Il Sole 24 Ore, 26 aprile 2017
Arnault conquista Christian Dior
Évènement important e, in inglese, con enfasi ancora maggiore, important milestone, pietra miliare. Così Bernard Arnault ha definito l’operazione annunciata ieri a Parigi a mercati ancora chiusi. Parliamo di un uomo dei record: oltre a essere il più ricco di Francia è il fondatore di Lvmh, il maggior gruppo del lusso al mondo (37,6 miliardi il fatturato 2016). L’operazione coinvolge la holding della famiglia Arnault e le società Christian Dior e Lvmh, acronimo di Louis Vuitton Moët Hennessy, dal nome di due tra i principali brand del vastissimo portafoglio del gruppo.
Annunciata come «strategia in due mosse per semplificare le strutture societarie di Christian Dior e Lvmh», l’operazione potrebbe essere illustrata usando delle (lussuose) matrioske: Lvmh acquisterà la società Christian Dior Couture, controllata al 100% dalla holding Christian Dior SA, per 6,5 miliardi di euro. In parallelo, la holding della famiglia Arnault, che controlla il 74% di Christian Dior SA, lancerà un’opa (offerta pubblica di acquisto) sul restante 26% delle azioni disponibili sul mercato. Questi i termini dell’opa: 172 euro per ogni azione Christian Dior SA, per un totale di circa 8 miliardi, più 0,192 azioni Hermès International. Sommando la parte in contanti con quella in titoli si arriva a 260 euro per ogni azione Dior. Valore complessivo: 12,5 miliardi circa.
Cosa c’entra Hermès? Nel 2010, con un’operazione che si trasformò in una guerra legale conclusa nel 2014 dopo cinque processi (due promossi da Lvmh e tre da Hermès), Bernard Arnault aveva iniziato una scalata (bollata come ostile) agli eterni rivali nell’arena del lusso globale, arrivando a detenere il 23,5% del capitale di Hermès, tra quote personali e intestate a Lvmh e – ça va sans dire – a Christian Dior SA. L’accordo raggiunto nel 2014 impegna la holding della famiglia Arnault, Lvmh e Dior a non acquistare azioni Hermès fino al 2019. Accordo più che rispettato, potremmo dire.
L’obiettivo della prima parte dell’operazione, quella da 6,5 miliardi che incorpora in Lvmh la Christian Dior Couture e che equivale a un multiplo di 15,6 volte l’ebitda dell’esercizio 2016-2017, terminato al 31 marzo, è di «valorizzare ulteriormente la maison», ha spiegato durante una conference call il direttore finanziario di Lvmh, Jean-Jacques Guiony. Il gruppo deteneva già la divisione profumi della storica maison fondata nel 1946 da monsieur Christian Dior, scomparso nel 1957. Una divisione strategica: lo stilista lanciò il suo primo profumo nel 1947 e da allora ne sono stati creati oltre quaranta. Ma altrettanto importante è la parte Couture, che comprende le collezioni di abbigliamento, accessori, gioielli e di alta moda e che rappresenta inoltre un forte legame con l’Italia: dal 2016 direttore creativo è Maria Grazia Chiuri (ex Valentino), prima donna a ricoprire tale ruolo in Christian Dior, mentre il primo italiano fu Gianfranco Ferré, dal 1989 al 1996.
Nella valorizzazione di cui ha parlato il cfo di Lvmh crede senz’altro la Borsa: il titolo ha chiuso a 252 euro (+11,09%), quello di Hermès a 440,75 euro (-4,51%).
Dior è già oggi uno dei più importanti marchi del lusso al mondo e negli ultimi cinque anni le vendite sono praticamente raddoppiate, arrivando a 2 miliardi di euro, con un ebitda di 418 milioni e un risultato operativo di 270 milioni. Le vendite delle prime collezioni di pret-à-porter e haute couture firmate da Maria Grazia Chiuri sono in crescita a doppia cifra e si continua a investire nel retail.
È di settimana scorsa l’apertura di un megastore a Ginza, il distretto dello shopping di lusso di Tokyo, che porta il network di negozi a gestione diretta a quota 200. Molto positive le reazioni degli analisti, che, si dice a Parigi, aspettavano una semplificazione del complesso intreccio Dior-Lvmh-famiglia Arnault da vent’anni o forse più. Bloomberg ha definito Arnault “the king of bling” (letteralmente, ma è un peccato tradurre, “il re del luccichio”) e lo ha elogiato per aver scelto di investire miliardi in ciò che in parte possedeva già, «piuttosto che puntare a M&A esterne». Nei mesi scorsi si era parlato di un possibile interesse per Tiffany, Burberry o Michael Kors e da anni si favoleggia di un’acquisizione della Giorgio Armani. Sempre secondo Bloomberg, i pochi investitori che non appartengono alla famiglia Arnault «non dovrebbero lamentarsi dell’alto prezzo pagato per Dior», anche perché dall’operazione a uscire indebolita è forse Hermès. Exane Bnp Paribas ripete da qualche tempo che la maison non ha più ampi margini di crescita: al momento le azioni vengono scambiate a 37 volte il valore degli utili attesi, mentre la media del settore è circa del 20 e Lvmh è a 23. Delusi potrebbero essere anche gruppi come i citati Tiffany e Burberry, che può darsi sperassero in un provvidenziale interento di Arnault, guardando a operazioni degli anni scorsi come l’acquisto di Bulgari (pagata 4,3 miliardi nel 2011) o Loro Piana (nel 2013 Lvmh acquisì l’80% della storica azienda italiana per 2 miliardi).
