Corriere della Sera, 25 aprile 2017
C’è un’ombra ferita ma non è don Milani
Ci sono scrittori che hanno ottenuto molto più di quel che meritavano. Altri hanno avuto molto meno. Tra questi c’è Silvio d’Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni, nato nel 1920 a Reggio Emilia e morto nel 1952. I suoi saggi sulla letteratura straniera tornano adesso pubblicati da Corsiero Editore («Contea inglese», a cura di Andrea Casoli). Il suo capolavoro è un romanzo breve, «Casa d’altri», definito da Montale un racconto perfetto. È un libro fatto di aria, dallo stile tanto trasparente quanto è oscura la sua materia psicologica, senza un intreccio complesso. L’opposto di quel che si richiede oggi a un romanzo. Nessuna azione, nulla di trascinante nella trama. In un paese di montagna dove «si vive e basta» e dove le vere padrone sono le capre, c’è un anziano prete che conosce Zelinda, una vecchia lavandaia la quale, da credente (non più praticante), chiede al sacerdote se il suicidio, in ogni sua forma, infrange le regole della Chiesa. Tutto qui? Tutto qui. Si rimane sospesi su quella richiesta assurda che sconvolge la vita del povero curato in crisi di vocazione, finché qualcosa accadrà. Un racconto di misteri e di atmosfere. Giorgio Manganelli lo definì una tragedia teologica, esattamente come Michela Murgia, recensendolo su «Pagina 99», ha definito il nuovo romanzo di Walter Siti, «Bruciare tutto», il cui protagonista è pure un prete alle prese con un problema di coscienza, anzi con una colpa. Non so se don Leo, il protagonista di Siti, condivide il pensiero dell’io narrante di d’Arzo: «Le parole fanno vergogna». In genere la letteratura d’oggi non ha nessuna vergogna delle parole, anzi non di rado sono le parole ad avere vergogna di chi le usa. E ciò che piaceva a d’Arzo, lo «stare sull’argine» dello scrittore, si è capovolto nello «stare sulla scena il più possibile». Nuoce purtroppo alla lettura di «Casa d’altri» il fatto di non aver mai provocato, nelle sue diverse (e sfortunate) edizioni, nessuno scandalo (il suo protagonista non dà segni di pedofilia), ma potrebbe giovargli finalmente il rilancio della figura del sacerdote in ambasce. Potrebbe essere questo il suo momento. Anche d’Arzo del resto è un’«ombra ferita», come il don Milani che campeggia nella dedica di «Bruciare tutto». Tratta probabilmente da un bellissimo incipit di Giovanni Raboni: «Ombra ferita, anima che vieni / zoppicando, strisciando dal tuo fioco / asilo a cercare nei sogni il poco / che rosicchio per te all’andirivieni / dei risvegli e degli incubi...».