CorrierEconomia, 24 aprile 2017
Questione di(pochi) profitti
Resta sempre il più osannato, il più seguito e il meglio pagato grazie a un contratto monstre sui diritti televisivi che vale dieci miliardi e mezzo di euro in tre anni. Ma anche il calcio inglese registrerà per la scorsa stagione una perdita secca: 312 milioni di sterline prima delle tasse, come ha anticipato il «Financial Times». Colpa della Brexit, o meglio, del crollo della sterlina e dell’obbligo recente di valutare a prezzo di mercato i derivati su dollaro e euro utilizzati dai club per coprirsi sui cambi. Certo, il calcio di Sua Maestà britannica rimane ampiamente il numero uno, ma il suo inaspettato «rosso» di bilancio testimonia quanto sia delicato sotto il profilo economico il giocattolo del football globale.
Fattore spese
Delicato e fragile, come mostra anche il calcio professionistico italiano. Qual è il suo stato di salute? Non
buonissimo, anche se continua a
crescere in dimensione pur arrancando dalla fine degli anni Novanta. Di più: bisognerebbe forse dire
che il calcio italiano è «condannato» a crescere, come una macchina
da soldi che non può fermarsi senza farsi stritolare dai suoi difetti.
Quali? La dipendenza strettissima
dai diritti televisivi. L’assenza di entrate più diversificate. Successi
sportivi rarefatti e relativi incassi
che mancano (gli ultimi exploit sono della Juventus, e solo Roma e Napoli hanno fatto passi avanti europei). Poi il peso eccessivo dei costi del personale, leggasi giocatori. Infine l’indebitamento e la scarsa patrimonializzazione, che tengono molti club in bilico e impediscono investimenti e piani di più lungo periodo. Il tutto malgrado l’influenza positiva delle regole di fair play finanziario, utili a contenere disastri rilevanti ma non del tutto efficaci nello stimolare percorsi virtuosi.
Ma quanto «vale» il calcio italiano e che cosa si può dire del suo bilancio economico? Nell’accezione «larga» si parla di un settore che coinvolge più di un milione di tesserati anche se poi a prevalere sono serie A, B e Lega Pro, con netta predominanza delle prime due. Dal punto di vista dei ricavi l’aggregato dell’industria calcio 2015-2016 è paragonabile a una grande azienda da circa 2,8 miliardi di vendite. Per farsi un’idea: il calcio fattura qualche decina di milioni in più di un affermato brand del made in Italy come Armani, oppure quanto Acea, la società dell’energia del Comune di Roma. Un progresso, comunque, rispetto ai risultati di un anno prima (2,6 miliardi), imputabile all’incremento delle entrate da diritti televisivi per l’avvio del nuovo ciclo del contratto triennale (fino al 2017-2018) e dal venir meno dell’ «effetto Parma», il cui fallimento del 2015 ha ridotto da 20 a 19 i bilanci dei club di serie A, e le rispettive voci da aggregare.
All’aumento stimato delle entrate fa però da contraltare un andamento dei costi che prosegue in linea con quello dei ricavi. I bilanci già noti di cinque grandi club della serie A come Juve, Napoli, Roma, Lazio e Milan evidenziano un rilevante aumento di costi del personale (+8% circa), un segnale non positivo per il sistema. Difficile quindi che ci si possa discostare molto dal trend dell’anno precedente, quando costi operativi, ammortamenti e svalutazioni superarono i 3 miliardi, conducendo serie A, B e Lega Pro a una perdita netta record di 536 milioni. E con i soli costi operativi che coprono le entrate per il 90% sarà altrettanto difficile che i margini lordi (intorno a 300 milioni) consentano di arginare la situazione patrimoniale, con l’equity nel complesso sempre intorno a zero e con la necessità cronica di utilizzare le (rare) ricapitalizzazioni e gli apporti in conto capitale per venire incontro agli obblighi del codice civile, e non portare i libri in tribunale. È vero che negli ultimi anni diversi nuovi investitori stranieri si sono affacciati alla finestra dei club, ultimo in ordine cronologico il gruppo cinese Rossoneri Sport Investment di Yonghong Li, che ha rilevato il Milan.
Ma anche se «questo trend proseguirà in futuro», come sostiene Emanuele Grasso, partner di
Pwc (advisor finanziario del gruppo Suning e di Thomas Di Benedetto nelle acquisizioni di Inter e Roma, e del thailandese Bee Taechaubol nel tentativo di acquisto del Milan) il loro potere finanziario e soprattutto la loro reale volontà di investimento sono ancora tutti da verificare. Nessun fondo lontanamente paragonabile a quello del Qatar e nessuno sceicco Al Thani ha finora pensato di entrare in forze sul mercato italiano.
Controlli
Per contare i «nuovi» arrivati maggiormente attrezzati dal punto di vista economico le dita di una mano sono più che sufficienti: la Suning Holdings Group di Zhang Jindong (conglomerata privata con vendite per 40 miliardi di euro); la famiglia del canadese Joey Saputo (patrimonio accreditato di 5 miliardi di dollari), proprietaria del Bologna; il gruppo finanziario Usa (Raptor Group) che fa capo a James Pallotta, proprietario della Roma. Escluso il manipolo di club maggiori e i loro collaudati azionisti nazionali (tra i quali Agnelli, Della Valle, De Laurentiis) e in un universo in cui la gestione economica di ogni società di calcio fa storia a sé, un modello di gestione assai meno frequente pare essere quello adottato da Torino, Atalanta e Udinese: costi attentamente monitorati e bilanci sotto controllo (e spesso in utile) grazie alla tenuta sportiva e alle plusvalenze realizzate con la cessione dei giocatori più promettenti. Ma tempi necessariamente lunghi, molto lunghi, se il progetto è scalare posizioni per agguantare un ranking internazionale. Già, il confronto internazionale. Impietoso, anche se inevitabile. Nei ricavi, come si rileva dal «benchmarking report» Uefa dello scorso gennaio, gli ultimi sei anni hanno visto la serie A crescere di 380 milioni contro i quasi 2 miliardi dell’Inghilterra, i 900 della Germania e i 550 della Spagna. Il che significa che dal 2009 il club medio della Premier League è cresciuto cinque volte più di quello della serie A. Quanto a debiti la serie A è la seconda più indebitata in valori assoluti (1,14 miliardi), dopo l’Inghilterra e prima della Turchia. Il peso dei diritti televisivi sui ricavi è il più elevato in assoluto, pari al 50% contro il 49% inglese (poco paragonabile però per la disparità di incasso, circa tre a uno) ma soprattutto contro il 36%, 35% e 27% di Spagna, Francia e Germania. Anche il peso degli stipendi della serie A è da record: il 69% delle entrate contro il 61% inglese e il 52% della Germania. Distacchi da colmare, e prima di farlo molti, molti palloni dovranno rotolare dietro la linea del goal.