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 2017  aprile 24 Lunedì calendario

Salvatemi dai gabbiani molesti. Gli ubriachi sono più mansueti

Sta lì, mezzo nascosto in un angolo. Mi guarda. Mi osserva. Io mi fermo. Faccio una faccia minacciosa. Niente. Sbatto un piede. Niente. Lui non si muove. Continua a rovistare tra i rimasugli della spazzatura, nell’angolo del mio vicolo. Alza il becco. Sbatte le ali bianche. Si muove. Io tremo. Salto. Medito la fuga. Vorrei urlare, ma mi pare troppo brutto. È pur sempre notte. E lui è pur sempre solo un gabbiano. Quando comincio a disperare, eccolo lì, che mi fa la grazia. Si alza in volo. E no, non viene verso di me, ma sceglie il cielo. Sospiro di sollievo. Guardo in alto: ce ne sono due, tre, che volano sopra la mia testa. Bianchi e alati. Enormi. Ma non erano i re del mare? Peccato che siamo al centro di Roma. E infatti, ecco che mi giro: sul tetto di una macchina, proprio vicino a me, ce n’è un altro. E se decidesse di saltarmi addosso? Così, magari giusto perché non ha niente da fare? Attimi di terrore puro.
Che si rivivono più o meno una notte sì e una notte no. Perché l’altra (notte) è quella in cui nel mio vicolo trovo un banale, normale, gruppetto di ragazzi. Ubriachi. In piedi, ma anche seduti, per terra. Spesso direttamente con la schiena appoggiata al mio portone.
La sequenza iniziale è uguale a quella col gabbiano. Mi guardano. Mi osservano. Io mi fermo. Ciak. Il film cambia. Niente faccia minacciosa. Piuttosto tra il dimessa e il sorridente. Il mio cervello ordina “comunicare empatia e relax”. E soprattutto: “Trasudare tranquillità e nessuna voglia di entrare in conflitto”. Bene. Certo, potrei cominciare a minacciare: “Vado dai carabinieri!”. Oppure: “Vergogna! In questo posto la gente ci vive e magari dorme!” Potrei immaginare battaglie vendicative e/o preventive a colpi di denunce, tipo “Centrostoricolibero” o “Salviamocidall’invasionenotturna”. Ma complice pure il fatto che me ne voglio solo andare a dormire, e che in generale, in fondo in fondo, questo tipo di crociate non mi piacciono, l’atteggiamento è poco battagliero e molto low profile.
Sarà. Loro comunque non si muovono lo stesso. Va detto che non fanno proprio niente: stanno là, marcano il territorio (che sarebbe il mio). E ora? Sbattere i piedi? Magari mi prendono per matta e si spostano? O magari mi prendono per matta e basta? Meglio non rischiare. Urlare mi pare controproducente. Sono pur sempre 5 o 6, e pure poco lucidi, contro 1. Per adesso mi ignorano e basta, ma poi? A quel punto, mi ricordo che sono esseri umani. Esiste la parola. Provo. Tono basso, ma fermo (almeno spero): “Scusate, mi fareste passare? Il problema è che qui io ci abito”. Loro perplessi, si scambiano sguardi di traverso. Ondulano e si spostano. Io sorrido, ringrazio. Cerco di infilare la chiave nella serratura a ritmi record. Prendo prima quella sbagliata, come sempre. Poi, entro. Operazione compiuta.
Giusto il tempo di uscire sul balcone, controllare di sotto, ma soprattutto di sopra. Ancora, gabbiani ovunque. Fremito di nostalgia per quando c’erano solo i piccioni. Piccoli e mefitici, pronti a sbatterti le ali sulla faccia, ma quanto meno prevedibili. Quante urla (di giorno), quanti Sos disperati per averne trovato uno magari dentro casa e così ostinato da non voler vedere la finestra per uscire. Ma chi l’avrebbe detto, allora, che un giorno ci saremmo trovati direttamente in una scena alla Hitchcock, con questa specie di mostri alati, che sarebbero – appunto – uccelli, ma che sembrano geneticamente modificati? Frammenti immaginari di un film ambientato nel 2030, con folle che marciano dietro gli striscioni: “Cacciamo i mostri! Cieli di tutto il mondo unitevi”. Vabeh, domani è un altro giorno. Intanto, chiudo la finestra. I ragazzi di cui sopra chiacchierano e schiamazzano. Epperò, mi paiono quasi rassicuranti. In fondo, che vuoi che sia?