la Repubblica, 25 aprile 2017
Se Trump ci chiede più spese militari
Saremo decisivi nel lavoro di stabilizzazione dell’Iraq dopo la sconfitta di Daesh». La frase di Paolo Gentiloni durante la conferenza stampa con Trump è passata quasi inosservata. Ieri il presidente americano si è vantato di avere ottenuto dal premier l’aumento delle spese militari. Ma la trattativa tra Italia e Usa è solo agli inizi.
Dietro la frase di Gentiloni sul «lavoro di stabilizzazione in Iraq» però rischia di materializzarsi un impegno difficile e rischioso. Da tempo infatti gli americani ci chiedono un ruolo chiave nella pacificazione dei territori liberati dal Califfato. E vogliono che ad occuparsene siano i carabinieri.
Il presidente americano si comporta in diplomazia come negli affari: alza il prezzo e cerca di spuntare il massimo. L’insistenza sull’aumento delle spese militari al due per cento del Pil è solo l’inizio della trattativa. Da Roma già hanno messo sul tavolo conti differenti, sommando al bilancio della Difesa i finanziamenti del ministero dello Sviluppo Economico per la produzione di armamenti e il costo delle missioni internazionali: un totale che così supererebbe l’1,4 per cento. Ma per arrivare alla “quota due” degli accordi Nato bisognerebbe aggiungere una decina di miliardi l’anno. Troppo per le nostre casse, di oggi e di domani.
Certo, il Pentagono sa di non potere fare la voce grossa con l’Italia, perché con l’ostilità di Erdogan le basi nella Penisola sono diventate le uniche affidabili in tutto il Mediterraneo: Sigonella, Vicenza e Aviano hanno un valore raddoppiato, che peserà nelle discussioni. Nonostante questo, il governo italiano si prepara a valutare nuove richieste di Washington.
La prima riguarda proprio l’Iraq. Gli Usa non cercano bombardieri né truppe per sconfiggere l’Isis, ma temono quello che accadrà dopo la caduta di Mosul. C’è il rischio che si scatenino vendette tra sunniti e sciiti, tra le tribù che hanno sostenuto il Califfato e quelle che sono state perseguitate. E che da questo innesco, scomparso il nemico comune, si accenda un rogo di violenza tale da azzerare le istituzioni di tutto il Paese.
L’unico antidoto è quello di costruire un corpo di polizia in grado di mantenere l’ordine nelle regioni sottratte allo Stato islamico. Un corpo federale, che risponda al governo centrale ma sia composto di agenti provenienti da quei territori, in grado di garantire l’ordine e respingere attacchi terroristici. Insomma, un po’ poliziotti e un po’ soldati: quello che appunto sono i carabinieri.
All’interno della Nato vengono ritenuti la forza ideale per le operazioni di “pacificazione”. Nella scuola di Vicenza insegnano a personale di venti nazioni come fronteggiare la stabilizzazione delle crisi. E hanno un’esperienza unica nel creare dal nulla reparti di gendarmeria, superando le differenze tribali e religiose, senza apparire come “occupanti coloniali”: qualcosa che americani e britannici non riescono a fare.
Adesso in Iraq ci sono circa duecento carabinieri: tra curdi e iracheni, finora hanno addestrato 6900 agenti e proprio la scorsa settimana si è concluso un corso per 33 ufficiali donna della polizia di Bagdad. Per il prossimo futuro Washington sogna uno schieramento dell’Arma molto più massiccio, perché c’è da presidiare una regione devastata con due milioni e mezzo di abitanti. E contrariamente ad oggi, vorrebbe affidare all’Arma pure il “mentoring”: i carabinieri dovrebbero accompagnare le reclute durante i pattugliamenti sul campo. Un po’ come accadeva nelle strade di Nassiriya prima della strage del 2003: un attentato che ha mostrato quanto siano pericolose queste missioni, portando l’Italia a prediligere l’uso dell’Esercito e dei convogli blindati.
Pure in Afghanistan gli Usa potrebbero chiederci uno sforzo in più. Anche lì, abbiamo la spedizione più numerosa dopo quella a stelle e strisce: 950 militari. Negli ultimi tre anni sono rimasti chiusi nella base di Herat dove istruiscono i cadetti dell’esercito afghano, ma negli scorsi mesi elicotteri Mangusta e forze speciali sono tornati in azione nella zona di Farah, assediata dai talebani. Mentre i fanti di Kabul combattono e muoiono con eroismo, ci sono grandi problemi con l’Anp, la polizia nazionale assai meno efficace e leale. Per questo gli americani ipotizzano di sostituirla con un nuovo corpo federale. Un compito che sperano di delegare ai carabinieri, che dovrebbero studiare l’organizzazione e addestrare i ranghi. Attività ad alto rischio, perché andrebbe condotta proprio mentre la resistenza fondamentalista è ovunque all’assalto.
Infine c’è la Libia, dove gli Usa si limiteranno ai raid contro l’Isis e le formazioni qaediste: la stabilizzazione del Paese tocca a noi. Esclusi interventi militari diretti, pure lì c’è bisogno di far risorgere strutture in grado di ridare sicurezza alla popolazione e spingere verso una forma di unità nazionale. A Roma all’inizio del mese le tribù del Sud hanno firmato un accordo di pace, fondamentale perché offre l’occasione per controllare il confine da cui passa la rotta dei migranti. Per renderlo concreto, però, bisogna inventare una guardia di frontiera. Da formare rapidamente, magari con il contributo dell’Europa sul modello di quello che già si sta tentando in Niger.