Corriere della Sera, 26 aprile 2017
Trump vara la sua riforma fiscale. Tasse dimezzate per le imprese
WASHINGTON Gli annunci e la propaganda ora si devono misurare con i numeri. Donald Trump vuole più che dimezzare l’imposta sui redditi di impresa, portandola dal 35 al 15 per cento. Lo annuncerà oggi. Ma ieri sera fino a tardi i parlamentari del partito repubblicano si passavano di mano tabelle e proiezioni. La manovra fiscale del presidente colpisce l’immaginazione e la Borsa. Resta, però, una scommessa rischiosa, per l’impatto sul deficit e il debito degli Stati Uniti.
Il Segretario al Tesoro, il finanziere Steven Mnuchin, sostiene che la riduzione delle tasse avrebbe l’effetto di una frustata sulla crescita del Paese e il deficit iniziale del bilancio sarebbe poi ripagato dalle maggiori entrate fiscali. È il teorema della cosiddetta «curva di Laffer», dal nome dell’economista che nel 1974 disegnò un grafico a forma di campana su un tovagliolo del ristorante «Two Continents» di Washington, a beneficio di due giovani consiglieri dell’allora presidente Gerald Ford, Donald Rumsfeld e Dick Cheney.
«La rivoluzione fiscale» di Trump-Mnuchin, in realtà, è un vecchio strumento del repertorio di politica economica. Gli studi dimostrano che abbia funzionato una volta sola nella storia recente degli Usa: all’epoca di Ronald Reagan (1981-1989).
La riforma avrebbe effetto a partire dall’anno prossimo. Nel 2018 l’erario federale conta di incassare 492 miliardi di dollari dalla «corporate tax»: più di un quinto del gettito totale. Ridurre l’aliquota dal 35 al 15 per cento significa, nel concreto, rinunciare a 212 miliardi di incasso. Il deficit di bilancio per quello stesso anno è già molto pesante: 930 miliardi di dollari, pari al 4,6 per cento del Pil, il prodotto interno lordo.
Ancora qualche numero per chiudere l’equazione: Mnuchin confida nell’aumento di una crescita del Pil al 3 per cento per compensare la perdita tributaria. Nell’analisi diffusa la settimana scorsa il Fondo monetario ipotizza per gli Stati Uniti un incremento del Pil pari al 2,3 per cento nel 2017. La domanda chiave è semplice: è sufficiente una crescita dello 0,7 per cento nel 2018, cioè una ricchezza aggiuntiva lorda di 133 miliardi per colmare un buco nel bilancio pubblico di 212 miliardi? Evidentemente no. Ecco allora che la discussione in corso diventa politica.
Trump (e Mnuchin) in sostanza stanno chiedendo al Congresso di forzare i conti e di mettere in preventivo un aumento del deficit e quindi del debito pubblico per almeno tre-quattro anni, pur di rilanciare l’economia.
I repubblicani sono da sempre contrari a manovre che appesantiscono il budget. Ma la pressione di Trump è forte. Il taglio delle tasse è una delle promesse bandiera della sua campagna elettorale. Si vedrà nei prossimi giorni se lo stato d’animo del campo conservatore è quello del senatore repubblicano Orrin Hatch, l’ascoltato presidente della Commissione Finanze del Senato. Ieri Hatch ha dichiarato al New York Times : «Il Paese si deve rimettere in moto. E se la riduzione delle tasse può stimolare l’economia, ebbene non mi interessa quale sia l’impatto sul deficit. Ci possiamo convivere».