Libero, 26 aprile 2017
Ma Donald deve rinviare il muro
New York Slitta il muro di Trump, che prende tempo sul suo finanziamento togliendolo quale condizione per firmare la legge-ponte che garantisce i fondi per l’attività del governo fino alla scadenza dell’anno fiscale federale, a fine settembre.
Per il presidente è un boccone amaro, anche se si tratta di un arretramento tattico come ha twittato lui stesso: «Non permettete che i media falsi vi dicano che ho cambiato la mia posizione sul Muro. Sarà costruito e aiuterà a fermare le droghe, i traffici umani, ecc». Fino a ieri il presidente aveva cercato di imporre l’inserimento nel testo della «finanziaria» di 1,4 miliardi di dollari «dedicati alla costruzione del muro», ma i Democratici avevano ribattuto che non avrebbero mai accettato di discutere l’intero bilancio di 1.000 miliardi di dollari se avesse contenuto quella voce di spesa. I due rami del Congresso sono a maggioranza repubblicana ma al Senato il Gop ha 52 seggi, otto in meno dei 60 indispensabili per evitare l’ostruzionismo dei 48 Dem. Senza un compromesso, la «serrata del governo» sarebbe stata un assist ai Democratici, che avrebbero incolpato i Repubblicani e Trump di non saper far funzionare l’amministrazione, traendone vantaggio alle elezioni di medio termine del 2018. Chuck Schumer, il capo della minoranza Dem al Senato, ha cantato vittoria: «È bene per il Paese che il presidente abbia tolto il muro dal tavolo delle trattative, ora i due partiti possono lavorare sulle questioni aperte».
Trump aveva annunciato l’intenzione del rinvio a settembre parlando lunedì sera a 20 giornalisti conservatori, e ieri la sua consigliera Kellyanne Conway ha confermato a Fox News che «costruire il muro e farlo finanziare resta per lui una priorità importante, ma sappiamo anche che potrà avvenire più tardi quest’anno o nel prossimo».
«Muro sì» e «Muro no» sono ormai due slogan, irrinunciabili sia per Trump che per l’opposizione. I Dem sanno che la chiusura agli irregolari è una lotta giusta e sentita dalla maggioranza degli americani ligi alla legge, tanto che erano disposti a finanziare con 40miliardi la militarizzazione dei confini quando cercarono di far passare la legge sull’immigrazione del 2013, che poi non andò in porto. Non intendono, però, perdere il favore elettorale che hanno tra ispanici e liberal pro diversity, e il Muro come concetto è diventata una bandiera, anche se ci sono già 1.000 km di barriere fisiche, erette da Bill Clinton, e ne mancano circa 2000 per l’intero confine. Dal canto suo, Trump non rinuncia al Muro perché ci ha messo la faccia, anche se sta già vincendo la guerra dei clandestini prima di costruirlo. Gli ordini esecutivi sulle espulsioni degli irregolari criminali hanno trasmesso il chiaro messaggio, al di qua e soprattutto al di là del confine meridionale, che l’America è tornata uno Stato di diritto. Le leggi contro gli illegali c’erano anche prima di Trump, ma non venivano fatte rispettare, mentre ora gli agenti di frontiera lavorano con il morale alto dopo i frustranti anni di Obama. È bastato il cambio di clima per ridurre del 90% gli «aspiranti clandestini». John Kelly, ministro della Sicurezza Interna, ha dato le cifre al Congresso: nel dicembre 2016 le guardie avevano arrestato 16mila adulti e 7.000 minori non accompagnati, nel marzo sono stati presi 1.100 adulti e 1.000 minori.