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 2017  aprile 24 Lunedì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - BORSE EUFORICHE DOPO IL PRIMO TURNO FRANCESEREPUBBLICA.ITMILANO - L’euro sale con le Borse del Vecchio continente, calano nettamente gli spread di Italia e Francia rispetto ai titoli di Stato tedeschi

APPUNTI PER GAZZETTA - BORSE EUFORICHE DOPO IL PRIMO TURNO FRANCESE

REPUBBLICA.IT
MILANO - L’euro sale con le Borse del Vecchio continente, calano nettamente gli spread di Italia e Francia rispetto ai titoli di Stato tedeschi. Dopo le grandi sorprese di Brexit e di Donald Trump, le previsioni dei sondaggisti e dei mercati sono state rispettate nel primo turno delle elezioni francesi: la vittoria di Emmanuel Macron, in vantaggio di oltre due punti percentuali sull’antieuropeista Marine Le Pen, viene giudicata sufficientemente rassicurante in vista del secondo turno del 7 maggio. Un margine di vantaggio, unito all’immediata indicazione di Fillon e Hamon di votare per il candidato di En Marche!, che sembra rasserenare sulla prospettiva di una stabilità per l’Unione europea.

MACRON vs LE PEN: i programmi a confronto

"I sondaggi indicano Macron davanti a Le Pen in vista del secondo turno", scrivono a caldo dallo staff macroeconomico di Abn Amro. "Una presidenza Macron è ora altamente probabile. La sua agenda di riforme e consolidamento dei conti è ’market friendly’", aggiungono dalla banca olandese suggerendo che "i titoli di Stato francesi, l’euro e la propensione al rischio trarranno beneficio da questo primo turno, sebbene il mercato già scontasse parte dell’esito" del voto. Da Credit Suisse arrivano a definire "non solo neutrale, ma estremamente positiva per l’Europa una presidenza di Macron", che potrebbe rilanciare a pieno il progetto comunitario. Come notano da Fidelity, sintetizzando molte posizioni similari, con un’affermazione del candidato centrista i mercati tornerebbero a valutare l’Europa per i suoi fondamentali economici e per i risultati delle sue aziende. Ma, ammonisce Mark Phelps di AllianceBernstein, i guadagni odierni rischiano di esser un’arma a doppio taglio: una - ad oggi clamorosa, accreditata del 30% di possibilità - vittoria di Le Pen al secondo turno aprirebbe un baratro sotto i listini. Primo effetto visibile sui mercati finanziari è stato in effetti il rafforzamento dell’euro nei confronti del dollaro, con la divisa unica capace di raggiungere i massimi da cinque mesi con un balzo del 2 per cento in area 1,1 dollari. La valuta europea ha poi moderato il rialzo portandosi in area 1,087 dollari (da 1,07 di venerdì). L’apprezzamento dell’euro sullo yen è arrivato a quota 119,7. I mercati azionari europei hanno chiuso in forte rialzo: Milano si porta a casa un +4,77% trainata dal comparto bancario con Unicredit e Ubi Banca in grande spolvero: il Ftse Mib recupera i livelli del gennaio 2016. Per altro, oggi a Piazza Affari è una giornata di stacco di dividendi (tra gli altri Eni, Mediolanum, Cnh, Fineco e Prysmian) con un effetto stimato sull’indice principale del -0,49%. Parigi è balzata del 4,14%, Francoforte aggiunge il 3,37% e segna i nuovi massimi di sempre, Londra il 2,1%. Alla chiusura delle Borse europee, anche a Wall Street i listini sono in rally: il Nasdaq segna un nuovo record storico (+1,1%) e il Dow Jones aggiunge l’1%.

