Il Messaggero, 23 aprile 2017
«Altro che star Sono rimasta sempre Laura». Intervista a Laura Pausini
Non voleva, ma è accaduto: «Da bambina non sognavo di essere famosa e l’idea della celebrità mi infastidiva. Per noi campagnoli i personaggi noti erano inarrivabili e a naso, di quell’universo sconosciuto, dubitavamo: Sarà gente normale?». Dopo i Sanremo, i Grammy, la medaglia per la nomination all’Emmy del suo talent americano, il premio rivelazione tv per Laura&Paola e gli altri 76 sistemati in bacheca, tra un viaggio e un neologismo: «Sono ancora un po’ jet-lagata» Laura Pausini ha fatto di tutto per restare la stessa di ieri: «Non avrei saputo come altro fare, mi sento e sono una provinciale e una contadina».
Lei è nata a Solarolo, in Romagna.
«Un campanile all’ingresso del paese, i campi attorno, gli alberi da frutta. Trebbiatura e vendemmia però non le ho mai fatte. Tra le mie compagne di classe credo di essere stata l’unica a saltare l’iniziazione».
Come mai?
«Preferivo cantare. A 7 anni mi rifugiavo nella mansarda del mio babbo e ci passavo pomeriggi interi. Suonava al piano bar, teneva gli strumenti in questo spazio magico e io non appena potevo correvo lì sopra per restare sola».
Amava la solitudine?
«Come si intuisce ascoltando la mia prima canzone, pochissimo. In mansarda però la situazione era diversa, lì cantavo, ballavo, provavo, imitavo George Michael, elaboravo cori nuovi davanti allo specchio sulle note dei dischi di Enrico Ruggeri ascoltati a tutto volume o mi straziavo per Vasco Rossi. Quanto mi piaceva straziarmi per Vasco».
Ha nostalgia di allora?
«Non si può provare nostalgia per qualcosa che non si è perso. Io sono sempre ferma nella mia mansarda. Se oggi ho costruito qualcosa, l’ho costruito grazie a quei momenti. Le mie gambe e il mio corpo sono in luoghi diversi da quelli di allora e il mestiere mi ha spostato fisicamente da lì a un palco, ma motivazione e scintilla iniziale sono rimasti identici».
Lei ha venduto più di 70 milioni di dischi. Prima o poi, come Mina, Celentano o Pavarotti, supererà i cento.
«Non rischio di arrivarci, la musica ormai si scarica da Internet e i dischi non li compra più nessuno». (Sorride)
C’è da ridere?
«Non c’è da piangere e io comunque senza ridere mi annoio. È cambiata la fruizione, non è morta la musica. Mi preoccupo di altro».
Di cosa si preoccupa?
«Di non prendere in giro o peggio deludere me stessa e la gente che mi segue. So che per arrivare al livello dei cantanti che ha nominato prima c’è ancora tanta strada da percorrere. E bisogna farlo bene».
In che direzione?
«Il problema è proprio questo. Mi scopro insicura. Incerta su quel che ho fatto e su quel che farò domani. È la prima volta che mi accade nella vita, di solito ho un orizzonte chiaro e sono molto decisa e risoluta, adesso mi sento un po’ persa».
Come mai?
«Non mi fermavo da tre anni, anni in cui sono salita e scesa da un aereo centinaia, anzi migliaia di volte tra un Continente e l’altro».
E ora che si è fermata?
«Sento il peso della responsabilità. Desidero scrivere un disco che abbia un significato forte e renda orgoglioso chi mi segue, ma non voglio né dare vita a un’operazione commerciale, né vedere i fan investiti da chi di fronte a uno stravolgimento salirebbe in cattedra per sentenziare: Avete visto? Ha cambiato stile, il suo nuovo disco fa cagare».
Ma perché cambiare stile se quello di ieri produce premi e vendite?
«Perché l’esigenza di cambiare confina con la libertà, ma cambiare è difficile e il cambiamento, se ci pensi troppo, lascia l’istinto assetato. Il ragionamento e il calcolo sono nemici dell’istinto e della creazione. Sono tentazioni subdole. Io preferisco agire. Oggi, per dire, mi sono tagliata i capelli molto corti. A volte contano anche i gesti simbolici».
E l’istinto cos’è?
«Quello che mi ha permesso di diventare una cantante. È un momento rapidissimo che ti rende differente. Un lampo che non puoi pensare di intitolarti come merito».
Perché no?
«Perché è fortuna, dono innato, colpo di culo».
Come cura il suo lampo, come lo ritrova nell’insicurezza?
