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 2017  aprile 25 Martedì calendario

Quando le copertine fanno la storia del rock

Non sapevano granché di grafica ma abbastanza di menti sconnesse, Aubrey PO’ Powell, Storm Thorgerson e Peter Christopherson che nel 1968 formarono il collettivo Hipgnosis e insieme, fino al 1982, consegnarono le più strabilianti copertine di dischi, 373 per la precisione, adesso raccolte per la prima volta nel libro Vinyl. Album. Cover. Art (edizioni Thames & Hudson). Un catalogo artistico che celebra l’epoca pre-digitale, quando non esisteva photoshop, ci volevano idee e mesi per realizzarle, e i pasticci irreversibili fatti in camera oscura erano accolti come rivelazioni tecno-psichedeliche. Furono questi tre studenti di Cambridge, stimolati da Syd Barrett, a dare identità visuale ai gruppi rock degli anni ’70, abbracciando noia suburbana, surrealismo (Salvador Dalì, René Magritte e Man Ray erano fonte di ispirazione), pellicola a infrarossi, astrologia, fumetti e un atteggiamento fai-da-te. Fino al 1967 le band si facevano immortalare in banali pose statiche, poi ci pensò Sgt Pepper dei Beatles a ribaltare tutto e la struttura sinaptica dei creativi si armonizzò con la rivoluzione estetica in atto, muovendosi alla conquista di nuovi territori. Allora fu hip’, ciò che è di tendenza, e gnosis’, conoscenza, frase del graffito che i tre trovarono sulla porta del loro appartamento, mistura alchemica di antico e moderno. Il primo ingaggio, da volontari, fu A Saucerful of Secrets’ dei Floyd, seguito da Ummagumma, un errore grandangolare e una pessima illuminazione che creava illusione tridimensionale, in sintonia con la musica stratificata della band. Su Atom Heart Mother campeggiava una mucca. 
SEMPLICITA E POESIA
Niente titolo, intenzioni profonde o messaggi subliminali, solo un semplicissimo bovino, scena rurale per un disco avanzatissimo, ordinaria e quindi spiazzante «Solo i Floyd potevano accettare una cosa così». Il successo arrivò con l’elegante cover di Dark Side of the Moon, 1973, il prisma preso da un libro di fisica. Luce, continua come l’opera musicale contenuta nel vinile che ha venduto 55 milioni di copie. Convinti che l’ego non esiste se non c’è qualcun altro che lo definisce, il trio collaborava nel caotico laboratorio di Denmark Street, avanzava per discussioni e frizioni, mai dettate dal denaro: Storm e Po i visionari hippie, Peter il punk dissacrante. Idearono la copertina di ’Wish You Were Here sul tema dell’assenza, quando Barrett ricomparve agli Abbey Road dopo 7 anni, spettrale e irriconoscibile, una assenza resa più dolorosa dalla sua presenza ammisero. L’artwork, stretta di mano ad un uomo in fiamme, fu realizzato sul retro degli studi cinematografici della Warner Bros, non-luogo per eccellenza. E l’uomo, protetto dall’amianto, si bruciò davvero i baffi, per colpa del vento. 
PORCI CON LE ALI
Vento che creò imprevisti anche sul set di Animals, quando il maiale volante sopra la la centrale elettrica di Battersea, sulle rive del Tamigi, si staccò dalle funi di ancoraggio, fuggì a velocità supersonica verso i corridoi aerei di Heathrow e i piloti se lo videro sfrecciare di fianco in cielo. «Ogni copertina è una lunga storia, libertà totale indifferente alle questioni di marketing», ricorda Po, l’unico sopravvissuto e curatore della mostra floydiana Their Mortal remains a Londra dal 13 maggio «Il nostro mantra era che un disegno dovesse colpire, al di là che fosse legato ai testi, alla musica o al gruppo». Così fecero per Houses of The Holy dei Led Zeppelin, sessione fotografica di dieci giorni al freddo in Irlanda, con due bambini nudi che risalivano il Selciato del Gigante. Trasformarono Mick Jagger in un centauro mezzo caprone in the Goats Head Soup degli Stones (e persero l’incarico per aver osato tanto) e nel 1980 cancellarono il volto di Peter Gabriel sulla copertina di Melt: «Fu molto coraggioso a farsi sfigurare». Lo studio fece copertine memorabili per AC/DC, Black Sabbath, Police, Genesis, T Rex, Who, Paul McCartney. Gli sfuggirono solo i Doors, non avendo previsto la dipartita di Jim Morrison. Le cose erano cominciate a peggiorare nel 1977 con i Sex Pistols e la copertina di Never Mind The Bollocks, un ritaglio di giornale su sfondo rosa costato 2 sterline. Poi fu il turno dei video di MTV, di You Tube, e la copertina non fu più l’unico modo per rappresentare l’identità di un artista. Nell’era degli M3 e dello streaming il suo valore è scomparso del tutto, è diventata accessoria, e sopravvive grazie alla rinascita del vinile.