La Stampa, 26 aprile 2017
Quel no che cambiò gli Usa. Il coraggio di Ali e il peso della sua eredità
Oggi che il rifiuto è una frase sopra le magliette vintage «I vietcong non mi hanno mai chiamato negro», sembra una presa di posizione ovvia, un urlo dal passato che è difficile mettere in questione, uno slogan perfetto. Ma 50 anni fa era solo uno scandalo.
Il 28 aprile del 1967 Muhammad Ali ha ascoltato l’esercito dire il suo nome e non ha risposto. Glielo hanno ripetuto tre volte, l’ultima con esplicite minacce «rischia la galera», ma lui non si è mosso. Era abituato a combattere, solo che forse non era preparato alla battaglia che aveva davanti, secondo molti quella in cui ha più lasciato il segno.
Con il no ha dato una faccia, delle motivazioni, dell’orgoglio agli obiettori di coscienza, ha cambiato il concetto della lotta per i propri diritti, ha dato una voce a chi non era poi così convinto di avere il permesso di protestare. Visto oggi, nei film, nei documentari che mescolano i suoi discorsi sfacciati alle udienze d’epoca, lui sembra comunque l’uomo famoso che può reggere l’urto. Era un ragazzo di 25 anni, nel meglio della carriera, era indiscutibilmente il più forte e non avrebbe più potuto salire su un ring, stava per perdere i titoli, un pezzo della propria identità, i risultati per cui aveva lavorato, stava per diventare il centro di ogni polemica e nessuno è preparato per quell’attenzione ossessiva. E poi lui non schivava, incassava e in quegli anni gli hanno tirato diversi colpi bassi.
Il discorso di Obama
A noi arriva chiara l’eredità, però forse si è sbiadito il coraggio. Quando il campione è morto, l’anno scorso, l’allora presidente degli Stati Uniti Obama gli ha tributato un cambio di mentalità: «Ci ha abituato all’America come la consideriamo oggi», un grande omaggio eppure ancora la sensazione che si trattasse di uno fuori dal comune e quindi anche libero di reagire contro ogni convenzione. Con le spalle larghe, il nome popolare, il talento intatto, ma in quel giorno del 1967 Ali era un pugile stanco. E braccato.
Ci è voluto più della sua forza, ci è voluto il tempo. Lì per lì si è scatenato il caos. Gli anchormen più famosi gli dedicavano tirate acide in orari di massimo ascolto. David Susskind, pioniere del talk show, lo chiamava «disgrazia». Jackie Robinson, il primo nero della major league di baseball, lo contestava: «Insulta gli afroamericani che si sono arruolati». Ali è stato condannato in prima istanza a 5 anni, è rimasto fuori su cauzione in attesa dell’appello. Fermo in attesa della riabilitazione. Un limbo che non diventa più sopportabile solo perché qualcuno ti considera un mito. Solo perché ogni tanto la gente si ricorda di te. Di successi che all’improvviso sono pura memoria. Era dolore vivo, non militanza.
Un bersaglio
La copertina di Esquire ha fatto scalpore proprio perché lo ritrae in difficoltà: in quegli scatti d’autore Ali appare per quello che era in quegli anni. Non uno spaccone pronto a fare a pugni con il mondo ma un bersaglio sanguinante. L’immagine restituisce lo stato d’animo di un uomo convinto di essere il più grande ma non per questo allenato a essere eroe.
Il caso è arrivato alla corte suprema e anche lì è finita in pareggio e solo grazie a un’insperata e imprevedibile scossa di buon senso la pratica è stata archiviata. L’accusa è caduta, il verdetto è stato ribaltato il 28 giugno 1971. Ali si è rimesso i guantoni, avrebbe vinto incontri leggendari ma non sarebbe mai più stato quello di prima. Neanche l’America e probabilmente neanche noi.