La Stampa, 26 aprile 2017
La mossa della Casa Bianca per risollevare la classe media
Donald Trump si gioca la presidenza sulla riforma fiscale che presenta oggi, e in privato è lui stesso ad ammetterlo. La scommessa sta tutta negli effetti dei tagli: se beneficeranno solo i ricchi come lui, accusa ricorrente per il Gop, e non miglioreranno la vita degli elettori della classe media e bassa che lo hanno portato alla Casa Bianca, già l’anno prossimo il suo partito potrebbe pagarne il prezzo alle elezioni di «midterm».
La storia della politica fiscale dei presidenti repubblicani è fatta di luci, e parecchie ombre. Quasi sempre, infatti, i loro governi sono stati seguiti da pesanti frenate dell’economia. Le amministrazioni degli anni Venti portarono alla Grande Depressione. Reagan tagliò le tasse e favorì la ripresa, anche se diversi analisti danno il merito della crescita soprattutto alle politiche della Federal Reserve, e accusano invece il presidente di aver gonfiato il debito. Di sicuro il suo vice e successore, George Bush padre, guidò l’America verso la recessione, che consentì a Bill Clinton di conquistare la Casa Bianca con lo slogan «It’s the economy, stupid». Il figlio aveva varato provvedimenti come l’Economic Growth and Tax Relief Reconciliation Act del 2001, e il Jobs and Growth Tax Relief Reconciliation Act del 2003, che Obama aveva poi reso in parte permanenti, ma alla fine del suo mandato era scoppiata la Grande Recessione.
Trump ha ereditato un’economia lenta, che però cresce, e una disoccupazione ai minimi storici. Ha vinto grazie agli elettori della classe media e bassa di Stati come Pennsylvania, Ohio, Michigan, Wisconsin, in molti casi ex colletti blu democratici che si sentivano penalizzati dalla globalizzazione, e ora puntano sulle sue promesse per ricostruire un modello di vita forse scomparso per sempre. La riforma fiscale di Trump fa poco per le loro tasse, nel senso che le riduzioni principali riguardano le imprese, ma il guru di Reagan, Arthur Laffer, la elogia perché secondo lui i benefici sgoccioleranno soprattutto verso la classe media e bassa. «Ridurre le imposte ad una persona che guadagna mille dollari al mese non serve molto; invece aiutare le aziende a creare posti di lavoro che pagano tre volte tanto cambia la vita». Negli anni Ottanta, quando Bush padre aveva sfidato Reagan nelle primarie, aveva definito questa teoria come «voodoo economics», ma poi era stato costretto ad abbracciarla quando Ronald lo aveva scelto come vice. Secondo l’economista liberal Paul Krugman, «quella di Trump è una nuova versione della voodoo economics, e anche questa volta fallirà». Laffer invece risponde che la crescita esploderà, favorendo la creazione di buoni posti di lavoro che pagano bene, mentre le aziende smetteranno di cercare le scappatoie più sofisticate per evadere le tasse, consentendo così al governo di pagare le riduzioni fiscali. Tutto questo dovrebbe far sgocciolare i benefici della riforma nelle tasche dei lavoratori della Pennsylvania, l’Ohio, il Michigan, garantendo ai repubblicani di conservare la maggioranza in Congresso nel 2018, e a Trump di restare alla Casa Bianca nel 2020.
Se il problema di soddisfare le esigenze della base elettorale del presidente verrà davvero risolto con questa strategia, una seconda questione riguarda le potenziali resistenze all’interno del suo stesso partito, che hanno già affondato la riforma sanitaria. I repubblicani più conservatori del Tea Party o del Freedom Caucus amano la «responsabilità fiscale» e vogliono ridurre il debito. Perciò chiedono una riforma «revenue neutral», che non allarghi il buco nei conti dello Stato. Durante il suo recente intervento alla Trilateral il ministro del Tesoro Mnuchin ha promesso che lo sarà, perché «noi crediamo nel dynamic scoring», ossia il fatto che l’impulso dato alla crescita compenserà la riduzione delle entrate dovuta al taglio della tasse. Per garantire la copertura potrebbe servire poi una «border adjustment tax», cioè una specie di Iva da imporre sulle merci importate. Se questo non convincerà i repubblicani più conservatori, però, Trump rischierà una nuova rivolta, e se la classe media e bassa non sentirà nel portafoglio il vantaggio di averlo eletto, potrebbe abbandonarlo.