«Sto cercando di ritrovarlo nel silenzio».
Nel silenzio?
«Sono tre mesi che cerco di non ascoltare musica. Una cosa difficile in assoluto e quasi insopportabile per un cantante. Ma ho bisogno di pulirmi le orecchie e anche la mente. Come le ho detto, sto ragionando da troppo tempo. E io sono una macchina strana, funziono meglio quando non ho un secondo per pensare. Ho avuto tre mesi per farlo e sono venuti fuori tanti scompensi e tante debolezze. Tante domande anche, che prima, nella frenesia, quando non avevo un istante ed ero già mamma ricevevano sempre una reazione e una risposta. Lo risolvo sto problema mi dicevo e andavo avanti. Ora rimugino troppo, in certi momenti mi dico: Devi mostrarti più moderna, in altri Non devi smettere di essere melodica, in altri ancora: Mi piacerebbe mantenere la passionalità e provare a lavorare sull’introspezione».
Sembrano contraddizioni in termini.
«Ma io sono contraddittoria. Gliel’ho detto. È un bel casino questo, proprio un bel casino».
Come pensa di risolverlo?
«Sarà dura perché sono un bel tipino e come al solito non mi va di perdere. Cerco di far tesoro di quel che mi consigliano gli altri, anche se alla fine, probabilmente, farò proprio il contrario di quel che mi suggeriranno».
Lei cova molti dubbi?
«Mi sembra di non aver fatto mai abbastanza».
Era così anche ieri?
«Ieri era più naturale. A volte mi chiedo: Se iniziassi adesso, mi si filerebbe qualcuno?.
Lo stesso quesito sarebbe stato valido anche se lei avesse provato a cantare l’amore nei politicizzatissimi anni ’70.
«Infatti. Sono arrivata a cavallo tra il tramonto di quella stagione e un’era nuova, quella di oggi, in cui forse sarei stata ugualmente rifiutata. Anche se mi sento più giovane di quando avevo vent’anni, non è affatto detto che il pubblico contemporaneo mi avrebbe capita e apprezzata. All’epoca esprimere la mia adolescenza in versi fu molto naturale, adesso sarebbe forzato. E niente di ciò che mi è andato bene nella vita è mai stato forzato. Ero sicura delle mie intenzioni, il resto è venuto da sé».
Se si volta indietro cosa vede?
«Le cucine dei ristoranti in cui studiavo nelle pause tra una serata e l’altra, mio padre che quando mi presero a Sanremo mi telefonò urlando il mio nome nella cornetta con tanto di quel sentimento che ero certa fosse successo qualcosa di grave, il ritorno a casa dopo il Festival con la gente che aveva trovato l’indirizzo sugli elenchi telefonici accampata nelle tende sui prati di Solarolo».
Si erano dati appuntamento?
«All’epoca rispondevo alle telefonate dei fan una per una. Ciao, sono Laura Pausini esordivo e quelli, proprio come fece babbo con me, ogni tanto urlavano».
Le scrivevano?
«La mail era sconosciuta e Internet una formula oscura. Mi scrivevano tanto, scrivevano a mano e io su quelle lettere, soprattutto quando dovevo tradurle perché magari arrivavano dall’Irlanda o dal Belgio, ci passavo la notte intera. Ho sempre avuto un rapporto stretto con le persone che si identificavano in quel che cantavo».
Oggi?
«Non ci sono tanti filtri perché con loro non ci sono mai stati. Quando facevo piano bar in Romagna e venivano a vedermi dal Piemonte o dalla Lombardia, fermarmi a fine esibizione per salutarli mi sembrava una semplice questione di rispetto. Avevano percorso centinaia di chilometri e lo avevano fatto per me. Se dimentichiamo che sono diventata famosa, non è cambiato niente. Quel carattere avevo e quel carattere ho, credo sia stato decisivo per affermarmi».
Lei è quanto di più lontano esista dal mito del rocker maledetto.
«Jimi Hendrix non sarò mai. Non ho mai bevuto neanche una birra. Sapeva di medicinale, mi ripugnava. Magari cantavo disperata Va bene così di Vasco, poi mi scolavo una Sprite e correvo in Canonica. In discoteca, con grande disagio, credo di essere stata una sola volta nella vita. Vengo da quel mondo, non posso inventarmene un altro».
Non è andata male. Tre giorni fa ha annunciato e mostrato medaglia e certificazione della nomination all’Emmy per La banda.
