora Mnuchin nel corso di un convegno organizzato da "The Hill", riguarderà soprattutto le piccole imprese. Mnuchin ribadisce poi: "Il presidente e io pensiamo fermamente che l’economia Usa raggiungerà un livello di crescita duraturo del 3%. Si tratta di un obiettivo realizzabile e la riforma fiscale è uno degli elementi fondamentali insieme alla alla riforme delle regolamentazioni finanziarie". Mnuchin ha anche lasciato intendere che la riforma non comprenderà le tasse sulle importazioni.
"Abbiamo un’opportunità, che capita una volta in una generazione, di fare qualcosa di davvero grande. Il presidente Trump ha fatto della riforma fiscale una priorità" ha poi detto Gary Cohn alla conferenza di presentazione. "Negli ultimi 25 anni, altri paesi hanno fortemente tagliato le aliquote fiscali alle aziende per attirare gli imprenditori. Questa riforma era necessaria da molto tempo".
Tasse sulle imprese: il confronto Ocse Year 2017 Unit Percentage Corporate income tax rate Corporate income tax rate Sub-central government corporate income tax rate Combined corporate income tax rate Country Targeted Australia Yes 30,00 .. 30,00 Austria No 25,00 .. 25,00 Belgium Yes i 33,00 .. 33,99 Canada 15,00 11,70 26,70 Chile i 25,00 .. 25,00 Czech Republic 19,00 .. 19,00 Denmark No 22,00 .. 22,00 Estonia 20,00 .. 20,00 Finland 20,00 .. 20,00 France Yes 34,43 .. 34,43 Germany No 15,83 14,35 30,18 Greece Yes 29,00 .. 29,00 Hungary No i 9,00 .. 9,00 Iceland Yes i 20,00 .. 20,00 Ireland 12,50 .. 12,50 Israel 24,00 0,00 24,00 Italy No 24,00 3,90 27,81 Japan Yes i 23,40 7,38 29,97 Korea 22,00 2,20 24,20 Latvia 15,00 .. 15,00 Luxembourg i 20,33 6,75 27,08 Mexico 30,00 .. 30,00 Netherlands i 25,00 .. 25,00 New Zealand No 28,00 .. 28,00 Norway Yes 24,00 .. 24,00 Poland i 15,00 .. 15,00 No i 19,00 .. 19,00 Portugal Yes i 28,00 1,50 29,50 Slovak Republic No i 21,00 .. 21,00 Slovenia 19,00 .. 19,00 Spain Yes 25,00 .. 25,00 Sweden No 22,00 .. 22,00 Switzerland i 8,50 14,45 21,15 Turkey i 20,00 .. 20,00 United Kingdom Yes 19,00 .. 19,00 United States 35,00 6,01 38,91
GIUSEPPE SARCINA SUL CORRIERE
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
WASHINGTON Gli annunci e la propaganda ora si devono misurare con i numeri. Donald Trump vuole più che dimezzare l’imposta sui redditi di impresa, portandola dal 35 al 15 per cento. Lo annuncerà oggi. Ma ieri sera fino a tardi i parlamentari del partito repubblicano si passavano di mano tabelle e proiezioni. La manovra fiscale del presidente colpisce l’immaginazione e la Borsa. Resta, però, una scommessa rischiosa, per l’impatto sul deficit e il debito degli Stati Uniti.
Il Segretario al Tesoro, il finanziere Steven Mnuchin, sostiene che la riduzione delle tasse avrebbe l’effetto di una frustata sulla crescita del Paese e il deficit iniziale del bilancio sarebbe poi ripagato dalle maggiori entrate fiscali. È il teorema della cosiddetta «curva di Laffer», dal nome dell’economista che nel 1974 disegnò un grafico a forma di campana su un tovagliolo del ristorante «Two Continents» di Washington, a beneficio di due giovani consiglieri dell’allora presidente Gerald Ford, Donald Rumsfeld e Dick Cheney.
«La rivoluzione fiscale» di Trump-Mnuchin, in realtà, è un vecchio strumento del repertorio di politica economica. Gli studi dimostrano che abbia funzionato una volta sola nella storia recente degli Usa: all’epoca di Ronald Reagan (1981-1989).
La riforma avrebbe effetto a partire dall’anno prossimo. Nel 2018 l’erario federale conta di incassare 492 miliardi di dollari dalla «corporate tax»: più di un quinto del gettito totale. Ridurre l’aliquota dal 35 al 15 per cento significa, nel concreto, rinunciare a 212 miliardi di incasso. Il deficit di bilancio per quello stesso anno è già molto pesante: 930 miliardi di dollari, pari al 4,6 per cento del Pil, il prodotto interno lordo.
