Libero, 22 aprile 2017
Perché Putin ce l’ha con Geova
Con una sentenza destinata a fare scalpore la Corte Suprema russa, giovedì scorso, ha decretato la messa al bando in tutta la Federazione russa dei Testimoni di Geova, bollandoli come «organizzazione estremista». Vengono condannati quasi fossero jihadisti, con il sequestro di tutte le loro proprietà e lo scioglimento della loro filiale di San Pietroburgo e 396 sedi regionali iscritte nella Federazione. Viene impedito loro di parlare della loro fede e riunirsi nelle loro sale.
Un’ingiustificata repressione della libertà di culto, dominata non da una logica giuridica ma da criteri di puro calcolo politico. L’iniziativa del Ministero della Giustizia viene definita «estremamente preoccupante» dagli esperti dell’Onu, secondo cui «questo processo è una minaccia non solo ai Testimoni di Geova, ma alla libertà individuale in generale nella Federazione russa». Roman Lunkin, direttore dell’Istituto di Religione e Legge di Mosca, ha affermato che l’obiettivo è quello di «sopprimere tutte le organizzazioni non governative» che rispondono a una sede in un altro Paese. Nel caso dei Testimoni, gli Stati Uniti.
La messa al bando della loro fede offre materia d’amara riflessione: la difficoltà di molti Stati (non solo in Russia per dire il vero) a essere neutrali ed equidistanti rispetto alle diverse maniere in cui si esprime la vita spirituale dei singoli.
Sembrava che il governo russo postsovietico, si fosse aperto a un moto di risveglio laico che dissolvesse qualsiasi tipo di discriminazione verso una molteplicità di etnie e religioni diverse nel suo vasto territorio. Con la sentenza di questi giorni la Corte Suprema ha dimostrato un opaco offuscamento dell’idea di giustizia, un atteggiamento di gretta intolleranza, lesiva dei diritti fondamentali di una comunità religiosa minoritaria che rappresenta in Russia un insieme di persone valutabili, fra militanti e simpatizzanti, intorno ai 300.000, (in Italia 450.000, più di venti milioni in 240 nazioni).
Stando così i fatti se ne ricava un impressione ben precisa: l’intervento del «braccio secolare» si traduce in un abuso che nega il diritto dei fedeli di vivere secondo regole, scelte, principi dettati dalla propria coscienza. Abuso dissimulato pretestuosamente dall’esigenza d’ordine civile e di legalità attinenti al rapporto che i Testimoni avrebbero con lo Stato e le sue leggi. Di qui la necessità di discriminarli ed emarginarli in un clima di odio e sospetto, non tanto per i loro convincimenti religiosi ma perché «estremisti religiosi», «sediziosi», «terroristi». In altre parole criminali. Il paradosso è che sono noti in tutto il mondo per l’atteggiamento pacifico e non violento come obiettori di coscienza. I Testimoni non votano e non partecipano alla vita politica e alle cerimonie patriottiche, l’antidoto contro ogni forma di estremismo.
Purtroppo quelli che sono disposti a morire per la loro fede (i testimoni furono martirizzati sotto il nazismo e il comunismo), sono spesso sospettati di essere una «minaccia per l’armonia della società». Spesso presentati sotto falsa luce nell’immaginario di molti che non li conoscono, vengono dipinti pregiudizievolmente come una sorta di setta clandestina. Visto che la realtà è molto diversa, viene da pensare che il vero bersaglio sia il loro proselitismo (fastidioso per le religioni dominanti), che si vuol reprimere escogitando falsi pretesti basati su accuse risibili.
Da parte loro sono fermamente determinati a continuare la loro evangelizzazione, qualunque cosa possa succedere. Se la sentenza di colpevolezza che verrà discussa in appello entro un mese non verrà annullata, si rivolgeranno alla Corte Europea di Strasburgo per i Diritti umani. In un loro volantino diffuso in Russia in milioni di copie riassumono la loro determinazione con queste parole: «La repressione non avrà mai successo. Non smetteremo di parlare con gentilezza e rispetto di Geova Dio e della sua Parola, la Bibbia. Non smettemmo sotto l’orribile persecuzione della Germania nazista, non abbiamo mai smesso durante i tempi bui della repressione nel nostro Paese, e non smetteremo ora». Il portavoce della comunità russa Yaroslav Sivulskij, ha detto: «Andremo in prigione di nuovo, perché non possiamo smetteredipregare,obbediamoaDio non agli uomini».
Si dimentica e disconosce che i Testimoni di Geova, pur nella loro atipicità e diversità, sostengono valori etici e biblici fondamentali. Pur senza volerli incensare, si deve ammettere che, anche se vi sono forti critiche nei loro confronti, peraltro provenienti spesso dalle religioni «istituzionali», si leggono nel contempo, espressioni di apprezzamento da persone al di sopra di ogni sospetto.
I critici e gli oppositori dei Testimoni non dimentichino che quando un governo limita la libertà di una fede, ha il potere di limitare la libertà di qualsiasi fede. Se è vero che ognuno ha le sue opinioni e ha il diritto di non ascoltare o criticare opinioni religiose diverse, è anche vero che lo Stato non dovrebbe avere l’autorità di omologare le coscienze. Se qualcuno commette reato ne risponda personalmente.
Al di là delle loro idee, dovremmo avere tutti un debito di gratitudine verso i Testimoni di Geova. Lottano con grande fede per la libertà di culto e non si sono mai lasciati intimorire da qualsiasi forma di potere. Quando loro vincono, vinciamo tutti, quando perdono, perdiamo tutti.