25 aprile 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - I LAVORATORI ALITALIA BOCCIANO IL PIANO DI SALVATAGGIOREPUBBLICA.ITROMA - I dipendenti Alitalia respingono con una maggioranza schiacciante - 67% di no - il piano di salvataggio lacrime e sangue
APPUNTI PER GAZZETTA - I LAVORATORI ALITALIA BOCCIANO IL PIANO DI SALVATAGGIO
REPUBBLICA.IT
ROMA - I dipendenti Alitalia respingono con una maggioranza schiacciante - 67% di no - il piano di salvataggio lacrime e sangue. Si schiudono in questo modo le porte del commissariamento, varato oggi dal consiglio di amministrazione della compagnia riunito in seduta straordinaria. Poco prima delle 18, è l’Enac a informare che il presidente di Alitalia, Luca Cordero di Montezemolo, ha comunicato ufficialmente a Vito Riggio, presidente dell’Ente nazionale per l’aviazione civile, la decisione del Cda della compagnia aerea di avviare la procedura per la nomina del commissario. L’Enac ha preso atto che, al momento, esistono le condizioni per il mantenimento della piena operatività di Alitalia, su cui l’Ente continuerà a mantenere la propria vigilanza istituzionale in base alla normativa europea vigente.
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Al Tg3, è il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda a delineare gli scenari futuri di Alitalia. "La cosa più plausibile, viste le dichiarazioni del Cda, è che si vada verso un breve periodo di amministrazione straordinaria che si potrà concludere nel giro di sei mesi o con una vendita parziale o totale degli asset di Alitalia oppure con la liquidazione. Se ci saranno aziende interessate a rilevarla è tutto da vedere, è prematuro a dirsi". Sei mesi, aggiunge Calenda, anche perché l’Unione europea può dare l’ok a un aiuto pubblico per Alitalia "per un periodo di tempo limitato", appunto "un orizzonte di sei mesi, a condizioni molto precise che vanno negoziate e che negozieremo sotto forma di prestito". Si tratterà solo di un "ponte finanziario transitorio" e non di "una nazionalizzazione né di 5 anni di amministrazione straordinaria o di miliardi di euro di perdite". Quanto ai lavoratori, "dipenderà molto dagli sbocchi che si troveranno nel corso dell’amministrazione straordinaria". Ora non si può parlare di esuberi, spiega Calenda, ricordando che dopo la vittoria del ’no’ al piano industriale nel referendum indetto dai sindacati "tutto è in discussione" e "si vedrà nei prossimi mesi".
La nazionalizzazione di Alitalia è seccamente esclusa anche dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti, mentre "il tema degli ammortizzatori c’è. Alitalia è un’azienda privata: ora dobbiamo aspettare la decisione degli azionisti, poi siamo pronti ad applicare la legge per tutelare i lavoratori" dichiara a SkyTg 24. Per il ministro, il ’no’ al referendum da parte dei lavoratori di Alitalia "produce un problema di molto difficile soluzione che danneggia gli stessi lavoratori. Perché hanno votato no? Una miscela di elementi: la rabbia per essersi trovati ancora una volta in crisi, una critica al management per i risultati che non sono venuti, scarsa fiducia nel piano".
Ecco, dunque, la strada intrapresa dal cda Alitalia dopo la sonora bocciatura del piano quinquennale firmato con i sindacati sul tavolo del governo. Respinto al mittente dal risultato del referendum tra i dipendenti, con numeri che parlano chiaro: aventi diritto 11.646, voti totali 10.173, a favore dell’accordo 3.206, contrari 6.816 (più del doppio), schede bianche 17 e nulle 134. Presone atto, stamattina il consiglio di amministrazione di Alitalia, "data l’impossibilità di procedere alla ricapitalizzazione", ha deciso di "avviare le procedure previste dalla legge (ipotesi di commissariamento o liquidazione dell’azienda, ndr) e ha convocato un’assemblea dei soci per il 27 aprile" che in realtà si terrà probabilmente il 2 maggio in seconda convocazione, per deliberare in sostanza il fallimento. Inoltre secondo la compagnia "non ci saranno per ora conseguenze sull’operativo dei voli".
