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 2017  aprile 23 Domenica calendario

I principi fanno i conti

«Signore si nasce e io lo nacqui, modestamente», recitava il grande Totò nei panni del barone Ottone Spinelli degli Ulivi, detto Zazà, nobile in povertà in piena età giolittiana. A inizi Novecento il Regno d’Italia era ancora ben saldo, come le gerarchie sociali. E anche se il titolo di barone era il più basso nella scala nobiliare, appena sopra quello di nobile, Zazà se ne fregiava con spocchia. All’opposto di quanto faceva Totò con quello, ben più di rango, di principe. Che lungi dall’essere un soprannome scherzoso (il “principe della risata”) gli fu riconosciuto dal Tribunale di Napoli nel 1946 insieme a una sfilza di altri titoli come conte e duca. E ancora oggi, a 70 anni dalla fine della monarchia nel nostro Paese, i titoli nobiliari sono tutt’ altro che passati di moda. Lo certifica il nuovo numero della Rivista del Collegio Araldico, nella quale compare uno studio che mette chiarezza sulla situazione degli italiani dal sangue blu. 
È conte il titolo più comune in
Italia, con ben
664 casate che
possono fregiarsi sul campanello di ingresso di
questo riconoscimento forse obsoleto ma sempre di gran fascino. Anche se a
stupire è la quantità di principi
(ben 108) superiore a quella di duchi (solo 72), titolo di un grado meno importante del precedente. Pochi invece i patrizi (119) e i baroni (208) rispetto ai più importanti marchesi (351), mentre il titolo di nobile spetta a 475 famiglie. In totale sono 1.997 i ceppi nobiliari dei quali si hanno notizie precise nella XXV edizione del Libro d’Oro della Nobiltà italiana su una totalità di 5.865 ceppi elencati ma con dettagli insufficienti per rientrare nello studio. E dal momento che i dettagli devono essere forniti dalle stesse famiglie interessate, questo è il segno che essere nobile ormai conta ben poco. 
LO 0,25 DEGLI ITALIANI 
Ancora più complesso è capire a quante persone fisiche corrispondano questi numeri: gli autori dello studio propongono una cifra che si aggira intorno alle 150mila persone. 
In pratica lo 0,25 per cento della popolazione italiana. Anche se nell’Italia repubblicana il sangue blu non è più una cosa della quale vantarsi. E del resto nella Costituzione entrata in vigore il 1 gennaio 1948 si disponeva che «i titoli nobiliari non sono riconosciuti» e semplicemente «i predicati di quelli esistenti prima del 28 ottobre 1922 valgono come parte del nome». A conti fatti, ostinarsi a mantenere un titolo nobiliare non serve poi a tanto. 
Ma non è sempre stato così, perché un tempo essere nobili aveva numerosi vantaggi. Soprattutto economici. Secondo un editto dei Savoia risalente al 1576, a ogni titolo corrispondeva un reddito che la propria terra doveva garantire annualmente: a un marchese 5.000 ducati e a un conte 3.000 ducati. Mentre nei Paesi Bassi nel 1664 un barone aveva diritto a 6.000 fiorini, un marchese o un conte a 12.000 fiorini e un duca o un principe a 24.000 fiorini. Per dare un’idea dei valori di queste cifre, nel 1500 un capitano di una guarnigione guadagnava 200 ducati all’anno, mentre alla fine nel 1600 nella ricca Amsterdam solo 259 famiglie su 200mila abitanti dichiaravano un patrimonio superiore ai 100mila fiorini. 
PRIVILEGI 
I nobili dunque potevano godere di un tenore di vita nettamente superiore rispetto alla media della popolazione. 
Uno studio interessante sarebbe piuttosto individuare oggi, da un punto di vista economico, cosa sia effettivamente rimasto di quella nobiltà. Se cioè sia decaduta solo in quanto a valore del titolo, o anche in quanto a valore dei beni posseduti. E la risposta forse ci arriva direttamente dalla commedia italiana. Come il conte Raffaello Mascetti di Amici miei, nobile cresciuto nella ricchezza e poi decaduto, ma aiutato economicamente dai compagni di scorribande. Mentre i nobili di oggi sono gli arrivisti superiori del vessatissimo ragionier Ugo Fantozzi: tutti duca conte Barambani, ai quali vengono aggiunti improbabili titoli e appellativi, da megapresidente galattico a direttore naturale gran mascalzon. lup. man. pezz. di merd. 
Senza dimenticare naturalmente (il rischio altrimenti è essere crocefissi in sala mensa) il direttore totale dottor ing. gran mascalzon di gran croc. Visconte Cobram o il gran maestro dell’ufficio raccomandazioni e promozioni Cavalier Catellani. Perché in fondo in questo Paese, come diceva Totò in Miseria e nobiltà, nei panni del finto principe Casador, l’importante è «non farsi riconoscere per quelli che siamo».