la Repubblica, 25 aprile 2017
Tutti vogliono Riz Ahmed la star delle minoranze
NEW YORK «IL POSTO in cui ti si nota di più dovrebbe essere il posto in cui stai. Perché è lì che puoi dare il tuo contributo». A parecchi chilometri dal Pakistan, dove la sua famiglia di musulmani indiani è emigrata prima di entrare in Inghilterra negli anni Settanta, negli ultimi dodici mesi Riz Ahmed ha cambiato la temperatura di Hollywood e dell’industria inglese: nella miniserie The night of è uno studente universitario di origine pachistana sospettato di omicidio, dentro l’Alcatraz di Rogue One: A Star Wars story indossa il giubbotto da pilota imperiale Bodhi Rook, dietro il nome da rapper Riz MC firma Immigrants ( We get the job done), una delle tracce più patriottiche del musical di Broadway Hamilton. Se a questo aggiungiamo film post-Snowden come Jason Bourne, oppure Four Lions, commedia su quattro jihadisti inglesi che si preparano a compiere un atto terroristico, e Il fondamentalista riluttante di Mira Nair, nel ruolo di un professore pachistano, ex analista finanziario di Wall Street, costretto a tornare a casa dopo l’11 settembre, lo sguardo di Riz Ahmed diventa un simbolo.
Ai tempi della scuola pubblica scagliava seggiole fuori dalla finestra, a Oxford, dove la percentuale di studenti black e asiatici è molto bassa, ha cominciato a interessarsi di filosofia, politica e hip hop, formando il gruppo Swet Shop Boys. A 34 anni, Ahmed, occhi disubbidienti, mano sul cuore, domina una delle cinque copertine della rivista americana Time, che lo ha inserito nella lista annuale delle 100 persone più influenti al mondo, insieme a Viola Davis, John Legend, Jeff Bezos e Melinda Gates. «I dibattici politici tra Stati Uniti, Europa, Medio Oriente e Asia hanno affilato le nostre lame», scrive la direttrice Nancy Gibbs, «Sembriamo tutti destinati a dividerci».
Il tributo a Riz Ahmed per il Time lo cura il creatore di Hamilton, Lin-Manuel Miranda: «Considero Riz un pioniere, uno che apre una via agli altri» dice il compositore portoricano. «Ha inseguito pressoché ogni passione e opportunità per parecchi anni come attore (il documentario The Road to Guantanamo, Lo sciacallo- Nightcrawler), rapper ( Post 9/ 11 Blues, Englistan) e attivista (ha raccolto fondi per i bambini sfollati e rifugiati in Siria, esortando la Camera dei Comuni britannica a prendere l’iniziativa). Conoscerlo significa esserne ispirati. Il 2016 è stato l’anno in cui i semi che ha piantato sono diventati frutti gloriosi. Questo è solo l’inizio». Ahmed ama mettere in luce il suo lato ribelle: «A Wembley, dove sono nato, e nel mondo, si respira la stessa aria degli anni Trenta. Il rap non basta. Ora è questione di vita o di morte. Dobbiamo darci da fare per combattere il classismo». Parla velocissimo, ha opinioni su tutto. Anche sulla città in cui vorrebbe vivere, da solo o al massimo con il fratello: «Non penso a New York o a Londra, ormai la gentrificazione e la trasformazione socioeconomica hanno appiattito ogni cosa. Il luogo più eclettico? Tokyo. Sono tutti bellissimi, tutto è etnicamente omogeneo». Perché quello che sta più a cuore a Riz Ahmed è la rappresentanza: «Rimprovero il sistema per la mancanza di diversità nell’arte. Le minoranze non hanno voce in capitolo», ha detto ospite del Parlamento inglese. «Se falliamo, siamo costretti ad emigrare in America per cercare lavoro. Ho incontrato produttori e registi nel Regno Unito, mi sono sentito dire: “Non abbiamo ruoli per te, tutte le nostre storie sono ambientate nella Cornovaglia del 1600”». Ora Ahmed sta progettando una serie su tre generazioni di pachistani- inglesi che vorrebbe dirigere da sé: «Dove sono finite le storie inclusive? Non posso rischiare che, in alternativa al cinema, gli adolescenti finiscano in Siria, reclutati dall’Isis».