la Repubblica, 25 aprile 2017
«Il nostro è un no contro la politica. In qualche modo continueremo»
FIUMICINO «Guarda qui». Maria, la divisa rossa da assistente di volo, allunga il cellulare. C’è un documento che spiega “Perché no!”, una delle decine circolati in questi giorni nelle chat dei dipendenti Alitalia. Primo punto: «Perché la politica vuole che diciamo sì». Ecco come hanno votato le persone radunate qui fuori alla Training Academy, il centro di addestramento di hostess e piloti a Fiumicino, uno dei seggi del referendum. Contro la politica, contro la dirigenza, contro i sindacati che hanno firmato questo accordo. Contro, e domani si vedrà. Lavora in Alitalia da 20 anni Maria, dice che lo stipendio con cui è entrata era più alto di quello che prende oggi, 2mila euro per un part-time. La vittoria del sì glielo taglierebbe ancora: «Preferisco vederli tutti per terra, noi in qualche modo continueremo». Sono in duecento radunati nel piazzale del centro logistico di Fiumicino, il rombo degli aerei in partenza sopra la testa. Sono arrivati alle 17, atterrati con il trolley dai quattro angoli del globo o finito il turno allo scalo. A sera i risultati devono ancora arrivare, lo spoglio avanza lento, circolano foglietti scarabocchiati di cifre. Il no pare in vantaggio, tra chi è qui ha stravinto, ma facce e parole non sono da ultima spiaggia. Tanti hanno portato i bambini, qualcuno è venuto con il cane. Se rabbia è, ha la forma di un sorriso amaro. Si discute: «Blue Panorama è in amministrazione straordinaria danni e non è stato fatto un licenziamento». Una soluzione si potrà trovare, non è il baratro che qualcuno ha invocato, non è la prima crisi da cui si passa. «Il no è per difendere la nostra dignità», dice Cristina, 51 anni, anche lei assistente. «Se vogliono asfaltarci, abbiano il coraggio di farlo loro». Loro, i politici: «Vorrei vederli a stare per diciotto ore su un volo per il Sudamerica». Loro, i vertici “arabi” della compagnia. Nelle famose chat gira un video su Aubrey Tiedt, la famigerata responsabile del servizio clienti: un’annunciatrice del Tg, doppiata da una voce maschile, annuncia che presto lascerà. Segue una serie di volgarità. E tra i “loro” contro cui votare, anche i sindacati: «Hanno smesso di ascoltare la gente», riconosce Simone, 41 anni, che oltre a lavorare nel centro di controllo operazioni, quello che pianifica i turni degli equipaggi, è rappresentante della Uil. Ha votato si, come molti del personale di terra: «Tra i due mali ho scelto il più sicuro», dice. Non è certo che questa volta possa arrivare qualcuno, cioè lo Stato, a salvare la compagnia. «Ma è chiaro che in molti lo pensano anche perché abbiamo vissuto una crisi ogni due anni».
«Non ci controllano più», esulta Fabio Frati del Cub alle 23, quando la vittoria del no sembra sicura e, tra chi è rimasto, parte un applauso. È il sindacato di base, non era alle trattative con azienda e governo, ora è qui ad incassare il dividendo a favore di telecamere. Denuncia pressioni per votare sì dentro i seggi, ma non si trova un lavoratore che confermi. I ragazzi del comitato precari si accodano: «Nei giorni scorsi Alitalia ha chiamato molti di noi proponendo un estensione del contratto se l’accordo fosse passato», dice Giovanna, 37 anni, una delle decine di persone che a forza di rinnovi mensili ha lavorato anni per la compagnia. Versione che Alitalia smentisce. Giovanna stava alla Lounge, racconta dei politici che ogni giovedì sera la invadevano, con i posti riservati sui voli. La colpa è loro e del management di Etihad, dell’ad Ball che era arrivato per risanare e se ne andrà comunque con una buonuscita milionaria. «Hanno svuotato Alitalia dall’interno. Ora pensano di farla fallire? E far volare il Papa e i ministri sui voli low-cost?». No, allora. E domani si vedrà.