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 2017  aprile 26 Mercoledì calendario

Salvato il palazzo dell’amore che scandalizzò l’India coloniale

Dici Hyderabad e pensi subito a uno dei maggiori hub tecnologici indiani. A Cyberabad, come è stata ribattezzata l’area a ovest della città, quella ad alta concentrazione di società high-tech. Per secoli invece Hyderabad è stata un centro di principi e sontuosi palazzi. Questo passato quasi dimenticato riaffiora dall’oblio grazie a un’antica dimora in stile palladiano riportata a nuova vita da un imponente restauro. E con il palazzo riemerge la storia di un amore proibito tra l’«ambasciatore» inglese e una principessa musulmana indiana, di 14 anni, che proprio tra le sue mura si consumò. Non una passione clandestina: il britannico della Compagnia delle Indie arrivò a convertirsi all’Islam per poterla sposare, facendo gridare allo scandalo i benpensanti dell’epoca. Avrebbe dovuto essere stata abbattuta due anni fa questa dimora, capolavoro dell’architettura coloniale indiana con le sue colonne e la sua regale scalinata interna che nel secolo scorso hanno ospitato le allieve dell’Osmania Women’s College. Poi il declino.
A salvarla è stato l’assegno da un milione di sterline staccato da un inglese. Il mecenate ha voluto rimanere anonimo, di lui non si sa granché se non che si è deciso a compiere il generoso gesto dopo aver letto «Nella terra dei Moghul bianchi. Amore, tradimento e morte nell’India coloniale», un libro di William Dalrymple, lo scrittore e storico scozzese, indiano d’adozione, organizzatore del festival della letteratura di Jaipur, in Rajastan.
Dalrymple si imbattè nella dimora per la prima volta nel 1998, «ha una pianta simile a quella della Casa Bianca, era in stato decadente, pericolante», dice al Corriere. Si appassionò a tal punto alla storia dei suoi primi occupanti che ne scrisse un libro. Il protagonista, James Achilles Kirkpatrick, era un alto funzionario della Compagnia delle Indie, quando gli inglesi si apprestavano a usare la forza mercantile come grimaldello dell’espansionismo militare. Arrivato a Hyderabad nel 1797, rafforzò i rapporti con i governanti Moghul, cominciò a vivere e a vestirsi come un principe orientale e, soprattutto, abbracciò l’Islam per sposare, nel 1800, Khair-un-Nissa, la giovanissima figlia di una nobile famiglia che si vantava di discendere dal Profeta e da cui ebbe due figli.
La loro storia approderà sul grande schermo forse già il prossimo anno, diretta da Ralph Fiennes, mentre è stata annunciata a breve una mostra all’interno del palazzo rimesso a nuovo. «Dietro la storia della conquista britannica del Subcontinente, ne trovai una più intrigante: quella della conquista indiana dell’immaginazione inglese – racconta Dalrymple —. Questa storia d’amore transculturale, transnazionale, transreligiosa, alimentata dalla curiosità e dal rispetto per la cultura dell’altro, avviene in un periodo di equilibrio di poteri: i musulmani Moghul non erano più così forti come negli anni precedenti ma non erano ancora stati umiliati dagli inglesi come accadrà più tardi».
Una storia che racconta come sia possibile mescolare e conciliare mondi lontani in un Paese dove a far notizia oggi sono le crescenti discriminazioni che subiscono quotidianamente le minoranze – musulmani in primis – e i fuoricasta. Dalrymple ha uno sguardo ottimistico: «Credo che sia una storia attuale, l’India resta un Paese cosmopolita».