Libero, 22 aprile 2017
Consoli ha sfasciato una banca e pretende 3,5 milioni di Tfr
E come dargli torto? Se la banca per la quale hai lavorato vent’anni ha firmato una liquidazione da 3,65 milioni e dopo un anno e mezzo te ne ha pagati solo 150mila che fai? Ti rivolgi al Tribunale del Lavoro e chiedi il saldo di 3,5 milioni. Tutto regolare, naturalmente, se il protagonista non fosse Vincenzo Consoli, ex amministratore delegato e direttore generale di Veneto Banca che, con la sua gestione scellerata è finita in dissesto. L’istituto con sede a Montebelluna, attraverso il Fondo Atlante, è già costata, insieme alla cuginetta Popolare di Vicenza, 3,5 miliardi al sistema finanziario italiano. Ora si prepara, sempre insieme a Vicenza, a chiedere il saldo di oltre sei miliardi direttamente allo Stato. Insomma, se i giudici accoglieranno la richiesta andrà a finire che la liquidazione a Vincenzo Consoli dovremo pagarla noi italiani.
Certo la sentenza non sarebbe molto popolare. Il crac provocato dall’ex dominus di Veneto Banca è già costato parecchio. Gli 87mila soci hanno perso 5 miliardi. Ad alleggerire la perdita non sono certo bastati i 248,5 milioni rimborsati dal nuovo consiglio d’amministrazione. La transazione è stata accettata da poco più di 54.300 soci. Tantissimi, ma non quanti speravano i promotori. D’altronde come non capire la delusione: chi aveva comprato le azioni Veneto Banca a 40,7 euro si è visto riconoscere qualche spicciolo in più di sei euro. Il 15% dell’investimento.
È andata molto meglio a Consoli. Prima dell’arresto (tre mesi di arresti domiciliari per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza) incassava 75mila euro di stipendio netto al mese oltre ai bonus annuali. Complessivamente 1,2 milioni l’anno. Si spostava con il Learjet della banca costato 10 milioni e rivenduto di recente a 4,3. In ufficio mostrava orgoglioso la «Veduta del canale di Mazzorbo» di Guglielmo Ciardi valutato 300mila euro e un «Rio dei mendicanti» di Francesco Guardi da 600mila. Anche nella vita privata non se la passava male considerando che al momento delle manette gli è stato sequestrato un patrimonio di 45 milioni.
Il suo potere, come quello di Gianni Zonin a Vicenza, si basava sui crediti facili e soprattutto sulle operazioni «baciate». Ai clienti che volevano un prestito veniva anche chiesto di acquistare azioni della banca. Operazione tanto più facile considerando che si trattava di titoli non quotati. Semplice manovrare le quotazioni con un doppio risultato: la clientela era convinta di aver fatto un ottimo affare e le autorità di vigilanza erano tranquille (o forse cieche). Fino al crac che ora imporrà l’intervento dello Stato.
A questo punto c’è da chiedersi se, per i banchieri di Veneto Banca, varrà il tetto dei 240mila euro imposto ai dipendenti pubblici. Per il consiglio d’amministrazione dell’istituto di Montebelluna sarebbe una grave perdita. Dalle tabelle allegate al bilancio risulta che l’amministratore delegato, Cristiano Carrus gode di un trattamento economico pari a 900mila euro come Consoli cui si sono aggiunti ulteriori 225mila euro per la carica di amministratore delegato. Turbolenta, e costosa, la girandola di presidenti prima e dopo l’ingresso del Fondo Atlante: Pierluigi Bolla per 125 giorni ha portato a casa 168mila euro (l’emolumento su base annua era fissato in 360mila euro). Il suo successore Stefano Ambrosini in carica 100 giorni, ha incassato 122mila euro. Infine Beniamino Anselmi, presidente indicato da Atlante e dimesso dopo nemmeno 150 giorni è stato ricompensato con poco più di 100mila euro. Nel frattempo, infatti, il consiglio di amministrazione da lui stesso presieduto aveva ridotto i compensi ed eliminato il gettone di presenza. Nel complesso, durante il terribile 2016, Veneto Banca ha sborsato 2,1 milioni per il Cda e 2,7 milioni per l’alta dirigenza. Non proprio quattro soldi.