Il Sole 24 Ore, 25 aprile 2017
Startup dell’e-commerce. La Cina supera gli Usa
Fra il 2012 e il 2016, lo attesta un nuovo rapporto di CB Insights, le società private (startup, joint venture e spin off) che operano nel commercio elettronico hanno raccolto complessivamente oltre 46,7 miliardi di dollari di investimenti, divisi in poco meno di 3.900 operazioni. La notizia, importante, che accompagna lo studio è la seguente: la Cina ha superato gli Stati Uniti per numero di società di e-commerce capaci di portare a casa finanziamenti per oltre 100 milioni di dollari. Della settantina di realtà che compongono la lista, quelle cinesi sono infatti più di un terzo (25 per la precisione, il 36%) e fra i nomi più importanti spiccano quelli di China Internet Plus (gigante del discount nato dal merge fra Meituan e Dianping, che ha ricevuto 3,3 miliardi), Koubei, frutto del sodalizio fra Alibaba e Ant Financial Services Group e oggetto lo scorso gennaio di un round da oltre un miliardo di dollari, e Qudian (grande retailer digitale di dispositivi di elettronica), che ha raccolto più di 960 milioni. Se guardiamo agli Usa, le aziende più virtuose sono i marketplace online Carvana (935 milioni) e Wish (719 milioni). Il terzo bacino più florido per gli specialisti dell’e-commerce è l’India. Dieci le compagnie che hanno incassato più di 100 milioni e gli esponenti più illustri sono Snapdeal e Flipkart; quest’ultima ha ricevuto nel complesso più di 4,6 miliardi di dollari e di questi circa 1,4 miliardi sono arrivati a marzo grazie ad eBay, Tencent Holdings e Microsoft. Poche, pochissime (otto in tutto) le aziende europee inserite nella hit di CB Insights, fra cui le tedesche Westwing Home & Linving, Home24 e Auto1 Group e le britanniche The Hut Group (611 milioni raccolti) e FarFetch. Di società italiane, come immaginabile, non c’è traccia.
C’è però un rovescio della medaglia. I casi di “downround”, e cioè di finanziamenti conclusi con una valutazione (dell’azienda) inferiore a quella attribuita in precedenti round, non sono rari. Ne sono state interessate per esempio la stessa Flipkart (scesa in valore da 16 a 11,6 miliardi dal 2015 a inizio 2017), Global Fashion Group (sede in Lussemburgo) e Souq.com, di Dubai, acquistata di recente da Amazon per alcune centinaia di milioni di dollari rispetto al miliardo di valutazione originale. Fare margini nell’e-commerce è difficile e anche per questo il consolidamento in forma di fusioni e acquisizioni è diventato un tema comune per le startup capaci di arrivare all’exit. Parliamo per esempio di Jet.com e Dollar Shave Club negli Usa (acquistate, nel 2016, da Walmart e da Unilever per 3,3 miliardi e un miliardo di dollari rispettivamente), la sopracitata Souq.com in Medio Oriente e Lazada (controllata da Alibaba Group) a Singapore. I nuovi merchant possono ovviamente sperare di essere oggetto di operazioni simili e il caso di Chewy, retailer online nato nel 2011 e acquisito la scorsa settimana dal colosso degli articoli per animali Petsmart per 3,35 miliardi (la cifra non è stata ancora ufficializzata), ne è una prova. La strada da seguire per le startup che orbitano nell’e-commerce potrebbe però essere un’altra. “Il tema della vera innovazione è nei processi di logistica e di delivery, la digitalizzazione del retail ha impattato soprattutto la fase di selezione e acquisto del prodotto e molto meno quella della gestione, della consegna o del ritiro del pacco, che rimane un’attività completamente fisica”, spiega al Sole24ore Antonio Perini, Ceo di Boox e Milkman. L’e-commerce, insomma, soffre di un collo di bottiglia che solo intervenendo sulla supply chain si può risolvere per elevare il servizio offerto al consumatore.