Il 2017 è iniziato bene per il gruppo fondato da Arnault (si veda anche Il Sole24Ore dell’11 aprile): i ricavi del primo trimestre sono arrivati a 9,88 miliardi (+15% a cambi correnti e +13% a cambi costanti). La crescita è stata uniforme a tutte le divisioni (per un totale di 70marchi di abbigliamento, accessori, gioielli, orologi, catene di distribuzione, vini e liquori) e superiore all’8% previsto dagli analisti.
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Le nuove sfide di Jab dopo Jimmy Choo
Quante (troppe) volte abbiamo sentito dire che all’Italia manca un polo del lusso e che su questo terreno stravincono i francesi, grazie a Lvmh e Kering, che hanno chiuso il 2016 con ricavi, rispettivamente, a 37,6 e 12,3 miliardi, grazie a portafogli di settanta marchi per il primo e venti per il secondo.
Nel nostro Paese l’unico vero tentativo di creare un gruppo del lusso fu quello di Patrizio Bertelli: partendo da Prada e Miu Miu, a cavallo degli anni 90 e duemila, egli costruì una galassia di cui a un certo punto facevano parte Jil Sander ed Helmut Lang (poi rivenduti) e puntò anche alla scalata di Gucci. Oggi il portafoglio comprende Car Shoe e Church’s, ma l’ultima acquisizione di rilievo è quella della pasticceria Marchesi: poco a che fare con la moda.
La decisione annunciata lunedì da Jab (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) di vendere la sua quota di maggioranza (67,7%) di Jimmy Choo, tra i più famosi brand di scarpe di lusso al mondo, spinge ad alcune riflessioni. Anche perché Jab ha aggiunto di voler uscire pure da Bally (abbigliamento e accessori di alta gamma) e da Belstaff, storico marchio di casualwear di lusso acquisito nel 2010 dalla famiglia Malenotti – si disse per 110 milioni – tramite il fondo Labelux, poi confluito, nel 2014, in Jab. Di altri marchi comprati negli anni scorsi (Derek Lam, Zagliani e Solange Azagury-Partridge per i gioielli), Jab si è già disfatta. La holding, che fa capo alla famiglia tedesca Reimann, tra le più ricche di Germania, controlla però saldamente il colosso della cosmetica Coty (che nel solo 2016 ha comprato 41 marchi di beauty da Procter&Gamble) e Reckitt Beckinser, attiva nel largo consumo con brand come Vanish, Scholl, Nurofen e in procinto di completare l’acquisizone del marchio americano di latte in polvere Mead Jonhson. Poi c’è il caffè: Jab possiede la catena di caffetterie svedesi Espresso House, la danese Baresso, Jacobs Douwe Egberts e Keurig Green Mountain, molto forti negli Stati Uniti, e ha offerto 7,5 miliardi di dollari per comprare la catena americana Panera Bread, ricordava oggi un lungo articolo del quotidiano Wwd.
«Così tante scarpe e solo due piedi», diceva Sarah Jessica Parker alias Carrie Bradshaw nella serie tv Sex and the City, parlando di Jimmy Choo e Manolo Blahnik. «Così tante scarpe e solo il 2% di crescita», potrebbero dire oggi i vertici di Jab: nel 2014 i ricaviJimmy Choo erano saliti del 12%. Nel 2016 di dieci punti in meno e l’utile è calato del 20% a 15,4 milioni di sterline. Decisamente meglio il business del caffè, con ricavi e utili in crescita a doppia cifra, e dei profumi: il 2 maggio Coty annuncerà i risultati del primo trimestre fiscale e gli analisti stimano un raddoppio del fatturato da 950 milioni dello stesso periodo dell’esercizio precedente a circa 2 miliardi di dollari.
Anche in Italia c’è chi ha dovuto rivedere le aspettative sul lusso: parliamo di Silvio Scaglia e della sua holding lussemburghese Sms Finance. Nel 2015, si legge nei documenti depositati nel Granducato e consultati da RadiocorPlus, Pacific Capital, la controllata che si occupa degli investimenti finanziari, ha avuto una performance positiva mentre la Pacific Global Management (Pgm), filiale che opera nel fashion e possiede il marchio di lingerie di lusso La Perla e l’agenzia di modelle Elite, ha segnato una perdita consolidata di 39,8 milioni. Acquistare un marchio del lusso non è difficile (la crisi iniziata nel 2008 ha fatto le sue vittime anche nell’alto di gamma, specie tra le Pmi). Rilanciarlo è un’altra storia. Ci vogliono, in grande quantità, investimenti, tempo e pazienza. Come ha dimostrato negli anni Lvmh, che ha però spalle larghissime. Come quelle di Jab, si potrebbe dire: ma al gigante tedesco, secondo analisti e operatori, manca un’autentica passione per l’alto di gamma e la necessaria visione di medio-lungo periodo.
Gli investitori di altri settori guardano al Roic e agli indici di redditività dei grandi player del lusso e pensano che siano alla loro portata, grazie a un dispendioso cherry picking, ha detto a Wwd Luca Solca di Exane. «Salvo accorgersi che c’è una ragione se quei grandi player hanno lasciato alcune “ciliegie”, solo apparentemente appetibili, ad altri».