Avvenire, 26 aprile 2017
Le app, nuove frontiere della psicologia
C’è un mondo variegato là fuori. La gamma di offerte in ambito clinico e psicoterapeutico è vasta, poiché da anni si sta articolando in una serie di nuovi servizi sempre più al passo con i tempi. D’altro canto siamo nell’epoca della telemedicina e della tecnologia in ambito sanitario, proprio perché la vita e la salute delle persone sono sottoposte a un’organizzazione intensa anche in termini di tempi, costi e possibili canali di cura. I riflettori mediatici recentemente si sono appuntati su Sibly, startup di coaching per il benessere mentale nata negli Stati Uniti: l’applicazione, attraverso un sistema di messaggistica, assegna alle persone un team di assistenza e supporto 24/7 per cercare di sostenerne la buona salute emotiva. Si tratta di una strategia di ascolto e colloquio, strutturata per realizzare interventi mirati al raggiungimento di un obiettivo specifico. Il flusso comincia con la “simulazione” di una conversazione insieme a un computer per un indirizzamento iniziale. Successivamente, a ogni persona viene assegnato un gruppo di coach anonimi (non psicologi) che risponde in genere in meno di tre minuti, fino a una durata massima di circa due ore al giorno.
Ma Sibly non è la prima app nell’ambito del benessere mentale, spiega Gianluca Castelnuovo, docente di psicologia clinica alla Cattolica di Milano: «Parlando di app in campo psicologico, è importante dare a queste tecnologie il giusto ruolo. Spesso si tende infatti a commettere un errore di valutazione, a causa di alcuni stereotipi, pensando che ogni contatto telematico fra un tutor e un cliente possa essere psicoterapia o psicoanalisi. La potenza della psicoterapia passa attraverso la relazione, il contatto, anche a partire da gesti, silenzi, spazi, sguardi e strette di mano. Per questa ragione la psicoterapia ha la necessità di utilizzare un setting specifico, ma nel corso del tempo è accaduto che in alcune situazioni, come ad esempio la psicoterapia ospeda-liera, si dovessero effettuare interventi brevi per poi interrompere il contatto tradizionale e proseguire con monitoraggi a distanza, anche avvalendosi delle nuove tecnologie».
“Monitoraggio” è la parola chiave di questi interventi per il supporto motivazionale. Non un lavoro sanitario portato avanti da specialisti, quindi, in quanto non viene curato un disturbo, ma solo gestito lo stress in un momento critico, senza che vi sia necessariamente manifestazione di psicopatologie: «Queste app – continua Castelnuovo – non sostituiscono le terapie tradizionali, ma operano un limitato pronto soccorso psicologico motivazionale. È importante, a mio avviso, creare un senso di continuità con l’utente, perché la tecnologia simula la presenza, ma il trattamento clinico non può essere sostituito da un mezzo, pur sofisticato. In fondo, è molto più facile inviare un’astronave sulla luna che capire la psiche umana. Se parliamo di mezzi e non di contenuti, questi strumenti sono comunque sistemi utili per dare una prima risposta a un bisogno di base e come professionisti dobbiamo utilizzarli senza paura, offrendo suggerimenti agli sviluppatori, tenendo bene a mente che le problematiche reali si curano da altre parti, ma ci si può avvalere comunque della tecnologia. Io faccio spesso l’esempio del cerotto: può essere messo da tutti, non necessariamente sanitari, ma a volte la ferita si complica e va coinvolto uno specialista: in questi casi la linea di demarcazione fra attività clinica e non clinica risulta necessaria. Per questa ragione credo che da parte di queste app ci sia lo spazio per un supporto minimo, anche preventivo, e un indirizzamento iniziale dell’utente che eviti il complicarsi di certe situazioni». Per Claudio Bosio, preside della facoltà di Psicologia della Cattolica, «queste nuove frontiere sono tutte esperienze in costruzione. È possibile si sviluppino in direzioni interessanti, ma non sostitutive di altri approcci storicamente più collaudati e finalizzati ad operare più in profondità (fatto rimarcato anche da Sibly, ndr). Stiamo andando verso una articolazione sempre più ampia dell’offerta di aiuto ed occorre saper cogliere la specificità di ciascun approccio. Questi nuovi approcci, inoltre, sono figli del nostro tempo e sono anche una risposta ai nuovi contesti di lavoro, alla mobilità sociale, alla domanda di avere una connessione immediata con qualcuno che si occupi di noi: possono rappresentare una opportunità ma anche un rischio di banalizzazione per l’intervento psicoterapeutico. Dipenderà da noi, dagli addetti ai lavori».
Per questa ragione Sibly è proposto anche come servizio per le aziende, per superare insicurezza, preoccupazioni, momenti di stress e ritrovare il conforto e l’empatia necessarie per affrontare al meglio le proprie ansie, paure, mansioni. Lo spiega bene Mohammed Alkadi, fondatore e ceo del servizio: «L’idea mi è venuta in un momento in cui ero stressato e sentivo il bisogno di parlare con qualcuno. All’inizio ho immaginato una sorta di auricolare come quello del film Her, grazie al quale si potesse dialogare con un’intelligenza artificiale capace di riconoscere le emozioni. Poi ho iniziato a parlare di questa idea e incontrato persone seguite da un terapeuta. Quello che mi hanno detto è che trovano la terapia utile, perché possono parlare con un altro essere umano che può capire quello che stanno passando. Ero scoraggiato perché sapevo che avere una IA che può parlare come un essere umano è ancora troppo avanti nel futuro, e che l’empatia è una delle ultime cose che si può automatizzare. Dopodiché mi sono detto: perché non farlo con gli esseri umani?». Per realizzare l’applicazione Alkadi si è avvalso del supporto di psicologi: «Il mio co-fondatore, la dottoressa Paula Wilbourne, non è solo una grande psicologa, ma ha costruito e condotto programmi nel VA Medical Center di Palo Alto, uno dei più grandi sistemi di assistenza sanitaria degli Stati Uniti. In ogni caso Sibly non è ancora un servizio medico. Abbiamo utenti che vedono un terapeuta e trovano in Sibly un ottimo complemento, altri che utilizzano solo Sibly e per loro è sufficiente».
La conclusione di Bosio è quella che più si avvicina a un approccio moderno ma cauto, attento alle novità, ma con il giusto equilibrio: «Non vanno demonizzati questi metodi – spiega – ma è necessario fare chiarezza per evitare scorrettezze. Per la psicologia queste sono opportunità, non insidie», ma vanno affrontate con consapevolezza e competenza.