La distensione si vede anche sui titoli di Stato dell’Eurozona. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi, nonostante la bocciatura dell’agenzia di rating Fitch al Belpaese arrivata venerdì in tarda serata, crolla di una quindicina di punti base e si porta in area 185 punti. Ancora più ampia la riduzione della forbice tra i decennali francesi e tedeschi, con il relativo differenziale che precipita in area 50 punti dopo aver superato quota 70 nelle scorse sedute. Il Tesoro ha intanto piazzato sul mercato Ctz a 24 mesi per 2 miliardi, a un rendimento lordo del -0,075%, in aumento di un punto base rispetto all’asta precedente; venduti anche Btp indicizzati a 5 anni per 737,55 milioni, con un rendimento sceso di ben 24 punti allo 0,14%. Infine nell’l’asta di Btp indicizzati a 15 anni (scadenza 15 settembre 2032) l’importo è stato di 512,45 milioni e il rendimento lordo dell’1,36%.

Il balzo dell’euro a seguito del primo turno francese, poi in parte rientrato

Condividi   L’oro (bene rifugio per eccellenza, acquistato a piene mani in momenti di incertezza) ha perso il suo appeal alle notizie provenienti da Parigi, cedendo l’1% in area 1.270 dollari l’oncia. Da Pioneer avvertono comunque che resta il rischio di un incremento della volatilità,
"visto il numero di sfide geopolitiche ancora in gioco" e di conseguenza suggeriscono di guardare ancora al lingotto come forma di copertura. Altro segnale di fiducia nelle sale operative è arrivato dai rendimenti dei titoli di Stato americani (anch’essi un porto sicuro in giorni di tensione), che risalgono. Tra gli addetti ai lavori, nota Reuters, l’attenzione si sposta già verso le rinnovate scaramucce tra Corea del Nord e Usa, mentre gli Stati Uniti hanno necessità di licenziare la legge sul rifinanziamento delle attività amministrative per non incorrere nel loro congelamento ("shutdown") dal prossimo 29 aprile.

Alla Borsa di Tokyo, l’indice Nikkei ha terminato gli scambi in rialzo dell’1,37%. Diverso il discorso sul mercato cinese, dove c’è stato un crollo azionario in scia alle preoccupazioni degli operatori per la stretta in vista sulle operazioni di trading a leva nel disegno governativo di ridurre i rischi finanziari. La Borsa di Shanghai ha perso l’1,37%, quella di Shenzhen il 2,44%.

Debole il petrolio: quando i mercati europei si avviano a chiusura il barile di Wti cede lo 0,5% in area 49,3 dollari e il Brent lima lo 0,4% sotto 52 dollari.

Al di là delle reazioni al voto francese, l’agenda italiana si concentra sul referendum di Alitalia dal cui esito dipende - come hanno detto molti esponenti politici - la sopravvivenza della compagnia. Da segnalare il balzo dell’indice Ifo, che misura il clima di fiducia delle imprese in Germania, salito ad aprile a 112,9 punti dai precedenti 112,4, in una settimana densa di eventi che vede tra le altre cose in agenda un board della Bce e il Pil degli Stati Uniti. Secondo i dati Eurostat, il deficit/Pil dell’Eurozona è sceso nel 2016 all’1,5% e il debito all’89,2%. In Italia i dati sono rispettivamente del 2,4 e del 132,6%. Negli Usa, l’attività economica nazionale tracciata dall’indice della Fed di Chicago segna il passo in marzo a +0,08 punti.

PEZZO DI CAZZULLO STAMATTINA SU CDS

Elezioni presidenziali francesi: ballottaggio, il 7 maggio, tra Marine Le Pen («libererò il popolo») ed Emmanuel Macron («si volta pagina»). Per la prima volta da quando esiste l’elezione diretta del presidente (De Gaulle-Mitterrand, 1965), la destra repubblicana non è presente al ballottaggio. Il candidato del partito socialista al governo esce umiliato, molto sotto il 10%. Marine Le Pen coglie il frutto di un lungo percorso e arriva al massimo storico, sia pure senza sfondare. Il suo è un risultato importante, che va preso molto sul serio, che lascerà il segno, ma andrà verificato alla prova del ballottaggio. Il ritornello delle prossime due settimane è già partito: «La candidata del popolo contro il candidato del sistema». Emmanuel Macron compie un mezzo miracolo: a 39 anni, alla prima campagna elettorale della vita, senza esperienza politica tranne i due anni passati al ministero dell’Economia in un governo impopolare, il candidato riformista, favorevole all’integrazione europea, uscito dalla grande scuola dell’Ena, ex banchiere, contraddice tutti i segni del tempo e affronta in prima posizione il ballottaggio; dove dovrà compiere l’altra metà del prodigio.