Slitta intanto l’incontro al Mise che era stato fissato per fare il punto dopo l’esito del referendum: il vertice si farà solo dopo l’assemblea dei soci di Alitalia. In una nota, James Hogan, numero uno del gruppo Etihad, parla di "voto profondamente deludente". "L’accordo preliminare con i sindacati - aggiunge - era stato reso possibile e supportato dai leader degli stessi sindacati, dal management di Alitalia, dal primo ministro italiano e da tre ministri del governo, che avrebbero aiutato a mettere il futuro di Alitalia al sicuro".
Il voto di protesta rappresenta un brutto colpo anche per il governo - che si era molto esposto per il "sì al piano" - che parla di "sconcerto per la situazione". Grossi guai pure per i sindacati, che hanno ricevuto un pugno in pieno volto dai dipendenti. Se dal settore dei piloti e degli assistenti di volo lo sgambetto al referendum veniva dato per scontato, nessuno si attendeva un pari trattamento da impiegati e operai di terra che hanno fatto la differenza sconfessando i sindacati tradizionali che dovranno ormai ripensare al proprio ruolo in azienda.
A difesa dei dipendenti Alitalia si registrano invece le parole di Pier Luigi Bersani, ex ministro oggi esponente di Mdp. "Quando i lavoratori si esprimono non sono irresponsabili, sanno benissimo qual è la situazione. Evidentemente non credevano che quella ricetta avrebbe funzionato, e che se ne sarebbe riparlato di nuovo tra un anno o due. Il governo si preoccupi adesso che l’impresa non precipiti" e incontri azionisti e Cda per "trovare una traiettoria che tenga assieme l’assetto industriale di questa grande azienda".
Ecco i soci: le banche escono dai giochi con il "no" al piano
Alitalia per la seconda volta nella sua storia procede quindi verso la liquidazione preceduta da uno spezzatino degli asset migliori, e cioè aerei di proprietà, immobili e (pochissimi) slot, le bande orarie di decollo e atterraggio.
Come nel 2008, quando Augusto Fantozzi fu nominato dal governo come traghettatore della società, nelle prossime ore, a partire da venerdì, inizierà l’iter per l’amministrazione controllata del gruppo. Cadranno come birilli i contratti al ribasso - per Alitalia - siglati negli anni scorsi, dal leasing degli aerei alle forniture. Fino al legame con Sky Team, la joint venture atlantica con Delta e Air France che mai hanno fatto un passo indietro per agevolare un incremento dei ricavi del vettore italiano. Garantiti in una prima fase i biglietti acquistati dai passeggeri che avranno la priorità rispetto ad altri creditori.
SCHEDA. Cosa prevedeva l’accordo bocciato
Questo potrebbe essere un punto di partenza per la rinascita di Alitalia, ma solamente se il percorso che il commissario in pectore (difficile una conferma di Luigi Gubitosi) punterà al decollo di una nuova compagnia "alleggerita" dai costi. Altrimenti se la salvezza del marchio e di metà della flotta saranno impossibili, con un 60% di dipendenti in mobilità, l’unico futuro sarà la scomparsa del tricolore dai timoni degli aerei.
A meno che qualcuno - Lufthansa lavora da mesi sul dossier Alitalia - non abbia voglia di rimettere in piedi una società nuova, snella. Ma all’interno degli uffici e delle piste di Fiumicino, Malpensa e Linate, serpeggia il malcontento dei dipendenti che a questo punto sono pronti a dare battaglia.
CHE COSA PREVEDEVA IL PIANO DI SALVATAGGIO
MILANO - Una battaglia è vinta. Ma la vera guerra per salvare Alitalia inizia ora. Il referendum tra i lavoratori è solo il primo passo. La sfida è riportare in equilibrio i conti dopo i 10 miliardi di soldi pubblici bruciati per tenere in volo la società e i 3 miliardi di perdite negli ultimi 10 anni. Ecco in pillole, cosa si è risolto questa notte e cosa c’è ancora da fare per non trovarsi tra un paio d’anni a dover salvare l’ex-compagnia di bandiera un’altra volta.