«Non ci volevo credere. Il mio stupore forse sarà ruspante, ma è sincero. Da un lato sono orgogliosa, dall’altro mi dico: Porca vacca, devo fare qualcosa per meritarmelo di più. Quando ti danno un premio non significa che sei arrivato in cima, ma che è giunto il momento di mettersi a camminare davvero».
Pausini la secchiona, la maniaca del perfezionismo.
«So essere maniacale, è vero, ma secchiona mai. A scuola, il compito del compagno di banco lo copiavo regolarmente».
La descrivono sensibile alle critiche.
«Per tanti anni mi sono sentita dire: Devi scrivere testi più profondi. Sono critiche che mi hanno aiutato, perché io pensavo di cantare già qualcosa di molto profondo. Ho ascoltato e provato a trasformare la critica in occasione con lucidità. Le mie canzoni di oggi mi piacciono più di quelle di ieri perché esiste una critica costruttiva utile ad aiutarti e ne esiste un’altra distruttiva, soprattutto in rete, dalla quale ho imparato a difendermi».
In che modo?
«All’inizio certe cose mi facevano star male e una brutta parola me la portavo dietro per giorni. Purtroppo viviamo anche della materia di cui siamo fatti e anche se sembro forte, sono sensibile. Se tenti di colpirmi pesantemente sul privato, mi scuoti, è inutile negarlo. È un mondo strano quello di questo primo ventennio del 2000. Devi essere una quercia, vestire una corazza che prima potevi anche permettermi di non avere».
Laura Pausini è vendicativa?
«Posso essere molto severa e vendicativa, ho bisogno di capire perché mi offendi e mi ferisci e fino a quando non me l’hai spiegato, ti rompo i coglioni fino a sfinirti. Se non me lo spieghi, chiudo. Ti elimino. Ti cancello. Da un certo punto di vista può dimostrare che non sono pronta ad accettare le critiche, dall’altro che esiste una maniera civile di dire le cose, anche le più feroci».
Chiude spesso rapporti all’improvviso?
«Almeno un paio l’anno che per me sono tantissimi. Ma succede solo quando ho esaurito tutte le carte perché credo di saper ammettere quando sbaglio, a patto che mi si dica la verità. Quella la pretendo».
Gianna Nannini sostiene che il successo si paghi sempre: «Hai successo, gli altri ti vogliono ammazzare e il tuo compito è saperlo, accettarlo e provare a sopravvivere».
«Magari non vogliono ammazzarti proprio tutti, ma ce ne sono molti. A volte, non per ingenuità, provo a pensare a chi mi attacca con indulgenza e in modo positivo. Forse per timore di diventare troppo rigida. O forse perché non amo essere guardinga e sospettosa. Sono accadute cose che mi hanno spinto a diventarlo e non ci ho guadagnato. Mi piacevo più prima, quando al secondo fine degli altri non pensavo proprio».
Cosa pensa dell’invidia?
«Che è la religione nazionale e che per chi è fortunato non esiste immunità possibile».
Tre settimane ancora e lei compirà 43 anni.
«La nascita di Paola, mia figlia, ha cambiato le prospettive. Andando avanti con gli anni scopro che sempre di più sono attratte dalle cose vecchie, dalla musica che a vent’anni mio padre mi faceva ascoltare e io rifiutavo pensando: Che palle».
Con l’età si diventa saggi?
«Magari. Certe cose diventano più importanti e altre ti appaiono sotto un’altra luce».
Si ricorda di quel fidanzato che le imputava un fondoschiena felliniano?
«Fellini che era romagnolo come me, quel ben di dio aveva imparato ad apprezzarlo. Certo che mi ricordo. Ho trascorso tanto tempo con una persona che non perdeva occasione per farmi notare che enorme culone avessi. Mi aveva così convinto della gravità dell’assunto che in casa camminavo rasentando i muri. Oggi anche se ho rimesso tutto in discussione e un po’ mi detesto di nuovo, non è la fine del mondo. C’è Paolo, c’è mia figlia, non è più il punto quello, ammesso e non concesso che lo sia mai stato».
E qual è il punto?
«Che voglio trovare delle canzoni della madonna per il nuovo disco, questo è il punto».
È ancora grata a Dalla?
«Gratissima. Mi fermò in un ristorante di Bologna e mi disse: Non importa dove arrivi, ma non smettere di cantare.
Lei gli diede retta.
«Perché al piano bar ero felice. Mi sentivo normale e non diversa, terrena e non divina».
C’è una cosa che non sopporta?
«La mancanza di umiltà. Quando la vedo, divento cattiva. Quasi violenta. Quando me ne accorgo, mi parte lo schiaffòn».