La partita è aperta, ma il pronostico è chiaro. Stasera Macron diventa ufficialmente l’uomo da battere. Il primo a destra a esprimersi in suo sostegno è Christian Estrosi, presidente della Regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra, uomo di Sarkozy. Il secondo è il premier socialista, Bernard Cazeneuve. Poi tocca al candidato Ps, Benoît Hamon. La nipote di Marine, Marion Maréchal-Le Pen, ha buon gioco a prevedere che «l’intera classe politica francese si mobiliterà contro mia zia. Vedremo se il popolo sceglierà lei o la casta».

Poi interviene François Fillon. Ha gli occhi lucidi. Lo si attendeva furioso per l’occasione perduta; appare provato, spento, rassegnato. Liquida in poche parole — «troppi ostacoli» — quella che ritiene una manovra contro di lui, architettata da settori dei servizi legati agli inquilini passati o presenti dell’Eliseo. Invita il partito a restare unito: dopo le presidenziali verranno le legislative di giugno; i repubblicani battuti stasera potranno avere la maggioranza in Parlamento. Ma prima bisogna eleggere un presidente. Nei giorni scorsi Fillon aveva attaccato soprattutto Macron, «l’impostore». Stasera si scaglia contro Marine e il suo partito «estremista, fondato da Jean-Marie Le Pen nel segno della violenza e dell’intolleranza, con un programma economico che porterebbe la Francia al fallimento, anche a causa dell’uscita dall’euro. Non c’è altra scelta che votare contro l’estrema destra. Io voterò Emmanuel Macron». Dalla sala si levano qualche fischio e molti applausi. Alla Porta di Versailles, dove sono riuniti i sostenitori di Macron, si alza un boato. Lui si affaccia dal balcone, accanto alla biondissima moglie sessantenne Brigitte, a salutare i militanti, che intonano la Marsigliese.

Marine Le Pen ricorre al trucco pesante per nascondere la stanchezza. Più passano gli anni più somiglia al padre. È sorridente, non raggiante. Stringe un mazzo di rose blu. Con la voca roca da fumatrice rivendica a sé la «responsabilità immensa della difesa della nazione francese, della sua unità, della sua sicurezza, della sua indipendenza». L’alternativa è chiara: o lei o «i sostenitori del mondialismo, del denaro-re, dell’immigrazione di massa, della libera circolazione dei terroristi». Poi chiude con l’ennesima svolta: una citazione di Charles De Gaulle, bestia nera del padre. Come a dire: la candidata neogollista al ballottaggio c’è, e sono io. Alla Bastiglia estremisti di sinistra che protestano contro di lei si scontrano con la polizia. Macron saluta dal predellino dell’auto, fa il segno della vittoria, la moglie lo invita a scendere per stringere la mano ai militanti.

Jean-Luc Mélenchon, giacca abbottonata sin sotto il mento tipo Cina della Rivoluzione culturale, è molto meno netto di Fillon. Rifiuta di dare subito indicazioni di voto. Annuncia una consultazione online. Ammiratori in lacrime lo ascoltano a pugno chiuso.

Macron parla per ultimo. È l’unico ad avere alle spalle anche la bandiera europea, e a citare l’Europa, cinque volte: «Dobbiamo rifondarla». Arriva mano nella mano con Brigitte, commossa; con lei sale sul palco. Strizza l’occhio alla folla: «Voila!». «Oggi, domenica 23 aprile, il popolo di Francia ha parlato…». Legge un testo scritto. Cita tutti i candidati eliminati. È attento a non commettere errori. Rigido come un prodotto di laboratorio. Lunghe pause. Si umanizza solo quando la folla invoca la moglie. Contrappone patrioti e nazionalisti: «Ricostruire la speranza francese» conclude, quasi urlando.

