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 2017  aprile 26 Mercoledì calendario

Il declino di Barbie. La bambola-icona insidiata dalle rivali

Per lei niente è mai stato impossibile. Del resto il suo motto è da sempre «I can be», posso essere, ben prima che Barack Obama conquistasse la Casa Bianca ripetendo «Yes we can». È stata giornalista, infermiera, medico, astronauta, candidata alle presidenziali americane in largo anticipo rispetto a Hillary Clinton. Ha combattuto la Guerra del Golfo e girato il mondo come ambasciatrice Unicef, quando non lo ha fatto per il suo puro diletto: Parigi, Milano, Londra, New York, Tokyo, Berlino (qui dopo il crollo del Muro, mica per mangiare würstel e crauti). Qualche problemino l’ha avuto pure lei, non possiamo nascondercelo: in Arabia Saudita l’hanno bandita nel 2003, troppo scosciata, troppo peccaminosa. Difficile tenere a freno una capace di pilotare un aereo, di guidare un camper o la Ferrari.
Ma qualcosa è cambiato anche per Barbara Millicent Roberts, per tutti Barbie, fashion victim quando ancora Sex and the City non esisteva neppure nella fantasia di Darren Star. Per lei hanno fatto a gara gli stilisti, almeno sessanta, Valentino e Ferré, Versace e Dior, Gucci e Vivienne Westwood, Moschino e Givenchy. Libera, liberissima di non sposare mai Ken, che pure avrebbe voluto tanto, e che invece ha piantato in asso nel 2004 dopo quarantatré anni di fidanzamento per un surfista australiano molto più giovane (salvo ritornare sui suoi passi, due anni dopo, ma forse era solo per esigenze di marketing, dovevano girare assieme un film).
Cinquantotto anni – è nata il 9 marzo del 1959 – e cominciare a sentirli. Perché nell’ultimo trimestre le sue vendite sono calate del 13 per cento, e non andava bene neanche prima, soltanto a Natale ha fatto perdere a Mattel 113,2 milioni di dollari. Una catastrofe, considerato che lei non sembra affatto rassegnata alla pensione. Concorrenza spietata, maledizione! Si è anche dovuta «normalizzare», rinunciando al corpo perfetto pur di andare incontro alle proiezioni delle potenziali giovanissime acquirenti, ammaliate ormai dalle principesse di Frozen Elsa e Anna, per non parlare delle Bratz, con quei faccioni smisurati e il look da scappate di casa.
Ma Barbie non si è persa d’animo e un anno fa si è ripresentata in versione curvy, alta e piccola, lei che nella vita era stata Audrey Hepburn, Jacqueline Kennedy e Grace Kelly, vitino da vespa e linea da mannequin. Un miliardo di sue copie sono state vendute nel mondo, in almeno 150 nazioni; ha indossato 980 milioni di metri quadrati di stoffa; Andy Warhol le ha dedicato un ritratto. Possibile che questo non conti più nulla, proprio ora che una signora ben più anziana sta per diventare Première dame?
Il mercato non ha memoria e nessuna pietà. Ieri, per la prima volta in diciassette anni, il rivale storico Hasbro ha superato Mattel con un gioco che si chiama Toilet Trouble, immaginate la traduzione, e non è un scherzo. C’è da scommettere che la nostra eroina bionda (ma anche mora, rossa, nera; la collezione Fashionistas prevede 30 colori di capelli, 22 di occhi, 24 acconciature e sette tonalità di incarnato) non si farà da parte. È riuscita ad arrivare sulla Luna. Volete che getti la spugna adesso?