Corriere della Sera, 25 aprile 2017
Obiettivamente Giulia
A marzo i giornali pubblicarono la storia di una quarantenne padovana che denunciava di avere bussato invano alla porta di ventitré ospedali, prima che quello della sua città si dichiarasse disposto in extremis a farla abortire. All’anonima signora i media imposero il nome di Giulia. Se ne occupò anche un Caffè, che nel titolo faceva il verso a quello di un popolare romanzo di Sveva Casati Modignani: «Disperatamente Giulia». La magistratura è giunta alla conclusione che la legge non è stata violata: Giulia presentò la richiesta il 15 dicembre e venne operata il 12 gennaio. Tanto è bastato all’assessore regionale alla Sanità e agli ultrà antiabortisti per dichiarare che tutta la storia era falsa. Una bufala confezionata dai soliti radical chic per screditare i medici veneti.
Frequento poco gli chic (preferisco gli choc), ma non posso escludere che nei loro salotti si trami giorno e notte contro i medici veneti, tra un calice di champagne millesimato Macron e una tartina servita da clandestini nordafricani in divisa. Ma, almeno stavolta, non si tratta di una tartina di bufala. Il giudice ha riconosciuto che l’aborto è avvenuto presso l’ospedale di Padova nei termini di legge. Ma non ha negato che Giulia, presa dal panico perché i giorni passavano e nulla succedeva, abbia chiamato altri ventitré ospedali e incassato altrettanti imbarazzati rifiuti. Era questa la ragione per cui la sua storia era finita in prima pagina. E per cui ci finisce anche oggi.