L’ex premier di destra Juppé si schiera «senza esitare» contro Marine per salvare la Francia «dal disastro». Il presidente Hollande tace. Si esprimerà presto, e inviterà a votare Macron. L’avrebbe fatto già prima, se non avesse temuto di nuocergli. Il ballottaggio non è scontato. Non ci sarà certo il plebiscito che nel 2002 riportò Chirac all’Eliseo con l’82,2%. Una parte dell’elettorato di destra ha già votato Macron al primo turno; un’altra parte lo sosterrà al secondo; ma molti si asterranno o appoggeranno Marine. Che tenterà di attrarre anche una parte dei voti di protesta andati ieri a Mélenchon. Le incognite sono molte. Un eventuale dossier contro Macron, più volte paventato durante la campagna, anche da lui stesso. Un colpo di coda del terrorismo. L’astensione crescerà. Però non sembra che Marine abbia alle spalle quella spinta popolare che le servirebbero per arrivare al 51%. Il primo sondaggio le attribuisce il 38, forse sottovalutandola. Ma una sua vittoria a questo punto sarebbe una sorpresa clamorosa.

La vita per Macron però non sarà facile. Se anche andrà all’Eliseo, avrà bisogno di una maggioranza all’Assemblea nazionale per governare. È molto difficile che il suo neonato partitino possa farcela da solo. I socialisti sono destinati a una diaspora: una parte andrà con lui, un’altra con Mélenchon, un’altra ancora cercherà di serrare le file. Fillon, Juppé, Sarkozy sono delegittimati, ma il loro partito resta il più forte sul territorio. Si va verso un governo di coalizione. Un intero sistema politico è crollato; la storia di Francia si è messa in moto. E questo 2017, che doveva segnare la vittoria dei populisti in Europa, ne sta confermando la forza, ma forse ne sta preparando la sconfitta.

ATTALI PER MACRON

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

PARIGI Se Emmanuel Macron si è affacciato alla politica ed è diventato prima consigliere dell’Eliseo, poi ministro e adesso probabile presidente della Repubblica, lo deve a Jacques Attali. Economista, saggista e romanziere, Attali fu uno degli uomini più vicini a François Mitterrand e ha sempre coltivato un gusto bipartisan che nel 2008 lo portò a collaborare anche con l’allora presidente Nicolas Sarkozy. Per redigere il rapporto «Liberare la crescita», Attali si avvalse dell’aiuto di un giovane, brillante e sconosciuto prodotto dell’Ena, la scuola dell’élite francese: Emmanuel Macron. A pochi minuti dall’annuncio dei risultati, il 73enne Attali parla con un certo orgoglio del suo pupillo.

Come si sente in questo momento?

«Molto felice. Il primo posto di Macron è un risultato insperato fino a poche settimane fa. L’unico pericolo adesso è pensare che sia già finita e non concentrarsi abbastanza per vincere anche al ballottaggio del 7 maggio. La prima partita è stata vinta ma adesso se ne apre un’altra. Bisognerà giocarla con intelligenza e attenzione alle ragioni dell’altra Francia, quella che esiste e che ha votato per Le Pen».

Che pensa delle prime prese di posizione degli altri candidati sconfitti?

«Sono molto colpito dal fatto che abbiano tutti, tranne Mélenchon, fatto dichiarazione di voto per Macron contro Marine Le Pen. Torna una sorta di fronte repubblicano contro l’estrema destra, e vista la velocità con cui si sta formando stasera, immagino che resisterà fino al 7 maggio. Comunque, attenzione a considerare i giochi già chiusi».

Crede che Macron riuscirà a trovare una maggioranza in Parlamento?

