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 2017  aprile 26 Mercoledì calendario

Calvino: cari romanzieri non fate i giornalisti

«Smetti subito di fare il giornalista, mestiere incompatibile con quello dello scrittore», intimava nel ’53 Italo Calvino con una lettera indirizzata a Raffaello Brignetti, che si divideva equamente tra le due attività. «O meglio», aggiungeva forse pensando a Dino Buzzati, e trascurando le proprie collaborazioni con l’Unità e Rinascita, «in un giornale si può anche lavorare, ma a patto di non scriverci», perché il giornalismo è sì «un mestiere di enorme importanza sociale», ma «non può essere coltivato a fianco della letteratura, perché non puoi nello stesso tempo usare lo stesso strumento: il linguaggio, la scrittura, in due modi completamente diversi».
Allievo di Pavese
Oggi un discorso del genere può suonare alquanto bizzarro, considerata la geografia dell’industria editoriale, ma una sessantina d’anni fa il giovane redattore della Einaudi non era una voce nel deserto. Non sappiamo come la prese Brignetti (resta uno scrittore forse ormai poco letto, però da riscoprire nel canone del secondo Novecento), certo Calvino non ebbe modo di cambiare opinione, né allora né mai. La sua idea di letteratura accettava quella di lavorare ed essere pagati per un lavoro intellettuale, ma voleva tra i due aspetti una netta separazione. Lo sottolinea Alberto Cadioli nella nuova edizione di Letterati editori (Il Saggiatore), ampliata rispetto alle precedenti in particolare nei saggi dedicati all’autore di Palomar, collaboratore dell’Einaudi dal ’47 – era l’allievo prediletto di Cesare Pavese –, assunto nel ’50 all’ufficio stampa e dal ’56 all’83 consulente fisso e autorevolissimo.
Il suo lungo impegno fu, nella nuova lettura che ne dà lo studioso (professore di Letteratura italiana alla Statale di Milano, dove insegna anche Filologia dei testi a stampa, indirizzo che ha molto a che fare con questo tipo di indagini), una sorta di «scuola di scrittura creativa» continua anche se mai esplicitamente dichiarata, a beneficio degli autori Einaudi, grandi e meno grandi, ma anche degli aspiranti sfortunati, quelli a cui Pavese sbatteva ogni tanto, rumorosamente, la porta in faccia e ai quali Calvino, invece, scriveva lunghe lettere di rifiuto sì, ma anche di consigli tecnici e critici, vere e proprie recensioni. Fare dell’editoria una sorta di magistero può suonare come una contraddizione, dato il risvolto pur sempre commerciale dell’impresa, pena il fallimento – che l’Einaudi ha pur conosciuto nella sua lunga storia. Ma anche una fiera scommessa.
«Io, come molti della mia generazione, ho una possibilità in più d’aver rapporti col prossimo», leggiamo in una lettera, per l’appunto, spedita a un aspirante scrittore, «oltre a quella dell’autore (che si può realizzare solo attraverso le opere) e quella dell’individuo (che si realizza nel tran-tran della vita quotidiana): cioè sono uno che lavora (oltre che ai propri libri) a far sì che la cultura del suo tempo abbia un volto piuttosto che un altro». E a parte l’uso corretto del «piuttosto che» (siamo nel ’64, oggi può apparire a molti come un reperto archeologico), la mitica chiarezza di Calvino è qui dispiegata al meglio. C’è un’idea dell’intellettuale, anzi proprio del letterato, come condizione essenziale per l’esistenza di una casa editrice di cultura: ma senza trascurare, e questa pare un progetto da vero equilibrista, il mercato.
L’utilità della polemica
Non va dimenticato che Calvino era all’ufficio stampa, dunque doveva «vendere» i libri sui media. E lo faceva scrivendo le quarte di copertina, ma anche organizzando o cercando di organizzare disinvolte campagne di stampa. Le tracce di questa attività – sarebbe interessante esplorarle in modo sistematico – sono nelle due raccolte di corrispondenza editoriale, e cioè I libri degli altri e le Lettere 1940-1985 a cura di Luca Baranelli, entrambi pubblicati da Einaudi. Cadioli ne scova una molto interessante del ’64, che dimostra come Calvino avesse ben presente già allora la direzione che avrebbe preso il mercato. È indirizzata a Carlo Muscetta, gran polemista e allora comunista piuttosto dottrinario, e riguarda un libro, Il vento nell’oliveto del dimenticato Fortunato Seminara, che aveva diviso l’ambiente einaudiano.
«C’è chi lo sfoglia e dice: Oh bravi! Abbiamo pubblicato il libro d’un cattolico conservatore piccolo proprietario», scrive Calvino. «Io gli dico: ma no, non è così. La maggioranza dei colleghi però è del mio avviso, ma pare che un esponente del latifondismo, letto il libro, si sia dichiarato entusiasta...». Grossi guai in vista con la sinistra? Neanche per sogno: «Perciò ci è venuta l’idea di sfruttare la cosa e di mobilitare la stampa di destra e di sinistra, a dar pareri sul libro, possibilmente difendendolo da punti di vista contrari, e vedendo di farne uscire una polemica». Con congruo anticipo, Calvino aveva centrato la parola magica dell’intrattenimento culturale a venire. Quanto ai giornalisti, hanno (abbiamo) continuato imperterriti a scrivere romanzi. Il Barone rampante non ce ne vorrà. I lettori, speriamo in bene.