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 2017  aprile 24 Lunedì calendario

Il personaggio: John Bogle

La società americana di gestione del risparmio Vanguard ha raccolto da sola più di tutti i con correnti, l’anno scorso: 317 miliardi di dollari (al netto dei rimborsi) contro i 186 miliardi degli altri nove giganti di questa industria, da BlackRock a Fidelity, da State Street a Goldman Sachs, secondo il rapporto Global asset flow di Morningstar. 
«Un flusso di soldi di queste dimensioni in una sola società è senza precedenti – sottolinea Alina Lamy, analista di Morningstar —. È dalla crisi finanziaria del 2008 che gli investitori dicono “Non posso controllare il mercato, ma posso tenere sotto controllo quanto pago per le spese dei fondi comuni”. E quando cercano fondi di buona qualità e spese basse, la prima risposta è Vanguard». Cosi’ dal 2010 a oggi questa società ha quadruplicato i patrimoni gestiti, da mille miliardi di dollari a 4.200, di cui circa 3.000 sono investiti in modo «passivo», cioè replicando gli indici del mercato. Finora Vanguard non ha offerto i suoi prodotti direttamente ai risparmiatori italiani, ma fra poco la situazione potrebbe cambiare, come ha detto a L’Economia il portavoce per l’Europa Jonathan Goodstone: «Come parte del nostro impegno a servire gli investitori e abbassare il costo dei loro investimenti, intendiamo aumentare la nostra presenza in Italia e Germania». 
«Non era mia intenzione costruire un colosso, io sono un tipo da piccola azienda, ma a quanto pare quando fai la cosa giusta per gli investitori, i soldi arrivano», dice John Bogle, che ha fondato Vanguard nel 1974 e ora, a quasi 88 anni (li compie il prossimo 8 maggio), è ancora super attivo. Si è ritirato dalla carica di amministratore delegato nel 1999, ma continua a dirigere un centro di ricerca sui mercati finanziari supportato dalla stessa Vanguard e si tiene in forma fisicamente andando in bicicletta e facendo escursioni in montagna. 
Nato nel New Jersey cinque mesi prima del crollo di Wall Street nel 1929, da bambino ha visto gli effetti della Grande Depressione sulla sua famiglia, che in quegli anni perse tutto, compresa la casa. Un’esperienza che ha influenzato l’atteggiamento di Bogle verso il denaro: più conservatore del necessario e molto attento ai costi. 
Un’idea da Nobel 
Laureato nel ’51 in Economia e finanza all’Università della Pennsylvania, Bogle aveva iniziato la sua carriera nel mondo dei fondi comuni lavorando per il Wellington fund, da cui però venne licenziato per aver approvato un’operazione fallimentare. «Il peggior errore della mia vita – confessa —, ma mi ha insegnato molto». L’idea di creare Vanguard gli venne dal Nobel per l’Economia Paul Samuelson, che in un articolo del 1974 aveva supplicato che qualche società di gestione creasse un fondo basato sull’indice S&P500 delle azioni americane, per confrontarlo con i risultati dei gestori attivi. Ma il primo fondo indicizzato lanciato da Bogle nel ’76, il Vanguard 500 index fund, all’inizio fu un disastro. «I broker che accettarono di lavorare alla prima tornata di sottoscrizioni puntavano a 150 milioni di dollari, invece riuscirono a raccogliere solo 11,3 milioni: così poco che non si potevano nemmeno comprare tutte le 500 azioni del paniere S&P – racconta Bogle —. Allora mi proposero di abbandonare il progetto. No, risposi, partiamo da quello che abbiamo. Per la mia testardaggine quel fondo fu deriso come ‘la follia di Bogle’». 
Oggi il Vanguard 500 index fund ha un patrimonio di 311 miliardi di dollari e la sua versione Admiral shares (che richiede un investimento minimo di 10 mila dollari invece di 3 mila, e ha costi ancor più bassi, lo 0,05% invece dello 0,16%) è quella su cui un altro genio della finanza, Warren Buffett, all’inizio del 2008 ha scommesso un milione di dollari: Buffett è sicuro che in dieci anni la sua performance sarà migliore di quella di un fondo di hedge fund creato dalla società di gestione Protégé partners. I conti saranno fatti alla fine del 2017 (quando il milione sarà devoluto in beneficenza), ma sembra già chiaro chi ha vinto: il fondo Vanguard ha guadagnato finora l’85,4% (compresi i dividendi reinvestiti) contro il 62,8% del rivale. 
Passiva e dei clienti 
È un risultato che rafforza la convinzione di Bogle per cui nel lungo termine le gestioni «attive» – che selezionano azioni e bond e scelgono il momento per entrare e uscire dalla Borsa – non possono battere un fondo indicizzato che replica in modo «passivo» l’andamento della stessa Borsa. Un’ulteriore conferma di questa intuizione viene dall’ultima analisi di S&P «Fondi indicizzati contro fondi attivi»: nei 15 anni terminati a fine dicembre 2016 il 95,4% dei fondi azionari americani midcap, il 93,2% degli small-cap e il 92,2% dei large-cap non hanno battuto i loro indici di riferimento.
Se la gestione passiva è ora adottata da molte altre società, la struttura societaria voluta da Bogle per Vanguard è invece rimasta unica: è la sola ad essere posseduta interamente dai risparmiatori clienti, che oggi sono oltre 20 milioni.
Tutti i profitti aziendali quindi vengono ridati ai sottoscrittori dei suoi fondi attraverso riduzioni delle spese, che sono bassissime: lo 0,12% in media su tutti i fondi (sceso dallo 0,70% del ’76) contro una media dell’1% dei concorrenti. «Paghiamo bene i nostri gestori e i nostri dipendenti – precisa Bogle —. Ma nessuno di noi diventa milionario, perché condividiamo i guadagni con i clienti, i cui interessi sono sempre al primo posto». 
Non solo Bogle e i manager di Vanguard non sono «ricchi», ma si tengono ben lontani dagli sfarzi ed eccessi di Wall Street: il campus dove lavorano, immerso nel verde dei sobborghi di Filadelfia, in Pennsylvania, è costruito con uno spirito puritano, frugale e con un design anonimo. 
Da lì Bogle osserva con distacco il nuovo inquilino della Casa Bianca. In 66 anni di carriera ne ha visti 13 di presidenti Usa, insieme a numerose Bolle e crac della Borsa. «I mercati sembrano dirci che vengono alcuni segnali rialzisti dal nuovo governo, determinato a spendere un sacco di soldi – dice Bogle —. Quindi nel breve l’umore è Toro. Ma nel lungo periodo c’è più Orso, perché qualsiasi cosa che aumenta il divario nella ricchezza è negativo per la società americana e per i mercati».