Cosa prevede l’intesa di stanotte?
Il pre-accordo prevede 980 dipendenti a tempo indeterminato tra i dipendenti di terra cui sarà garantita cassa integrazione straordinaria per due anni, più 140 tagli nelle sedi estere e il mancato rinnovo di contratti a termine, per un totale di 1700 persone coinvolte. L’intesa prevede poi un taglio medio dell’8% alla retribuzione del personale navigante e interventi operativi per ridurre il costo del lavoro. I nuovi assunti saranno pagati con il contratto Cityliner (molto più economico), sui voli a lungo raggio ci sarà un assistente di volo in meno e l’equipaggio avrà più compiti, i turni di riposo sono stati ridotti e gli scatti d’anzianità diventano triennali. Il taglio complessivo al costo del lavoro è vicino agli 80 milioni l’anno.
A cosa ha rinunciato l’azienda?
Rispetto alle pretese iniziali tutti hanno fatto un passo indietro. L’azienda ha ridotto da 2mila a 1.700 i tagli al personale chiesti e abbassato le pretese sulle sforbiciate allo stipendio: in una prima fase chiedeva riduzioni fino al 30% per i piloti. Manutenzione e altre attività non saranno inoltre esternalizzate.
Cosa succede ora?
L’accordo sarà sottoposto a referendum vincolante tra i lavoratori la prossima settimana. Se arriverà l’ok, i soci metteranno i soldi necessari a far volare gli aerei e si passerà ad attuare gli accordi. Se ci sarà il no, le banche non metteranno i soldi e con ogni probabilità la compagnia - priva dei contanti con cui fare il pieno - finirà in amministrazione controllata, con un Commissario incaricato di procedere a risanarla per poi venderla (ovviamente dopo una terapia di ridimensionamento costi) a un altro vettore.
Chi metterà i soldi per tenere in volo gli aerei e quanti ne servono?
Il piano di Etihad prevede due miliardi di finanziamenti per tenere in volo Alitalia. Novecento milioni a carico del vettore di Abu Dhabi, il resto dei soci italiani (Poste, IntesaSanPaolo e Unicredit). Novecento milioni sono sotto forma di capitale, in parte attraverso la trasformazione di crediti e obbligazioni in azioni. Il resto come nuovi prestiti e cuscinetto di garanzia in caso di insuccesso del piano di rilancio.
Quanti soldi ci mette lo Stato?
Lo Stato ha garantito gli ammortizzatori sociali necessari a rendere meno dolorosa possibile la crisi. E - pare tramite Invitalia - sarebbe disposto a mettere una garanzia pubblica attorno ai 200 milioni ai nuovi prestiti di sicurezza delle banche. Che senza questo intervento non avrebbero aperto il portafoglio. L’amministrazione straordinaria, secondo stime del Mef, sarebbe costata comunque molto di più ai contribuenti. Circa un miliardo.
L’ok dei lavoratori all’intesa significa che Alitalia è definitivamente salva?
No. Il piano industriale della compagnia è fatto di tre capisaldi: il taglio al costo del lavoro (e questo è stato portato a casa) e la sforbiciata alle spese operative (che dovrebbe garantire 600 milioni in tre anni). Nel 2019 la riduzione dei costi dovrebbe arrivare a un miliardo. La vera sfida è però il terzo capitolo: il rilancio dei ricavi. Etihad punta di farli salire di 900 milioni (+30%) nel 2019 e del 50% nel 2021. Vendendo più biglietti malgrado per ora si mettano 20 aerei a terra per ridimensionare le attività a medio lungo raggio. Se non si centrerà questo obiettivo, la situazione di Alitalia rischia di tornare al punto di partenza.