«Visto l’allineamento di tanti leader degli altri partiti, da Fillon a destra a Hamon a sinistra, immagino di sì. Vedremo forse una coalizione, un’unione di forze diverse per sostenere il presidente».

Quale Francia ha votato per Emmanuel Macron?

«La Francia pro-Europa, la Francia moderna».

Che significa «Francia moderna»?

«Molto semplicemente, la parte di Paese convinta che le cose possano andare meglio domani, che l’avvenire possa e debba essere migliore del passato. Gli elettori di Marine Le Pen sperano nel ritorno a un’epoca che non esiste più, e che non potrà mai più tornare. Il mondo interconnesso è una realtà irreversibile. Macron può contribuire a governarlo e non subirlo».

C’è una parte di soddisfazione personale nel vedere il suo giovane collaboratore avvicinarsi all’Eliseo?

«Certamente. Dopo quel lavoro insieme sono stato io a presentarlo a François Hollande nel 2010, e quando Hollande è diventato presidente lo ha chiamato come consigliere. Devo riconoscere che provo un certo orgoglio nell’avere capito per primo che Emmanuel era un ragazzo di grandi qualità».

Quali sono le maggiori qualità di Macron?

«Molto competente, serio, intelligente, aperto, capace di ascoltare gli altri e quindi in grado di prendere il meglio da chiunque, che sia di destra o di sinistra non importa. Sarà un presidente straordinario».

Quali sono le misure nel suo programma che la convincono di più?

«Ha centrato le aree dove bisogna intervenire per rilanciare la Francia. Ovvero la scuola, in particolare quella materna, e poi le misure per formare e rimettere nel mondo del lavoro i troppi disoccupati che ancora ci sono in Francia. Un insieme di protezione e di accento posto sulle responsabilità individuali. Il suo sussidio per i disoccupati non è assistenzialismo, è formazione seria per renderli in grado di trovare un posto. E poi l’idea di puntare sull’Europa a partire dalla difesa comune, che è un progetto ormai pronto a essere varato, nonostante il disastro rappresentato dalla Brexit».

Il primo posto di Macron è una risposta anche alle potenze, dalla Russia di Putin agli Stati Uniti di Trump, che sembravano preferire Le Pen o semmai François Fillon?

«In questa fase degli equilibri internazionali, molti hanno interesse a distruggere il polo di potere rappresentato dall’Unione Europea. Andrebbe a vantaggio delle altre sfere di influenza, e per ogni singolo Paese europeo sarebbe una catastrofe. Ma né i russi né gli americani possono votare alle elezioni francesi. E stavolta questa è stata una grande fortuna».

Stefano Montefiori

MARINE LE PEN

HENIN-BEAUMONT (Francia) Musica trionfante, gioco di luci, sventolare di bandiere blu: «Oui, je suis le peuple». Sono il popolo dice Marine Le Pen, da questo capannone freddo nella desolazione del suo feudo, Hénin-Beaumont, Nord Pas-de-Calais, un tempo miniere e fabbriche, oggi abitato da Christine, 46 anni, infermiera disoccupata, che grida la Marsigliese, applaude, e poi si intimidisce: «Non so dire come, ma vincerà».

Marine al microfono ringrazia quelli come lei, «la prima tappa è superata», ora però bisogna «liberare tutto il popolo». Appello ai «patrioti sinceri»: «Da ovunque provengano, per chiunque abbiano votato, senza pregiudizi, li accoglieremo fraternamente, unità nazionale per la sopravvivenza della Francia». A metà discorso è già cominciata la campagna per il ballottaggio. Citazione da De Gaulle, rapida conclusione: «Viva il popolo francese, viva la Repubblica, viva la Francia».

«Siamo molto contenti», dice in tv il suo più fidato consigliere, Florian Philippot. Il trionfo era ieri sera o mai più. Il risultato del 22,1% è straordinario, senza precedenti. Ma la presidente del Front National aveva bisogno del massimo per consolidare la leadership: passare al secondo turno e in testa. Perché poi il 7 maggio è quasi impossibile farcela. Gli elettori, pur devoti, son sempre quelli, intorno ai 7 milioni. L’Eliseo si vince con 14-16 milioni di schede. Come farà l’estrema destra a conquistarle?

