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 2017  aprile 25 Martedì calendario

Italia svetta in Europa, ma per spese militari

Grosse sorprese per l’Italia secondo i dati sulle spese militari mondiali pubblicati ieri dal Sipri di Stoccolma. Mentre la ministra Pinotti non perde occasione per lamentare spese per la Difesa troppo basse e ancora lontane dagli obiettivi Nato, i numeri dell’istituto svedese, che da mezzo secolo calcola le spese militari di tutti i paesi del mondo, mostrano un vero e proprio boom delle spese militari italiane. Con oltre 25 miliardi di spesa nel 2016 l’Italia fa registrare il più consistente aumento annuo dell’Europa occidentale: 10,6% contro il 2,9% della Germania e lo 0,6/0,7% di Francia e Gran Bretagna. Un incremento maggiore anche rispetto a Stati Uniti (1,7%), Cina (5,4%) e Russia (5,9%), che continuano a guidare la ‘Top Ten’ mondiale, alla quale l’Italia si sta avvicinando salendo dal 12° posto nel 2015 all’11° nel 2016.
Il clamoroso aumento delle spese italiane registrato dal Sipri conferma le stime diffuse dalla Nato l’estate scorsa e che la Pinotti ebbe il coraggio di smentire con un comunicato in cui giurava che “non c’è stato alcun aumento nel 2016 rispetto al 2015”, quando lo stesso bilancio del suo Ministero mostrava un chiaro incremento.
L’altro importante elemento di novità del report Sipri è che l’Italia supera l’1,5% nel rapporto spese militari/Pil, mentre il dato ufficiale della Difesa rimane sotto l’1,2%, “ben lontano dal parametro del 2% auspicato dalla Nato”. L’Italia risulta sopra la media Nato (1,4% esclusi gli Usa con il 3,3%) e di importanti alleati come Canada (1%), Germania e Spagna (1,2%). Il tormentone del “2%”, concordato al summit Nato del 2014 ma privo di valore legale senza approvazione parlamentare, è criticato da economisti ed esperi militari non solo perché eccessivo – la Germania lo ha pubblicamente respinto come “irrealistico” – ma per il suo valore puramente quantitativo. L’istituto americano di politica internazionale Carnegie ha più volte evidenziato come chiedere di spendere più invece che meglio penalizzi l’efficienza premiando gli sprechi. Una distorsione che raggiunge il paradosso quando la Nato si congratula con un Paese in bancarotta come la Grecia per la sua spesa militare al 2,6%. Proprio questo è il problema dell’Italia, come denunciato nel recente rapporto dell’Osservatorio MILEX sulle spese militari: non si spende poco, si spende male, in modo inefficiente e irrazionale. Tre quarti delle spesa è assorbita dai costi di una struttura del personale elefantiaca e squilibrata – fino al paradosso di avere più comandanti che comandati, cioè più anziani ufficiali e sottufficiali da scrivania che graduati e truppa giovane operativa – mentre continua a crescere a dismisura la spesa per armamenti di tipo “tradizionale” come carri armati, bombardieri e navi da guerra (oltre 5 miliardi l’anno, +75% negli ultimi dieci anni) costosissimi, logisticamente insostenibili e soprattutto non rispondenti alle reali esigenze di sicurezza nazionale (terrorismo e cyberwar), bensì a interessi dell’industria bellica e della lobby politico-militare che la sostiene.