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 2017  aprile 24 Lunedì calendario

Cuba a stomaco vuoto, il turista si mangia tutto

In un supermecato dell’Avana dell’Est tre scaffali offrono alla vista lo stesso prodotto, una scatola di salsa di pomodoro e altri quattro le stesse bottiglie di plastica di olio di semi allineate in lunghe fila. Un panorama ugualmente desolato lo si incontra in negozi di vari quartieri del centro, dove si vendono prodotti acquistabili in pesos convertibili, fino ai grandi supermercati di Playa e Miramar, quartieri della parte occidentale della capitale, in gran parte case o ville con giardino, residenze di ambasciate, corpo diplomatico, stranieri e dell’emergente classe di benestanti.
“C’è la direttiva generalizzata di non lasciare nessuno scaffale vuoto”, spiega Migdalis, una delle commesse di un negozio di alimentari impegnate a riempire vari ripiani con bottiglie di birra Heineken (tra l’altro più cara delle birre nazionali).
L’habanero è ormai abituati a prodotti alimentari (e non) che “scompaiono” per qualche tempo e che poi misteriosamente si materializzano di nuovo negli scaffali prendendo il posto di altri che, a loro volta, risultano introvabili. Alcuni prodotti, come le patate, sono considerati un lusso, non per il costo, ma per la loro totale assenza per mesi.
Le impiegate negli uffici dei quartieri centrali in generale utilizzano la pausa pranzo per far il giro dei negozi della zona in cerca di qualche genere alimentare che manca da tempo: “Mai in precedenza tanti prodotti erano scomparsi contemporaneamente e per periodi così lunghi”, si lamenta Milagros, impegnata a esplorare i refrigeratori di un supermercato in cerca di pollo. “Adesso – racconta – si incontrano dovunque solo fila e fila dello stesso prodotto. Se vuoi mettere qualcosa nella borsa della spesa, anche avendo i soldi, devi munirti di scarpe da ginnastica e girare un sacco”.
Milagros ha una sua spiegazione di questa difficile situazione: l’aumento dei turisti stranieri che si registra dall’inizio del 2015, dopo la storica “apertura” a Cuba dell’allora presidente Obama: “Mio marito – spiega – lavora per una branca della Cimex (compagnia statale, ndr) che rifornisce gli alberghi, e mi racconta che quello che non possiamo mettere in tavola non manca mai nei ristoranti delle grandi catene alberghiere”.
E nemmeno nei paladar, i ristoranti privati, più segnalati dalle guide: “Quando arrivano prodotti come il formaggio, o la pasta di qualità, o la birra in bottiglia di Cristal (una marca nazionale, ndr) i gestori avvisano i loro amici dei paladar i quali arrivano con le loro auto e fanno razzia di tutto”, conferma un impiegato di un supermercato che non vuole dare il nome e che fa capire chiaramente che il suo superiore riceve laute mance per le sue “soffiate”.
In effetti è ormai esperienza abituale vedere nella fila alla cassa di uno supermercato qualcuno che spinge carrelli pieni dello stesso prodotto. Magari quello che non si è riusciti a trovare perché esaurito. Del resto, afferma il proprietario di un noto ristorante italiano di Miramar, “il governo non è ancora riuscito a organizzare un mercato all’ingrosso per ristoranti, bar, club e cafetterie private. Nè abbiamo il permesso di importare direttamente dall’estero. Così, noi abbiamo quattro auto che girano tutto il giorno per cercare i prodotti che ci servono”.
Così, è da mesi che circola il commento che “i turisti si mangiano il cibo dei cubani”. La situazione sembra destinata ad aggravarsi. In questo periodo, a causa del cambio climatico (El Niño), Cuba è colpita da una siccità che ha pochi precedenti e che rischia di avere pesanti effetti su una produzione agricola cronicamente deficitaria. Il governo paga uno costo enorme – attorno ai due miliardi di dollari – per importare generi alimentari che, come prevedono le riforme volute dal presidente Raúl Castro, in parte potrebbero essere prodotti nell’isola.
La siccità, la grave crisi di liquidità che soffre il paese e la priorità data allo sviluppo del turismo: sono gli argomenti che inducono i cubani a temere che dovranno continuare a stringere la cintura.