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 2017  aprile 25 Martedì calendario

Padoan: «Abbiamo fatto tutto quanto era possibile no alla nazionalizzazione»

ROMA «Non c’è alcuna possibilità di una nazionalizzazione. Il governo ha fatto tutto il possibile per facilitare una soluzione». Quando il No al referendum è molto più di una cupa previsione, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan mette in chiaro le regole d’ingaggio di una crisi che sembra condurre Alitalia alle porte del default. Nell’esecutivo si assite come sotto choc a quello che si considera un suicidio collettivo. E infatti, nel bel mezzo dell’emergenza, Paolo Gentiloni sceglie di riunire a Palazzo Chigi una squadra d’emergenza.
La tensione è altissima, nel suo studio. «È come Brexit – azzarda uno dei presenti – e già domattina sindacati e lavoratori si accorgeranno del disastro». La prima reazione è appunto un mix di sconcerto e rabbia: verso l’azienda, verso i confederali, verso i dipendenti che hanno stroncato il piano “lacrime e sangue”. Una volta escluso il salvataggio pubblico, lo scenario più probabile diventa quello di un’amministrazione controllata di sei mesi, anticamera triste della liquidazione. Sotto traccia, però, resta ancora una tenue speranza a cui dedicare ogni sforzo di moral suasion: una ricapitalizzazione dei soci, l’unica strada per dribblare in zona Cesarini il fallimento. Su quest’ultima carta punta il governo, per evitare un baratro occupazionale e nazionale.
Per fronteggiare l’allarme, si improvvisa un consiglio dei ministri in miniatura. Oltre a Gentiloni, ci sono Graziano Delrio e Carlo Calenda. L’ansia è alle stelle, «noi abbiamo fatto tutto – confida ai colleghi il ministro delle Infrastrutture – abbiamo lottato con le unghie per ottenere condizioni migliori per i lavoratori. Hanno detto di no, si assumono una grave responsabilità». Lo stress aumenta quando il ministro del Lavoro Giuliano Poletti consegna al premier un foglietto che contabilizza i costi sociali dell’emergenza: un miliardo di euro – tra ammortizzatori sociali e altre uscite – di cui 500 milioni fin da subito. Una mazzata.
L’elenco di cosa non ha funzionato è lunghissimo. Non è piaciuta la gestione della trattativa da parte dell’amministratore delegato Cramer Ball. Ha sorpreso l’incapacità dei sindacati confederali di prevedere questo testacoda, annunciato invece da quelli autonomi. E poi c’è l’atteggiamento della Uil che ha in mano la rappresentanza dei piloti – che a differenza di Cisl e Cgil ha deluso l’esecutivo: l’accusa, neanche troppo velata, è di non aver remato nella direzione giusta, forse sperando che al No sarebbe seguito una nazionalizzazione.
Tutto comunque adesso è alle spalle, perché di fronte c’è un tunnel senza apparente uscita. Gentiloni non è disposto a mettere sul tavolo neanche una lira in più per Alitalia. «Noi – giurano da Palazzo Chigi – non possiamo fare più nulla». L’unico sentiero percorribile, a questo punto, è il più complicato da realizzare. La speranza è che i soci – e in primis le banche – allentino le proprie posizioni e si decidano a mettere più risorse sul piatto, in modo da evitare l’amministrazione controllata.
Servirebbe innanzitutto il via libera di Unicredit – attestata sulla posizione meno flessibile – che con ogni probabilità porterebbe con sé anche il sì di Intesa.
Nulla di scontato. Anzi, lo scetticismo continua a dominare questo scampolo di trattativa fuori tempo massimo. Già domani dovrebbe riunirsi il cda dell’azienda, anche se nell’esecutivo si punta a uno slittamento a mercoledì per dare più tempo ai soci di riflettere. Più difficile ancora, invece, che nuovi partner scelgano di immettere nuove risorse su una compagnia in grave crisi. Molto più probabile la cessione – pezzo dopo pezzo, aeromobile dopo aeromobile – del vettore tricolore.
La questione è tenuta nella massima considerazione nel governo, perché nessuno nasconde l’impatto occupazionale e strategico della partita. La priorità, adesso, è che gli aerei non restino a terra, perché sulla carta chi possiede Alitalia potrebbe subito optare per la liquidazione. Non accadrà, così almeno giurano i ministri dopo aver sondato informalmente la compagnia. Dovesse strapparsi anche l’ultimo, esile filo, la strada più probabile diventerebbe quella di una breve amministrazione straordinaria. Alla quale seguirebbe un drammatico ping pong delle responsabilità.
Gentiloni è forse il meno propenso ad aprire questo braccio di ferro con sindacati e dipendenti, ma un default assicurebbe certamente questo copione. «Si renderanno conto che l’esecutivo aveva fatto il massimo per i lavoratori – sibilia uno dei ministri – E d’altra parte non possiamo certo mettere altri soldi pubblici: gli italiani ci rincorrerebbero». La battaglia si preannuncia durissima.