La Gazzetta dello Sport, 26 aprile 2017
L’addio a Michele Scarponi, l’ultima tappa con settemila cuori
Non siamo al Giau e nemmeno al Mortirolo, è lontano pure il Colle d’Agnello. Eppure quest’ultimo chilometro sembra proprio una tappa che scuote la classifica, per la gente che aspetta ai bordi della strada, che applaude, che vuole dire qualcosa a chi passa. Filottrano diventa per un giorno un grande stadio del ciclismo per salutare il suo Michele Scarponi.
Non basta quello in cui si svolge la cerimonia religiosa, ce n’è un altro che nasce all’improvviso, inventato dalla strada come si fa nel ciclismo: un viaggio collettivo di settemila persone verso il cimitero che accompagna fino all’ultimo la bara del corridore morto sabato scorso a tre chilometri da qui. Nella folla, quella del primo stadio e del secondo, ci sono campioni del mondo, gregari, tanti ex, ragazzini appena saliti in bicicletta, campioni conterranei come Roberto Mancini. C’è Peter Sagan, il campione del mondo. C’è Vincenzo Nibali, c’è Fabio Aru, c’è Paolo Bettini, c’è Gilberto Simoni, c’è Ivan Basso. Che cos’è, una fuga alla Liegi o al Fiandre?
I COMPAGNI E I GEMELLINI In ogni caso, lo dice Davide Cassani prendendo la parola quando viene il momento delle testimonianze, c’è un capitano. Il c.t lo chiama così in ogni passaggio del suo discorso prima di consegnargli la maglia azzurra, «che non è un regalo», ponendola sul feretro. Il feretro portato a spalla dai suoi compagni dell’Astana, preceduto dalla grande corona di fiori con la maglia, portata da Fabio Aru, Dario Cataldo e Paolo Tiralongo. Prima che anche i gemellini, Giacomo e Tommaso, accompagnati dalla moglie Anna, salutino il loro papà. E che cominci la funzione religiosa, celebrata dal cardinale Edoardo Menichelli, che da una pagina dal Vangelo trova lo spunto per parlare di un capitano speciale, «capace di primeggiare non per essere il primo, ma per la squadra, il compagno, l’amico».
COME MERCKX Anche allo stadio, quella pedana che porta verso l’altare somiglia a una cronometro che parte. Come quella di Lisbona, citata da Cassani, mondiale juniores del 2001, ottavo posto, una delle prime puntate di una storia che si farà grande: l’Aprica con Nibali e Basso, la vittoria alla Tirreno-Adriatico 2009, il Giro del 2011, e quello di un anno fa, il capolavoro di generosità che spinse Nibali verso la vittoria rosa. «La gente non lo sa che essere gregario è un privilegio», dice ancora Cassani. Che si rivolge al corridore come se fosse ancora aggrappato alla portiera della sua auto, a parlare di Mondiali, di Giro, di una carriera che non si vuole chiudere. «Abbiamo perso uno della nostra famiglia, forse il migliore. Tu sei e sarai sempre il nostro capitano». In qualche modo arriva pure Eddy Merckx perché nelle parole di Cassani c’è il racconto di una telefonata di condoglianze. «Tu non hai vinto come lui, ma per attaccamento al lavoro e alla famiglia, per generosità, sei stato come Eddy Merckx».
UNA GRANDE STORIA Pure Marco va al microfono per ricordare suo fratello Michele. Per lui e per i suoi familiari, la tappa è tremila volte più dura di un colle. Si aiuta con un articolo pubblicato su un giornale locale, parla di ciclismo, quello grande, quell’invisibile un per cento che «si trasferisce dalle gambe agli occhi e si chiama Storia, Storia con la s maiuscolo, perché non siete di fronte alla storia di un uomo, ma a una lunga inarrestabile storia collettiva, che ci fa innamorare del ciclismo». Ma ci porta anche dentro un’altra vicenda, quella della famiglia Scarponi e della sua storia, una storia contadina. «Negli occhi di mio fratello c’è un canto di sofferenza e giustizia... Ci sono gambe che si sono nutrite di catechismo, di carnevali, feste dell’uva e merende nella scuola elementare di Sant’Ignazio». Anche il sindaco Lauretta Giulioni all’inizio aveva provato ad andare dietro al suo capitano, «il ragazzo che ci ha fatto sognare ha portato in tutto il mondo il nome di Filottrano». Parlano anche gli amici, il fan club.
COMPAGNO E FRATELLO Quando i discorsi finiscono e si attacca quel famoso ultimo chilometro, Vincenzo Nibali prende in braccio sua figlia. Poi dice che «potremmo stare tutto il giorno a parlare di Michele, un fratello più di un compagno di squadra». La maglia rosa uscente non vuole parlare di un solo ricordo del compagno di squadra di un Giro fa. «È riduttivo». Poi si prova a guardare avanti, a un segnale che possa ricordare Scarponi nel Giro che comincia da Alghero. «Tutti noi vogliamo regalare qualcosa di importante a Michele Scarponi durante questo Giro. Tutti, non solo io». Ivan Basso non riesce invece a parlare perché «ci troviamo in mezzo a un dolore troppo grande». Mauro Vegnj, il direttore del Giro d’Italia, fatica a non piangere. Damiano Cunego racconta che all’inizio, quando ha appreso la notizia, «ha pensato a uno scherzo dei suoi e invece era tutto vero». Renato Di Rocco, il presidente federale presente con il segretario generale del Coni Roberto Fabbricini, spiega che «la qualità dell’uomo è testimoniata dalla quantità delle persone che sono qui».
Intanto l’ultimo chilometro continua a riempirsi di applausi e di affetto. La storia «contadina» di cui parla Marco si alza ancora una volta sui pedali. Una storia in cui certi capitani non finiscono mai.