ItaliaOggi, 25 aprile 2017
Diritto & Rovescio
Gianni Boncompagni, da poco scomparso, era un goliardo impenitente. Non solo sul lavoro ma anche nella vita privata. Si accompagnava del resto a dei tizi che te li raccomando, come l’architetto (si fa per dire; anche se lo era sul serio) Mario Marenco. Casinisti nati, come del resto lo avevano abbondantemente dimostrato ad Alto gradimento di Arbore, dove recitavano senza copione, en nature. Boncompagni aveva vissuto a lungo in Svezia dove si era sposato con una locale dalla quale aveva avuto tre figlie. Parlava quindi speditamente lo svedese. Mi raccontò, facendomi sbellicare dal ridire, che una sere andò al Colosseo con Marenco. Lì agganciò delle giovani svedesi alle quali disse che voleva imparare come dicevano luna, casa e così via, in svedese. Lui ripeteva con fatica. Loro correggevano. Ma poi imparò in fretta. Dopo mezz’ora di lezione, Boncompagni si mise a parlare svedese perfettamente. Le svedesi rimasero stupite. E lui spiegava: «Sapete, noi italiani siamo portati alla lingue». E lo diceva in svedese, ovviamente.