Interessante quello che risponde al Corriere il sindaco di Hénin-Beaumont, Steeve Briois, esponente di spicco dell’Fn: «Dovremo cercare di radunare la metà dei francesi — e fin qui è scontato — faremo campagna per convincere chi non l’ha votata. Faremo appello, per esempio, alla gente che ha scelto Mélenchon (il candidato di estrema sinistra della «France Insoumise», ndr ) — questo è il passaggio chiave, ecco a chi parlava Marine —: abbiamo molti punti in comune. Sarà davvero una campagna antisistema».

Sarà, però, tutta in salita, altre due settimane in cui bisognerà stringere i denti.

Racconta ancora il sindaco Briois che Marine ha passato ieri una giornata tranquilla, «rilassata». Ha votato in tarda mattinata al seggio allestito alla scuola Jean-Jacques Rousseau, vestita di bleu marine, il colore della campagna. Ha pranzato col primo cittadino, non ha tradito tensione. Ha scritto il discorso con ottimismo. La più citata nei social, il maggior numero di like alla pagina Facebook nel corso della giornata.

Eppure le voci interne al Front National, appena alla vigilia del voto, parlavano di una leader stremata da una corsa partita troppo presto. Marine paradossalmente ha sofferto i sondaggi che l’hanno data lungamente favorita. Ha subito le tensioni tra le due anime del partito, quella contaminata dal gollismo di Philippot; quella tradizionalista della nipote deputata Marion Maréchal-Le Pen, sulla linea del vecchio Jean-Marie.

Ha accettato di farsi radiografare nei dettagli. Sappiamo che ha virato al blu nell’abbigliamento nonostante una preferenza per la marca più vivace Desigual; siamo stati informati delle sue preferenze in tv (la serie Downtown Abbey) o del suo gusto per la carne al sangue, sebbene in campagna sia stata costretta a nutrirsi di tramezzini a bordo dei treni.

Ha sprecato energie nel tentativo di conquistare i voti dei Républicains delusi da François Fillon, candidato che però non ha potuto attaccare fino in fondo, perché uno scandalo analogo di impieghi fittizi ha lambito anche il suo partito.

Ha fatto errori, qualche gaffe, segnali di stanchezza. Si è lasciata influenzare dai sondaggi «qualitativi» che indicavano la base confusa dai discorsi economici suggeriti da Philippot, ha svoltato negli ultimi dieci giorni sui «fondamentali» del Front National: lotta all’immigrazione e paura dell’Islam. Ha tuonato contro i terroristi all’indomani dell’attentato sugli Champs-Elysées.

Ma in queste due settimane dovrà andare ben oltre: contro di lei si sta già ricompattando il fronte «repubblicano e democratico» che sbarrò la strada a papà Jean-Marie, nettamente battuto da Jacques Chirac nel 2002.

EMMANUEL MACRON

PARIGI «Sognare, sognare, sognare, sognare» ripete a raffica — in italiano — la voce meccanica che sopra la musica techno tiene la sala in caldo, in attesa che arrivi il vincitore. Quello è il punto: Emmanuel Macron cerca di fare sognare i francesi, di farli guardare con speranza e fiducia al futuro, senza paura. Anche in questo la contrapposizione con Marine Le Pen è totale: nei comizi del Front National prevale la rabbia di chi grida on est chez nous! , «questa è casa nostra!», un grido disperato e incredulo di chi sente che le cose gli stanno sfuggendo di mano, perché il lavoro non si trova o è precario, o perché gli stranieri gli sembrano più rivali che collaboratori.

