Il Sole 24 Ore, 25 aprile 2017
Ankara, doppio ricatto
Con la soluzione della vicenda di Gabriele Del Grande non finiscono i ricatti di Ankara. La sua liberazione non deve scivolare nel trionfalismo che di solito accompagna vicende di questo genere. Hanno liberato un collega che forse poteva essere espulso ma non detenuto: in 14 giorni di carcere non gli è stato notificato alcun reato. Lo scopo era lanciare un avvertimento ai giornalisti stranieri: non vi vogliamo tra i piedi. Erdogan, rafforzato dal referendum presidenziale, non ama i giornalisti: dietro le sbarre ce ne sono 150, un record mondiale, e molti altri sono stati obbligati all’esilio per sfuggire l’arresto e pesanti condanne.
Altri sono sotto processo: per 16 di loro è stato chiesto l’ergastolo. Dozzine di testate sono state chiuse
da una magistratura epurata e addomesticata dopo il fallito golpe.
Cosa accadrebbe se Erdogan facesse approvare un referendum sulla pena di morte, come ha già minacciato? Quali pene sarebbero imposte, ovviamente non solo ai giornalisti ma anche i leader del partito curdo Hdp e dell’opposizione, da mesi in carcere? Cerchiamo quindi di essere sobri perché qui c’è ben poco da festeggiare. Le nostre autorità hanno dimostrato la consueta pazienza e saggezza di fronte a un governo capace di cambiare persino le norme elettorali mentre si votava approvando come valide 2,5 milioni di schede assai dubbie, come del
resto ha testimoniato il rapporto dell’Osce.
Il ricatto di Ankara non finisce qui per due motivi. Il primo è che con l’accordo sui migranti firmato con l’Ue tiene sulla corda Bruxelles con la minaccia di riaprire la rotta balcanica.
Il secondo è che l’America di Trump è corsa a congratularsi con Erdogan dopo il voto di un referendum contestato.
Siamo alla solita realpolitik con il fiato corto. Gli Usa hanno bisogno della Turchia, membro della Nato, per controbilanciare la Russia e Assad in Siria e rafforzano un autocrate che ha imboccato una deriva mediorientale. Washington intende contenere l’influenza della mezzaluna sciita di Teheran appoggiando il fronte sunnita, guidato dai sauditi, e le richieste israeliane. In questa fase di lotta l’Isis e definizione di nuove sfere di influenza in Medio Oriente, Erdogan fa comodo agli interessi strategici ed economici occidentali, nonostante questo significhi scendere a patti con stati che hanno usato i jihadisti che dovremmo combattere, fonte di ispirazione del terrorismo in Europa. Accettiamo Erdogan come del resto avevamo accettato Saddam o Gheddafi. Il refrain è “non ci sono alternative”, salvo poi intervenire militarmente o con altri mezzi con esiti disastrosi.
Nel rapporto con la Turchia l’Italia deve stare attenta. I turchi non hanno dimenticato il caso Öcalan, quando nel ‘98 il leader del Pkk trovò rifugio qui da noi. Il caso Del Grande fa parte di una lunga sequenza che potrebbe influire anche su affari importanti delle aziende italiane. I turchi non tollerano, per esempio, che i comuni italiani diano la cittadinanza onoraria a Öcalan: ce lo hanno già detto senza giri di parole.
Il dossier non è chiuso.
È consigliabile dunque festeggiare il ritorno di
Del Grande con consapevolezza. Evitiamo il solito circo mediatico e facciamo invece qualche cosa di concreto per la libertà di stampa in Turchia: la vita dei
colleghi turchi vale quanto quella di Gabriele, non dimentichiamoli.