Libero, 24 aprile 2017
Mr. Ferrarelle digerisce Salvini. Ma non manda giù De Magistris
Liscia, gassata oppure? Ferrarelle. È l’acqua effervescente naturale più famosa d’Italia. Adorata da Roma in giù, che la si ami oppure no, è certamente sinonimo d’italianità da tempi che nemmeno si ricordano. L’azienda è stata riacquistata qualche anno fa dalla famiglia Pontecorvo. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Michele Pontecorvo figlio del proprietario Carlo nonché erede aziendale designato.
Lei è napoletano: cosa ne pensa dello sportello anti-diffamazione del sindaco De Magistris?
«Essendo io una natura pratica, proverei ad investire le stesse energie in progetti più concreti, contribuendo a scardinare le ragioni a cui si appigliano i diffamatori, che comunque disapprovo».
Come commenta gli scontri anti Salvini di qualche mese fa nella sua città?
«C’è poco da dire, guardi».
Perché?
«Dispiace soprattutto che occasioni di civile espressione di dissenso, vengano strumentalizzate da ogni parte fino a diventare caciara. Violenta e inutile».
Ma a lei Salvini piace?
«Dice alcune cose di buonsenso, ma da napoletano e meridionalista non posso apprezzare certe prese di posizione».
A proposito di Meridione, Ferrarelle è legata a una zona difficile...
«Le difficoltà di fare impresa in Campania sono le stesse che si hanno nel resto d’Italia: eccessiva burocratizzazione, incapacità di fare sistema, individualismo. I problemi del sistema Paese, insomma. Solo che in Campania ci sono maggiori evidenze della scelleratezza di chi ci ha governato. Abbiamo problemi seri, come la Terra dei fuochi che, grazie a Dio, è in via di risoluzione nonostante se ne parli poco. Su tutto questo c’è anche un problema di scorretta comunicazione che non ci aiuta».
E perché, secondo lei?
«Ci sono temi facilmente spendibili sui media. La cosa grave è che si rischia di compromettere tutta la filiera dell’industria alimentare campana che pure vanta eccellenze nel mondo».
De Luca è riuscito a fare qualcosa?
«Ribadisco: siamo vittime della burocrazia. Noi stiamo aspettando da tre anni una concessione per lo sfruttamento di una nuova vena d’acqua, per dire».
E di De Magistris cosa dice?
«C’erano sempre un po’ gli stessi candidati, quindi è stato rieletto. Ha il grande pregio di essere uno che si spende per le battaglie in cui crede».
Tipo?
«Cerca di dare a Napoli degli aspetti di modernità e sostenibilità apprezzabili».
Però?
«Dispiace che per una sua forma ideologica rifiuti completamente il rapporto con l’impresa napoletana e campana».
E perché?
«Forse perché ha una concezione ideologica secondo la quale l’imprenditore è un soggetto che persegue solo il proprio profitto».
Cosa genera questa mancanza di dialogo?
«Perdita di opportunità. Per la città, più che per l’azienda. Facciamo comunque cose belle anche da soli».
Tipo?
«Stiamo aprendo un nuovo stabilimento dove ricicleremo le bottiglie di plastica in provincia di Caserta. La prima azienda alimentare italiana a riciclare da sola il proprio contenitore».
Altro tema sensibile: la plastica. Perché è così criminalizzata?
«Basterebbe spiegare al consumatore come smaltirla. Con la plastica si può fare il pile sportivo o materiali per l’edilizia. Si può riciclare all’infinito, sa»?
È vero che l’acqua in plastica, se fa caldo, è dannosa da bere?
«La bottiglia di plastica va conservata in luoghi freschi e asciutti. Detto ciò, noi abbiamo 615 controlli di qualità al giorno, parte dei quali anche sui contenitori. Per fare male la bottiglia lasciata in macchina al caldo dovrebbe essere mangiata intera».
Ferrarelle resta una buona azienda italiana. Non è scontato di questi tempi: il segreto?
«Abbiamo creduto al valore del marchio e ci abbiamo investito direttamente. Ferrarelle è tornata italiana nel 2004, quando l’abbiamo acquistata da Danone, portando la nostra visione di impresa famigliare».