Anche stasera, al Parc des Expositions, c’è l’altra Francia, quella che davvero — prima di Macron — stava venendo sommersa. Anni di battaglia culturale condotta — e quasi vinta — dal Front National, hanno convinto tutti che il Paese fosse terrorizzato perché in crisi di identità, tormentato dal «declinismo» cioè la certezza di andare verso il peggio, incapace di adeguarsi al nuovo mondo globalizzato, e aggrappato ai suoi miti stanchi: una laicità che era più una difesa dall’islam che tutela della separazione tra religione e vita pubblica, uno Stato sociale traballante, una «grandeur» ormai svanita da decenni. Intellettuali e scrittori, da Alain Finkielkraut a Eric Zemmour, da Michel Onfray a Michel Houellebecq, hanno descritto — ognuno con modi e talenti diversi — una Francia smarrita, martoriata dal politicamente corretto, dal fondamentalismo islamico, dal terrorismo, dal neo-liberalismo egoista e anti-popolare, una Francia dimenticata e ignorata dalle élite. E invece, la Francia sommersa era un’altra, insospettata fino a un anno fa quando Emmanuel Macron ha fondato il suo movimento «En Marche!» tra i sorrisi perplessi di chi la considerava una follia da ragazzino viziato.

La Francia che tutto sommato ancora funziona, dei giovani che studiano con successo e conquistano posti di lavoro in patria o a Londra o anche nella Silicon Valley, e delle persone più mature per le quali il passato non è il paradiso perduto descritto da Marine Le Pen ma l’epoca dei nazionalismi che hanno provocato milioni di morti nel XX secolo.

Ecco, per Macron e per chi vota per lui il XX secolo è finito da un pezzo, e per fortuna. Quando il probabile futuro presidente francese sale sul palco, finalmente, ben dopo le 22, sventolano i tricolori francesi ma anche tante bandiere europee, che restano il simbolo più inaudito e potente in una fase storica come questa. Nessuno, a parte Macron, ha avuto il coraggio di rivendicare la voglia di definirsi europei e il rilancio dell’Unione, proprio quando ogni uomo politico, a livello nazionale o locale, è tentato di dire «colpa di Bruxelles» per coprire ogni manchevolezza.

«Ce l’abbiamo fatta. Ci siete riusciti, grazie a una volontà accanita e benevola», dice Macron, ed è vero: in mesi di comizi sempre affollati in giro per la Francia, non si è mai vista rabbia ma ottimismo, benevolenza, fiducia. «Oggi ho votato per la prima volta alle elezioni presidenziali», dice Edoardo Goldstein, 19 anni, italo-francese, studente alla Bocconi di Milano e volontario per Macron. «E ho votato per lui in modo convinto perché è stato l’unico a fare una campagna positiva, non contro i valori degli altri ma in favore dei propri, prima di tutto il rilancio dell’Europa». Accanto a Edoardo c’è un altro studente della Bocconi, Louis Poinsignon, anche lui volontario per Macron perché «è nuovo, è al di fuori del sistema dei partiti tradizionali, e il fatto che possa prendere le buone idee sia a destra che a sinistra è un’ottima cosa, non è schiavo di ideologie del passato».

La sfida per Macron adesso è convincere tutta la Francia e non restare ancorato all’immagine di candidato di chi è ottimista (e ci mancherebbe) perché ce l’ha fatta e perché può fare studiare i figli nelle migliori scuole. Tutti buoni, così, ad amare l’Europa e la società aperta. Per questo nel suo programma Macron insiste tanto sulla scuola nelle zone disagiate, sulla protezione sociale, sulle misure per formare e aiutare i disoccupati. Chiude il discorso giurando di essere l’uomo «dei patrioti, non dei nazionalisti». Andrà tutto bene, solo se sarà così per tutti i francesi.

