Libero, 24 aprile 2017
«Ho fatto divertire l’Europa e l’ho unita più io della Ue»
«Denis!». «Attention! Un, deux, trois, pffff». Chi ha avuto la fortuna di vivere negli anni ’80 e ’90 non potrà dimenticare quella conta seguita da un fischio che inaugurava ogni gara della trasmissione Giochi senza frontiere, evento tv cult dell’estate capace di raggiungere, nel periodo d’oro, fino a 20 milioni di spettatori. A sollecitare il fischio del giudice Denis Pettiaux era Ettore Andenna, mitico presentatore italiano, conduttore Rai della versione italiana di Gsf (o Jsf, come recitava il logo dell’edizione internazionale per ben 12 edizioni.
Andenna è lontano dalla tv da oltre vent’anni, vive nel Monferrato e si dedica ad altro («Gioco a golf, leggo molto e aiuto mia moglie a portare avanti il suo allevamento di polli»), ma in cuor suo sogna il grande ritorno alla guida del programma che lo ha reso noto. E che potrebbe rinascere già il prossimo anno. «Sono stato contattato dai produttori francesi di The Biggest Game Show in The World, l’equivalente di Gsf», ci dice, «i quali intendono riproporre l’edizione italiana, e hanno subito pensato a me. Ne hanno parlato con Mediaset, vediamo cosa ne viene fuori». Intanto l’Ebu (European Broadcasting Union) sta lavorando a sua volta a un format che si chiamerà Eurovision Super Games e dovrebbe vedere la luce nel 2018, ricalcando il modello di Giochi senza frontiere, con alcune varianti. «Il cambio di nome è inevitabile», dice Andenna, «visto che fino al 2020 la Rai è proprietaria del marchio Gsf. Ma io sono favorevole anche ad altri cambiamenti: ad esempio, l’inserimento di nuove tecnologie, che permetterebbero di seguire le prove dei partecipanti più nel dettaglio, dando vita a una sorta di Gsf 2.0; e poi il coinvolgimento di tutte le nazioni del mondo, non più solo quelle europee, che potrebbero sfidarsi in un torneo intercontinentale».
IL RITORNO
Il sogno di far rinascere il programma si lega anche al desiderio della gente, che ha creato sui social gruppi nostalgici come «Noi che rivogliamo in tv I Giochi senza Frontiere», che ogni volta che incontra Andenna per strada gli chiede «Ettore, quando torni a condurre i Giochi?», oppure si auto-organizza, a livello artigianale e provinciale, per eventi ispirati a Gsf. «Penso a Etruschi senza frontiere, racconta divertito Andenna o Italia Gioca in cui si sfidano le rappresentanze delle singole regioni. Risorge così quellìItalia dei territori, celebrata da Campanile Sera, il programma che ispirò Giochi senza frontiere. Quando l’autore tv francese Guy Lux vide per la prima volta Campanile Sera, corse da De Gaulle e gli disse: “Generale, è il programma europeo per eccellenza!”. E quello: “Vai, amico mio, fallo subito”. Nacque così Intervilles e subito dopo Giochi senza frontiere. Era il 1965». Simbolicamente l’ultima edizione di Gsf è andata in onda nel 1999, l’anno di nascita dell’euro, espressione di quest’Europa che non ci piace. In un certo senso, si potrebbe dire che c’era molto più spirito europeo in quei Giochi tv che nell’Unione di oggi.
«L’idea del programma era essere uniti nella competizione», continua Andenna. «C’era un forte senso di identità nelle nazioni che partecipavano, ma anche una dimensione di fraternità, una comunione basata sulla sfida e sul divertimento. Alcuni Paesi, come Ungheria e Cecoslovacchia, prendevano i Giochi molto sul serio, al punto da presentarsi in squadra con ex campioni di pentathlon, spacciati per cittadini comuni, con carte d’identità false. Ma era un’Europa ludica e bella, con una spiccata natura glocal, visto che teneva insieme il campanilismo e la globalizzazione: alle gare prendevano parte squadre di singole città europee, che però avevano anche il compito di incarnare l’appartenenza al continente. Da questo punto di vista, credo di aver unito molto più io l’Europa di quanto non abbiano fatto i leader di oggi come la Merkel».
Andenna, che è stato anche europarlamentare, già negli anni ’80 aveva intuito i rischi di un’Europa a trazione tedesca. «Ricordo che nei colloqui di allora i colleghi della Germania mi dicevano di voler fare la Mitteleuropa, un’Europa del Nord separata dall’Europa del Sud». È un po’ l’idea che rivive oggi nel modello di un’Europa a due velocità.
«Ma parliamo di un carro armato con un cingolo rotto. Quest’Europa non ha avuto il coraggio di fare un governo unico, una polizia e un esercito comuni. E soprattutto è il continente al mondo più povero di materie prime. Mi chiedo quale sia il suo futuro».
CON BERLUSCONI
Il futuro televisivo di Andenna invece è stato spezzato alla metà degli anni ’90, quando l’allora direttore di Rai 1 Giovanni Tantillo decise di cambiare il format di Gsf. «Nel ’96 mi comunicò di voler concentrare in una sede unica i Giochi, che fino ad allora si facevano, in modo itinerante e con grande successo, i tutti i Paesi partecipanti. Lo scopo del cambiamento era far guadagnare qualcuno della produzione italiana. Io gli dissi che a quelle condizioni non ci stavo e fui fatto fuori dai programmi Rai. Da allora Gsf perse oltre la metà dello share». Anche le successive possibilità di tornare alla tv di Stato, per Andenna, vennero bloccate. «In quel periodo per stare in Rai o eri di sinistra dichiarato, o eri una donna che la dava a chi di dovere, o appartenevi al magico mondo della “gaiezza” o avevi un buon agente. Io avevo solo un buon agente». Cioè Lele Mora, su cui Andenna spende parole affettuose. «Lo ritengo una persona deliziosa e un ottimo professionista. Riusciva sempre a strapparmi i cachet più interessanti. Poi si è lasciato andare a eccessi quando si è trovato a gestire un potere enorme. Diciamo che lo scandalo Berlusconi lo ha definitivamente travolto».
A proposito di Berlusconi, Andenna ricorda di essere stato a lungo da lui lusingato ai tempi in cui il Cav aveva messo su Canale 5. «Berlusconi mi stimava molto in quanto ero un competitor delle sue tv private. È celebre la sua frase, quando conducevo La bustarella su Antenna 3: «Andenna, io nel 1982 le ho mandato contro i primi James Bond, le prime soap opera, ma non riuscivo a levare 1.000 spettatori a La bustarella, che per me è la “cromagnon” delle tv locali». Di quella tv pioneristica Andenna era il valore aggiunto, al punto da fare di Antenna 3 una sorta di “Andenna 3”. «La verità», dice schermendosi, «è che eravamo un team irripetibile: Renzo Villa, Enzo Tortora, Enzo Gatta, Beppe Recchia, Lucio Flauto, Cino Tortorella e il sottoscritto. I magnifici sette». Di Tortorella, appena scomparso, che fu suo mentore agli esordi, Andenna offre un ritratto pieno di commozione e un filo di amarezza. «Era un fratello maggiore. Peccato che negli ultimi anni mi considerasse un antagonista. Era come se volesse vedere chi tra noi due sarebbe riuscito a tornare prima in Rai. La verità è che soffriva molto per essere stato mandato via dalla trasmissione che aveva ideato e amato, Lo zecchino d’oro. È così la Rai, sa essere molto irriconoscente. Una volta era la Mamma, adesso, come dice Crozza, non è che una cugina alla lontana...».