Ancora qualche numero per chiudere l’equazione: Mnuchin confida nell’aumento di una crescita del Pil al 3 per cento per compensare la perdita tributaria. Nell’analisi diffusa la settimana scorsa il Fondo monetario ipotizza per gli Stati Uniti un incremento del Pil pari al 2,3 per cento nel 2017. La domanda chiave è semplice: è sufficiente una crescita dello 0,7 per cento nel 2018, cioè una ricchezza aggiuntiva lorda di 133 miliardi per colmare un buco nel bilancio pubblico di 212 miliardi? Evidentemente no. Ecco allora che la discussione in corso diventa politica.
Trump (e Mnuchin) in sostanza stanno chiedendo al Congresso di forzare i conti e di mettere in preventivo un aumento del deficit e quindi del debito pubblico per almeno tre-quattro anni, pur di rilanciare l’economia.
I repubblicani sono da sempre contrari a manovre che appesantiscono il budget. Ma la pressione di Trump è forte. Il taglio delle tasse è una delle promesse bandiera della sua campagna elettorale. Si vedrà nei prossimi giorni se lo stato d’animo del campo conservatore è quello del senatore repubblicano Orrin Hatch, l’ascoltato presidente della Commissione Finanze del Senato. Ieri Hatch ha dichiarato al New York Times : «Il Paese si deve rimettere in moto. E se la riduzione delle tasse può stimolare l’economia, ebbene non mi interessa quale sia l’impatto sul deficit. Ci possiamo convivere».
Giuseppe SarcinaPEZZO DELLA STAMPA DI STAMATTINA
Tassa unica al 15% per le imprese
La ricetta di Trump per la crescita Il presidente Usa convinto che favorirà i consumi e porterà il Pil al 3 per cento Timori per l’impennata del debito. Mnuchin rassicura: la riforma si pagherà da sola
Francesco Semprini
Abbattere la tassazione sulle imprese americane al 15% per accelerare la crescita, rilanciare i consumi, aumentare la base imponibile e in ultima istanza rimettere a posto i conti pubblici. È questo lo schema che Donald Trump ha in mente per fare «l’America grande di nuovo» sul fronte economico e industriale. Uno schema che non manca di sollevare obiezioni e preoccupazioni per il rischio di aggravare ulteriormente il già pronunciato indebitamento, pur di finanziare l’audace piano fiscale.L’ufficializzazione giungerà oggi con un annuncio con cui il Presidente intende tener fede alle promesse fatte in campagna elettorale. L’abbattimento della pressione fiscale è stato uno dei cavalli di battaglia, sul piano interno, dell’inquilino della Casa Bianca che più volte ha sottolineato come questo, unito a una semplificazione regolamentare e a una piano per le infrastrutture, siano gli strumenti in grado di «liberare» forze positive tenute prigioniere da un governo che «tartassa, complica e sperpera». L’obiettivo è creare una «flat tax», una tassa unica per tutte le aziende pari al 15%, rispetto all’attuale architettura tributaria che prevede aliquote sino al 38% a seconda della fascia di utile, da integrare con la tassazione statale e locale.
Secondo il Joint Committee on Taxation, ovvero il comitato tributi del Congresso, l’operazione causerà un ulteriore passivo di 2 mila miliardi di dollari di deficit di bilancio nei prossimi dieci anni. E su un disavanzo pubblico che complessivamente, sfiora i 20 mila miliardi, pari al 106% del Pil. Un buco che Trump è convinto di colmare con i benefici effetti che il taglio avrà sulla crescita in senso lato. Se le imprese non sono «tartassate» sono più redditizie, assumono e investono, accrescono produttività, salari e stipendi che a loro volta generano una spinta ai consumi, la componente che incide per oltre i due terzi sul Pil Usa. Grazie anche al contestuale taglio di aliquote per le persone fisiche, che Trump in campagna elettorale aveva promesso con un’abbattimento di quella massima dal 39,6% al 33%.
Questo permetterà di raggiungere la soglia obiettivo di crescita al 3% grazie a cui, secondo la Casa Bianca, sarà più facile sanare i conti pubblici, visto che la base imponibile si allarga e le entrate per il fisco crescono. È quello che nell’era di Ronald Reagan veniva chiamato: «Trickle-down», ovvero «teoria della goccia». L’obiezione che viene mossa è però che il taglio delle tasse da solo non è in grado di generare un aumento del Pil al 3%, ma al massimo potrebbe raddoppiarlo dall’1,6% del 2016.
«Non c’è nessuna manovra fiscale pura che si finanzia da sola», avverte Alan Cole, economista di Tax Foundation, osservatorio vicino alla destra. Di tutt’altro parere è Steven Mnuchin, secondo cui «la riforma si pagherà da sola con la crescita economica». Il segretario al Tesoro e il superconsigliere economico della Casa Bianca, Gary Cohn, erano ieri da Trump per un incontro con i leader del Gop al Congresso. Incassare il loro appoggio è cruciale, ma potrebbe non essere semplice perché uno «sforamento» oltremisura del debito ne minerebbe la credibilità, visto che proprio i repubblicani sono stati i protagonisti di una battaglia senza quartiere all’ex presidente Barack Obama proprio per l’inarrestabile aumento del debito pubblico americano.