FUBINI

Emmanuel Macron sembra vicino all’Eliseo, e di questi tempi è la sola novità in Europa in grado di suscitare altrettanta soddisfazione a Roma, a Berlino e a Bruxelles. Non solo perché è disinnescato così il rischio di un ballottaggio alle presidenziali francesi fra due populisti come Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon. Il sollievo di queste ore nel resto dell’Unione Europea ha anche ragioni specifiche per il profilo politico di Macron: molti nelle altre capitali lo conoscono e ciascuno lo immagina sulle proprie posizioni, prima che il (probabile) prossimo leader francese mostri che non intende allinearsi del tutto né con l’Italia, né con la Germania, né con la Commissione Ue di Jean-Claude Jucker.

Il curriculum europeo del 39enne favorito delle presidenziali in realtà è breve, visti anche i suoi 39 anni. Ma la sua rete di relazioni è ramificata grazie anche una selezione accorta di collaboratori da sempre impegnati nel progetto europeo: tutti scelti strettamente per le loro capacità, mai per l’appartenenza tribale alla cerchia di più fedeli al leader, e spesso profondamente radicati nel sistema europeo. Jean Pisani-Ferry, primo consigliere economico di Macron (e oggi potenziale uomo di punta nella squadra di governo di Parigi), ha fondato insieme a Mario Monti e diretto per anni il centro studio bruxellese Bruegel grazie al finanziamento di Germania, Francia e Italia. Pisani-Ferry ha lavorato nella Commissione Ue e dedica da decenni la sua attività di economista a rafforzare l’architettura dell’euro.

Profonda conoscitrice sia dell’Italia che della Germania — e forte di rapporti preziosi in entrambi i Paesi — è poi Sylvie Goulard, l’incaricata degli affari europei della campagna di Macron. Eurodeputata per i liberal-democratici, co-autrice di un libro sull’Europa assieme a Monti, Goulard è potenzialmente un’altra figura influente nel prossimo governo francese. La predilezione di Macron per i collaboratori capaci di leggere dall’interno le istituzioni di Bruxelles del resto era emersa subito, quando da ministro dell’Economia chiamò fra i suoi collaboratori Shahin Vallée, consigliere economico dell’allora presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy.

Macron si affaccia dunque in Europa con un profilo e una squadra in grado di rassicurare gli interlocutori. Piace in Italia e in Germania la disponibilità che ha mostrato a dare alla Francia un ruolo maggiore nella gestione dei flussi migratori. Rassicura la Commissione Ue e in parte Berlino l’impegno a riportare il deficit pubblico di Parigi sotto il 3% del reddito dopo dieci anni. E conforta Angela Merkel l’appoggio del grande favorito per l’Eliseo alla linea dura della cancelliera tedesca sulla Russia. Dopo gli anni di François Hollande, vissuti a Berlino come un incubo per l’inconsistenza del leader di Parigi, il dialogo franco-tedesco per garantire il futuro dell’euro ripartirà. L’Italia ne sarà un tema, uno di quelli sui quali un compromesso fra Parigi e Berlino diventa determinante. In Germania è evidente la tentazione di adottare un approccio intransigente; a Parigi invece non si dimentica che il sistema bancario transalpino è esposto sull’Italia per circa 260 miliardi di euro e grandi gruppi francesi come Lvmh, Kering, Engie, Carrefour o Lactalis hanno forti investimenti nel Paese. Una nuova crisi finanziaria a sud delle Alpi costerebbe molto cara anche al sistema-Francia.

Questo non significa che Macron sia in sintonia con le critiche che dall’Italia tutti i partiti fanno piovere su Bruxelles: non lo sarà probabilmente mai. Alla Germania chiederà invece di fare più investimenti pubblici, mentre la Francia e il Sud Europa risanano e affrontano riforme. Così Parigi potrebbe tornare a essere un punto d’equilibrio tanto essenziale nell’area euro da poter candidare il governatore della Banque de France François Villeroy de Galhau, a dispetto di Berlino, alla guida della Banca centrale europea quando Mario Draghi si ritirerà nel 2019.

Di certo tutti in Europa si sentono sollevati, per ora. Da stamani, probabilmente, lo saranno anche i mercati azionari, dei titoli di Stato e il tasso di cambio dell’euro.