il Fatto Quotidiano, 25 aprile 2017
La messa cantata di Messi, il genio prestato al pallone
La messa di Leo Messi nella cattedrale del Real ha fatto il giro del mondo. Era il Clásico, il massimo che il calcio possa offrire, Cristiano Ronaldo contro Messi, il robot palestrato contro il nano barbuto, 32 anni il primo, 29 il secondo. Il risultato recita Real-Barcellona 2-3 e riapre la corsa allo scudetto della Liga, ma questo è poco, quasi una pagliuzza, rispetto al messaggio che la Pulce ha lanciato. Botti e botte. Due gol, e che gol, in slalom al 33’ e di bisturi al 92’: la sentenza. E poi, in ordine sparso: il giallo a Casemiro, la gomitata di Marcelo, il fazzoletto tergisangue, il rosso a Sergio Ramos, quello delle zuccate agli sgoccioli; la maglia numero dieci sbandierata al popolo del Real come la muleta davanti al toro. Olé.
Cinquecento gol. E, almeno per un giorno, al diavolo il contratto, le beghe fiscali: i fuoriclasse sono fatti così, vedono autostrade dove altri vedono sentieri (Vujadin Boskov). E chi se ne frega se nella classifica dei dribbling, stando allo studio di un’agenzia di maniaci, il figlio di Rosario occupa addirittura, e clamorosamente, “solo” il sesto posto. Le cifre sanno essere criminali, a volte.
“Cristiano Ronaldo è un goleador, Messi un genio”, ha dichiarato Fabio Capello ai microfoni di Sky prima di “venire” in diretta. Eppure, fino a domenica sera, si brontolava e ci si interrogava. Con e senza aiutini, Cristiano aveva spazzato via il Bayern dalla Champions, cinque reti in due partite, la legge del LeBron portoghese, il pugno duro dell’ultimo Pallone d’oro, l’urlo di Tarzan ai sudditi e alle belve.
Messi, in compenso, era uscito triste, solitario y final dalle sfide con la Juventus, zero gol a Torino e zero persino al Camp Nou, dove in centomila lo avevano coccolato al di là del verdetto. Erano rimasti a secco anche Luis Suarez e Neymar. Con Leo, il tridente più affilato di questo pianeta: e di tutti, probabilmente.
Massimiliano Allegri lo aveva circondato e soffocato con quel suo modo di difendere che ora è trincea e ora baionetta. Leo non era evaso se non per smarcare Andrés Iniesta e Suarez o per fare un po’ di barbe ai pali. L’avvocato Agnelli gli avrebbe dato del “coniglio bagnato”, la stessa battuta che riservò al Roberto Baggio dei Mondiali americani.
Si parlò di ciclo al tramonto, di un Messi distratto, nervoso, sazio. Volarono paragoni estremi con Paulo Dybala, 24 anni a novembre e un solo “torto”: aver inflitto una doppietta, non tanto al Barcellona di Messi, quanto al culto di Messi. Chi scrive, pagò il suo obolo di incenso. Successe allo Stadium l’11 aprile: metteranno una targa?
Dal pragmatismo juventino al liberismo del Real, Zinedine Zidane non difende come Madama. Messi, che non segnava ai blancos dal 2014, si è caricato l’universo Barça sulle spalle e l’ha portato oltre la cronaca: il periodo un po’ così, suo e della squadra, l’esigenza di vincere per non precipitare, la volontà di ribadire certe gerarchie, di ripristinare certi confini.
Voce dal fondo: la squalifica di Neymar l’ha favorito. Può essere, dal momento che il brasiliano è un piccolo tiranno. Non più di tanto, però. E la storia di Luis Enrique? Il suo outing (“A fine stagione lascio”) era stato letto in base ai risultati: grande idea dopo il 6-1 al Paris Saint-Germain, passo sciagurato dopo il k.o. con la Juventus. Uno a uno, in attesa della “bella” al Bernabeu.
Altro che spogliatoio spaccato. Messi ha demolito gli avversari e riportato l’uscita dell’allenatore nell’ambito, più consono, delle comunicazioni di servizio. “Messi y el mayor espectaculo del mundo”, “Sant Messi”, “Extasis!” titolano, orgogliosi e riverenti, da Barcellona a Madrid.
Nell’arco di una settimana, dall’Europa al campionato, la Spagna e il calcio si sono rinfacciati la normalità e l’eccezionalità di essere Messi, e di un essere come Messi. Con quella palla incollata ai piedi come un bebè al seno della mamma, “tipico di noi argentini”. Lo disse Alfredo Di Stefano.