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 2017  aprile 26 Mercoledì calendario

Da Filippo II a Maria Antonietta i sovrani dello stile che conoscevano il sottile mestiere della frivolezza

Niente di più sviante della dichiarazione che Alvar González- Palacios pone in apertura della sua ultima raccolta di scritti, Solo ombre. Silhouettes, storiche, letterarie e mondane (Archinto, pagg. 260, euro 28), annunciandovi l’assenza di “un solo filo conduttore”. È infatti difficile leggere i cinquantasei profili di questo piccolo libro, sapiente e leggero, idiosincratico ed accattivante, senza avvertire la presenza non di “uno solo” ma di almeno tre fili d’Arianna che collegano tra loro re, regine, cardinali, artisti, scrittori, avventurieri, dame del bel mondo di paesi e di epoche diverse, di cui si narrano le disparate vicende. Non tardiamo in effetti ad accorgerci che, sia pure in modo più velato di quanto avesse fatto ne Le tre età (1999) e in Persona e maschera (2014), González-Palacios torna qui a parlarci di sé e dei temi che gli sono cari.
Il primo leitmotiv è quello della nostalgia della patria perduta e della lingua materna – lo spagnolo –, dei ricordi dell’infanzia felice nella Cuba degli anni ‘50, prima dell’arrivo di Castro, luogo quanto mai emblematico della grande koinè culturale ispano- americana. Ed è nel gruppo delle “Anime iberiche” che incontriamo forse le pagine più belle: quelle dedicate alle Memorie, “odorose di mariposa” della contessa di Merlin, “una grande signora nata all’Avana nel 1789” e destinata a una vita di esilio; quelle che ci restituiscono la “traccia luminosa” lasciata negli anni passati a Cuba dall’intelligenza profetica e dalla “forza ctonia” di María Zambrano in fuga dalla Spagna franchista; quelle, infine, che evocano l’incontro a Parigi della celebre attrice messicana Maria Felix: “una donna in là con gli anni, scintillante di gioielli”, “con le magnifiche ossa che inquadravano due occhi mirabili”, che avrebbe conservato intatto il suo carisma di prima donna fino all’ultimo giorno di vita. Ma la descrizione degli oggetti preziosamente eccentrici – “le opalines, la madreperla, gli arredi a forma di conchiglia, gli smalti cloisonné cinesi e le porcellane” – che figuravano nella vendita all’asta della raccolta dell’attrice tenutasi a New York nel 2007, evidenziano il secondo leitmotiv che attraversa il libro: la passione per il collezionismo.
È questa passione che lega le silouhette di personaggi lontani fra loro come Filippo II di Spagna, il quale, nonostante la sua proverbiale devozione, commissiona a Tiziano una serie di capolavori di ispirazione erotica; o come Ferdinando de’ Medici, la Principessa Palatina – la cognata di Luigi XIV –, Caterina II di Russia che condividono una autentica bulimia per le pietre incise, i cammei, le gemme, le medaglie; o come Dominique Vivant Denon a cui Napoleone dà l’incarico vertiginoso di raccogliere al Louvre la più grande collezione di opere d’arte del mondo; o come il grande architetto neoclassico inglese, Sir John Soane, la cui “bizzarra” dimora di Licoln’s Inn (dove tra la pletora di reperti rari si può anche ammirare la celebre serie di dipinti della Carriera di un libertino di William Hogarth) “è una delle raccolte nazionali più visitate in Inghilterra”.
Incontriamo, infine, in queste pagine, un’altra categoria di amateur, interessati in primo luogo alle arti decorative e assurti a simbolo di stile della loro epoca, come la marchesa di Pompadour, Maria Antonietta, o la duchessa di Berry, vedova del figlio di Carlo X, l’ultimo dei Borbone a sedere sul trono francese. Sono loro a introdurre, il terzo filo conduttore del libro, la riflessione su quella cosa fra tutte “misteriosa e forse incomprensibile” a cui va il nome di gusto.
Esiste, ad esempio, un vero e proprio gusto Maria Antonietta? Secondo l’illustre studioso delle arti decorative, il fatto stesso che per definirlo si ricorra generalmente al termine “raffinatezza” costituisce di per sé una smentita, perché “chi è raffinato è raramente intelligente, raramente è originale”. Per la sventurata regina, infatti, “i dettagli assumevano più importanza dell’insieme” e su “questa strada si finirà per considerare Gouthière o Thomire artisti più riusciti di Michelangelo e di Rembrandt”.
Ma il gusto, così come verrà praticato, a partire dall’Ottocento, dalle élite europee sia in arte e in letteratura che nell’arredamento e nello stile di vita, dovrà fare sempre più i conti oltre che con la raffinatezza, con la frivolezza, la leggerezza, la fatuità, il futile. Giocando su una gamma di distinzioni e di sfumature degne dei moralisti francesi di seicentesca memoria, González-Palacios decreta a proposito del conte Primoli che “si può essere frivoli senza essere superficiali: la frivolezza è una vocazione”, così come “la leggerezza letteraria richiede ironia e libertà mentale”. Per i fatui, invece, “è quasi sempre impossibile allontanarsi dalla decorazione ed avvicinarsi alle vere opere d’arte”.
Nelle pagine dedicate agli storici d’arte e, in particolare nell’omaggio reso al grande Adolfo Venturi, González-Palacios sente l’esigenza di ribadire, al di là di tutti i distinguo, il criterio sovrano dell’eccellenza artistica. Come il “padre della storia dell’arte”, egli avrebbe potuto scrivere di sé: “studiai anche i maestri delle arti decorative, che erroneamente si dicono minori, quasi la misura del valore stia nelle dimensioni dell’opera d’arte”. Non a caso la sua ultima monografia, in uscita a New York nel 2018, è consacrata al genio multiforme di Luigi Valadier.