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La mossa della Casa Bianca
per risollevare la classe media L’effetto degli sgravi deve premiare le fasce meno abbienti Ma il rischio è che come in passato ne beneficino solo i ricchi
Paolo Mastrolilli
Donald Trump si gioca la presidenza sulla riforma fiscale che presenta oggi, e in privato è lui stesso ad ammetterlo. La scommessa sta tutta negli effetti dei tagli: se beneficeranno solo i ricchi come lui, accusa ricorrente per il Gop, e non miglioreranno la vita degli elettori della classe media e bassa che lo hanno portato alla Casa Bianca, già l’anno prossimo il suo partito potrebbe pagarne il prezzo alle elezioni di «midterm».La storia della politica fiscale dei presidenti repubblicani è fatta di luci, e parecchie ombre. Quasi sempre, infatti, i loro governi sono stati seguiti da pesanti frenate dell’economia. Le amministrazioni degli anni Venti portarono alla Grande Depressione. Reagan tagliò le tasse e favorì la ripresa, anche se diversi analisti danno il merito della crescita soprattutto alle politiche della Federal Reserve, e accusano invece il presidente di aver gonfiato il debito. Di sicuro il suo vice e successore, George Bush padre, guidò l’America verso la recessione, che consentì a Bill Clinton di conquistare la Casa Bianca con lo slogan «It’s the economy, stupid». Il figlio aveva varato provvedimenti come l’Economic Growth and Tax Relief Reconciliation Act del 2001, e il Jobs and Growth Tax Relief Reconciliation Act del 2003, che Obama aveva poi reso in parte permanenti, ma alla fine del suo mandato era scoppiata la Grande Recessione.
Trump ha ereditato un’economia lenta, che però cresce, e una disoccupazione ai minimi storici. Ha vinto grazie agli elettori della classe media e bassa di Stati come Pennsylvania, Ohio, Michigan, Wisconsin, in molti casi ex colletti blu democratici che si sentivano penalizzati dalla globalizzazione, e ora puntano sulle sue promesse per ricostruire un modello di vita forse scomparso per sempre. La riforma fiscale di Trump fa poco per le loro tasse, nel senso che le riduzioni principali riguardano le imprese, ma il guru di Reagan, Arthur Laffer, la elogia perché secondo lui i benefici sgoccioleranno soprattutto verso la classe media e bassa. «Ridurre le imposte ad una persona che guadagna mille dollari al mese non serve molto; invece aiutare le aziende a creare posti di lavoro che pagano tre volte tanto cambia la vita». Negli anni Ottanta, quando Bush padre aveva sfidato Reagan nelle primarie, aveva definito questa teoria come «voodoo economics», ma poi era stato costretto ad abbracciarla quando Ronald lo aveva scelto come vice. Secondo l’economista liberal Paul Krugman, «quella di Trump è una nuova versione della voodoo economics, e anche questa volta fallirà». Laffer invece risponde che la crescita esploderà, favorendo la creazione di buoni posti di lavoro che pagano bene, mentre le aziende smetteranno di cercare le scappatoie più sofisticate per evadare le tasse, consentendo così al governo di pagare le riduzioni fiscali. Tutto questo dovrebbe far sgocciolare i benefici della riforma nelle tasche dei lavoratori della Pennsylvania, l’Ohio, il Michigan, garantendo ai repubblicani di conservare la maggioranza in Congresso nel 2018, e a Trump di restare alla Casa Bianca nel 2020.
Se il problema di soddisfare le esigenze della base elettorale del presidente verrà davvero risolto con questa strategia, una seconda questione riguarda le potenziali resistenze all’interno del suo stesso partito, che hanno già affondato la riforma sanitaria. I repubblicani più conservatori del Tea Party o del Freedom Caucus amano la «responsabilità fiscale» e vogliono ridurre il debito. Perciò chiedono una riforma «revenue neutral», che non allarghi il buco nei conti dello Stato. Durante il suo recente intervento alla Trilateral il ministro del Tesoro Mnuchin ha promesso che lo sarà, perché «noi crediamo nel dynamic scoring», ossia il fatto che l’impulso dato alla crescita compenserà la riduzione delle entrate dovuta al taglio della tasse. Per garantire la copertura potrebbe servire poi una «border adjustment tax», cioè una specie di Iva da imporre sulle merci importate. Se questo non convincerà i repubblicani più conservatori, però, Trump rischierà una nuova rivolta, e se la classe media e bassa non sentirà nel portafoglio il vantaggio di averlo eletto, potrebbe abbandonarlo.
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