Che è un plus?
«Certo, rispetto alla cura del prodotto e del suo marketing».
Quando si dice che l’Italia è il Paese delle piccole e medie imprese è vero, dunque?
«Sì, la nostra forza economica non è fatta da grandi multinazionali, ma da piccole e medie realtà come la nostra che alla fine tengono in piedi il Paese. La notorietà del nostro marchio è più grande rispetto alla nostra dimensione effettiva: abbiamo 350 dipendenti».
E nessun voucher?
«No. Ci piace investire sulla crescita delle persone che scegliamo, proprio perché non siamo una multinazionale: la formazione in prospettiva per noi è un investimento».
Lei è l’erede designato per prendere in mano l’azienda, al momento. Ma il passaggio generazionale è spesso complesso, no?
«Designato per niente! Il tema è controverso. Qui siamo alla seconda generazione, in famiglia alla quarta. La nostra storia d’impresa famigliare comincia col mio bisnonno, un operaio che fondò grandi vetrerie».
Allora non è vero che i figli danneggiano quello che viene fatto dai padri?
«Il passaggio generazionale nelle aziende famigliari è uno dei temi più studiati, le business school di tutto il mondo ci investono perché è una cosa che nessuno ha capito bene. Ma non esiste la ricetta e ogni caso è a sé».
Lei che percorso ha fatto?
«Ho cominciato Economia e l’ho mollata per Lettere. Sono arrivato in azienda senza che mio padre lo sapesse, dando una mano all’ufficio stampa. Mio papà un giorno mi ha trovato in ufficio e mi ha detto che potevo provare. Avevo 22 anni. Poi mi sono appassionato. Ora sono il responsabile di tutta la comunicazione: marketing, corporate e tutta la parte di responsabilità sociale d’impresa. Seguo attività che hanno implicazioni di natura etica: iniziative d’impatto sociale che non hanno come obiettivo il profitto».
Qualche esempio?
«Abbiamo progetti con Fondazione Telethon per il laboratorio di ricerca e medicina genetica che ha sede a Pozzuoli. Così, il nostro contributo torna anche al territorio. Un progetto di rigenerazione di periferia urbana per i quartieri Spagnoli con la Fondazione Foqus dove in un ex convento hanno creato un luogo di aggregazione sociale: un bar, un’agenzia fotografica per il giornalismo, una scuola materna. E poi, il Fai che patrocina il nostro parco sorgenti di Riardo, dove prendiamo e imbottigliamo Ferrarelle».
Quanto imbottigliate in un anno?
«Circa 500 milioni di litri a Riardo e in tutto il gruppo oltre 900 milioni: oltre a Ferrarelle abbiamo Boario, Vitasnella, Essenziale, Santagata e Natia».
Come mai Ferrarelle piace di più al Sud?
«È un’acqua campana, storicamente legata al mercato della ristorazione del Centro-Sud. E poi è una questione di gusto: più si va al Nord e più il consumatore richiede una gasatura forte».
Lei cosa beve?
«Tutte le nostre acque: cambiare è importante. Poi mi piacciono molto la Badoit e la Perrier. Tra le concorrenti italiane, San Pellegrino che è l’acqua minerale nel mondo».
E voi?
«L’export sarà il prossimo passo. Gli italiani sono un popolo con altissimo consumo di litri pro capite di acqua minerale: 198 litri all’anno a testa».
E l’acqua del rubinetto, la consiglia?
«È una questione di scelta e di consapevolezza. Sono prodotti diversi. L’acqua minerale per esser venduta deve venire da una sorgente microbiologicamente pura e imbottigliata all’origine, senza nessun trattamento. Quella del rubinetto, invece, dev’essere resa potabile. Noi ci arrabbiamo solo quando le municipalizzate sostengono che l’acqua del rubinetto sia migliore».
Il sodio è davvero cattivo?
«No, è un sale minerale necessario. E poi, basti pensare che in un litro e mezzo di Ferrarelle c’è lo stesso sodio che si trova su un cracker. Fare informazione corretta è importante».