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 2017  aprile 24 Lunedì calendario

L’altra donna di Trump

Il New York Times l’ha definita «astro nascente» della Casa Bianca. E Donald Trump le sta attribuendo ruoli sempre più importanti. Eppure, come dicono i bene informati, Dina Habib Powell non si è montata la testa. Sorride sempre, l’ex Goldman Sachs, come se riuscisse in modo costante a isolarsi dallo stress. Sorride anche di fronte agli attacchi di Steve Bannon, che l’ha criticata per le sue posizioni moderate, o «democratiche», come le ha chiamate il chief strategist di Trump. La Powell, infatti, sta formando una sorta di governo-ombra insieme ad altri due ex Goldman, il segretario del Tesoro Steven Mnuchin e il direttore del National economic council Gary Cohn. 
Quando Trump l’ha scelta per ricoprire il ruolo che fu di John Podesta molti repubblicani hanno storto il naso. «Un’immigrata egiziana naturalizzata americana come consigliere per le iniziative economiche? Non ha senso, data la campagna elettorale di Trump», tuonavano i supporter più radicali di Trump sui social media. Eppure, forse dimenticavano che la Powell, nata a Il Cairo nel 1973, aveva già rivestito una carica di prestigio sotto l’amministrazione di George W. Bush. A soli 29 anni, nel 2003, la Powell è stata assistente del personale presidenziale. 
Da Goldman a Ivanka 
Figlia di un capitano dell’esercito egiziano e di un’egiziana che ha studiato all’università statunitense de Il Cairo, all’età di quattro anni, senza parlare una parola di inglese, parte per l’America coi genitori, in direzione Dallas, in Texas. E non farà più ritorno in Egitto in pianta stabile. Mentre i genitori gestiscono un piccolo negozio di alimentari, lei studia e studia, fino ad arrivare alla laurea in scienze sociali all’University of Texas di Austin. E lì, partecipando alla vita universitaria, comprende che un possibile sbocco della sua carriera è la politica. Inizia quindi a lavorare per due senatori repubblicani del Texas, Ike Harris e Jerry Patterson, ma è solo il primo passo. Chi ha lavorato con lei la descrive come «piena di energia, infaticabile, pragmatica, senza fronzoli e decisamente con una marcia in più rispetto agli altri». E infatti la Powell entra nel Republican national committee in giovanissima età. Non è un caso quindi che, nella formazione del governo Bush, sia stata notata da Clay Johnson III, il reclutatore della Casa Bianca. La sua esperienza con Bush si rivelerà fondamentale. Powell non ha una formazione economica né finanziaria, ma una dote che in pochi hanno, spiegano persone a lei vicine: «Sa leggere gli avvenimenti, sa tenere i contatti, sa gestire le risorse umane». E sulla base di questo, e degli endorsement della Casa Bianca, nel 2007 entra in Goldman Sachs, dove nel 2010 diventerà presidente della Goldman Sachs Foundation. Sotto la guida di Cohn, suo grande estimatore, lancia due programmi di successo: 10.000 Women e 10.000 Small Businesses. Il primo dedicato a migliorare l’educazione femminile nel mondo e a garantire un equo supporto alle iniziative imprenditoriali delle donne. Il secondo per finanziare piccoli imprenditori di Stati Uniti e Regno Unito. 
Non è però Cohn che l’ha suggerita a Trump. È stato David McCormick, presidente di Bridgewater, uno dei più grandi hedge fund al mondo, a presentare la Powell a Ivanka Trump. Il feeling fra le due è tale che subito dopo le elezioni iniziano a lavorare su iniziative per migliorare l’imprenditoria femminile. E nel mezzo del periodo di transizione tra Obama e Trump spunta il nome della Powell. Trump non ci pensa due volte, non domanda nemmeno il parere di Bannon e la nomina come successore di Podesta,capo dello staff della Casa Bianca. 
In soli tre mesi Dina Habib è però riuscita a fare di più. È riuscita a conquistare la Casa Bianca. Incurante delle feroci discussioni con Bannon, il quale taccia la Powell di essere una serva dei poteri forti, un po’ per il passato in Goldman, un po’ per l’essere nel Council on Foreign Relations, la 43enne ha convinto Trump a moderare i toni sull’immigrazione. Non solo. Quando Bannon è stato defenestrato dal National security council, ha preso il suo posto. 
Come prevedibile, la sua ascesa sta facendo discutere i repubblicani più radicali. Non è visto di buon occhio infatti il governo-ombra moderato e pragmatico che sta creando insieme a Jared Kushner, Mnuchin e Cohn. E Ivanka, ovviamente. Meno estremisti sulle politiche economiche per fronteggiare la riduzione degli stimoli monetari della Federal Reserve e più aperti alla globalizzazione, i cinque stanno lentamente mettendo ai margini l’ala alt-right. E potrebbero creare una connessione anche con Janet Yellen, numero uno della Fed, in modo da garantire solidità nel lungo periodo alla domanda domestica. Quello che serve a Trump per non deludere il suo elettorato.