La Gazzetta dello Sport, 25 aprile 2017
25 aprile. Neri il partigiano, storia del mediano che sfidò i fascisti
«Berni» era stato nominato vicecomandante del Battaglione Ravenna da poco più di un mese. Il suo capo era «Nico», un tipo tosto. Guidavano un gruppo di venti uomini, nascosti tra le montagne dell’Appennino tosco-emiliano, più o meno sulla Linea Gotica. Il loro compito era recuperare ciò che gli aerei alleati lanciavano sul Monte Lavane: viveri, munizioni. Dovevano prelevare quei sacchi, portarli al rifugio e distribuirli tra le varie brigate che abitavano quei luoghi. Era l’estate bollente del 1944, l’ultima estate di guerra.
INFERNO La mattina di lunedì 10 luglio «Berni» e «Nico» uscirono in perlustrazione. Gli americani avevano sganciato durante la notte, bisognava verificare che il sentiero fosse libero. Si avventurarono nel bosco e camminarono per un paio d’ore fino a che non arrivarono vicino all’Eremo di Gamogna. Videro i sacchi lanciati dagli alleati, fecero per avvicinarsi quando una raffica di mitra li costrinse a nascondersi. Furono 4-5 minuti di battaglia, «Berni» e «Nico» spararono, cercarono di indietreggiare e guadagnare tempo, ma i nazisti li braccarono. Nessuna pietà, due colpi in testa e i loro corpi restarono sul selciato, a pochi passi dalla chiesa.
AL SERVIZIO «Nico» era Vittorio Bellenghi, ex ufficiale del Regio Esercito, fedele al re e non certo ai fascisti di Mussolini e alla Repubblica di Salò. «Berni», invece, era il nome di battaglia di Bruno Neri, di professione calciatore. All’inizio terzino e poi mediano. Prima di tornare a casa, sul campo del Faenza, indossò le maglie del Livorno, della Fiorentina, della Lucchese e del Torino: 219 partite in serie A, 3 presenze in Nazionale. Non uno qualunque. Avrebbe potuto imboscarsi, come fecero tanti suoi colleghi, e aspettare la fine della guerra, ma lui non era fatto per aspettare. E non era fatto per chinare il capo e chiudere gli occhi. Scelse di giocare un’altra partita: mise la sua vita al servizio della libertà. L’ultima volta che lo videro in città fu il 7 maggio: allo stadio era in programma Faenza-Bologna, valida per il campionato di guerra Alta Italia. «Berni» perse 3-1, rientrò a casa, mise due stracci in un sacco, salutò e disse: «Vado a fare il mio dovere».
SALUTO Paura non ne aveva. Nel 1929 la Fiorentina lo pagò al Faenza diecimila lire, contava molto su di lui. Il presidente viola, il marchese Ridolfi, un reazionario vecchio stampo, voleva che la sua squadra fosse il simbolo del regime fascista che imperava. Fece costruire il nuovo stadio, quello che oggi è il Franchi, e lo intitolò a Giovanni Berta, spietata camicia nera della prima ora. Il giorno dell’inaugurazione tutti i giocatori, schierati al centro del campo, fecero il saluto romano rivolti alla tribuna delle autorità. Tutti tranne uno: Bruno Neri. Lui non condivideva, non si piegava. Il marchese Ridolfi andò su tutte le furie per quel mancato gesto, ma siccome Neri era bravo non prese provvedimenti. Sapeva che il ragazzo, dopo gli allenamenti e dopo le partite, frequentava il Caffè Giubbe Rosse, aveva contatti con giornalisti e intellettuali, gli piaceva l’arte e s’interessava pure di letteratura. Un tipo fuori dagli schemi. Non sarebbe mai diventato un perfetto fascista, e non lo diventò nemmeno quando il commissario tecnico Vittorio Pozzo lo convocò in Nazionale nel 1936, per la sfida con la Svizzera. La Gazzetta dello Sport scrisse: «Giocatore serio, coscienzioso, tenace. Si è meritato di arrivare alla meta a cui aspirava». Si era nel periodo d’oro del calcio italiano e gli azzurri, da Meazza a Piola, erano i campioni di cui il regime aveva bisogno per fare propaganda e diffondere il verbo. Nonostante l’ambiente nel quale visse e l’aria che respirò, lui mai deviò dalla sua idea. In quel tempo un suo cugino, Virgilio Neri, che faceva il notaio a Milano, gli parlò dei nascenti movimenti antifascisti e, se mai ce ne fosse stato bisogno, lo convinse del tutto.
SCELTA Dopo aver visto con i suoi occhi lo sbarco degli Alleati in Sicilia, nell’estate del 1943, e lo sfaldamento dell’esercito di cui faceva parte, si avvicinò all’ORI, Organizzazione Resistenza Italiana, una formazione vicina al Partito d’Azione e sovvenzionata dai servizi segreti americani. Il calcio, in quel tempo, era poco più di un diversivo, un modo per far passare le ore tra una riunione politica e l’altra. La sfida, ora, era un’altra: cacciare i nazisti dall’Italia, liberarla e ripulirla dagli orrori della guerra. Diceva sempre, prima di andare in campo: «Quando si riceve la palla, bisogna aver già deciso come giocarla». Bruno Neri fece la scelta, decise come giocare la palla ed è grazie a uomini come lui se oggi viviamo in un Paese libero.