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 2017  aprile 23 Domenica calendario

Florinda Bolkan: «Lontano dal jet-set sono felicissima. Berger, invece, dopo Visconti si è perso»

Sul cancello della tenuta di Florinda Bolkan c’è un enorme “No”. Non è scritto, è sottinteso. “È riferito alla mia carriera di attrice, con quella vita ho chiuso, ora mi occupo di altro, perché c’è un tempo per tutto, quello della macchina da presa è finito”. Ora il tempo è delle marmellate, della cottura delle lasagne per il brunch del week end, di fango quando piove, di erba in primavera; è il tempo per far mangiare i cavalli, per studiare i conti dell’agriturismo aperto insieme ad Anna Chigi, cognome e casata da principessa, amica e socia con la quale vive nella campagna laziale, vicino Bracciano, da oltre diciassette anni.
Qui lontano da tutto.
Questa casa nasce da un sogno: venivo da Roma, passeggiavo, ho visto il posto e ho capito cosa volevo dalla mia vita. Solo verde. Cavalli. I miei oggetti.
E quando gli ospiti la riconoscono?
Dicono solo: toh, guarda la Bolkan.
Quindi il “no” sul cancello è definitivo?
Preferisco restare seduta e guardare la vita, non ho voglia di adrenalina, di preoccupazioni, di jet-set; quelle emozioni sono legate a un’altra fase.
Ma la cercano?
In continuazione, sia dall’Italia che dal Brasile. Ma a loro non interessa la mia presenza come attrice, non interessa un contributo artistico, desiderano solo il mio nome, il poter dire ‘ho la Bolkan’. Basta. Mi sono messa a casa.
Quali ruoli le propongono?
(“Della vecchia!” interviene Anna Chigi, la prende in giro) Storie di vita vera, biografie. Ma sto bene, forse non sono mai stata così serena, non intendo cambiare, non ho alcun rimpianto, ho la fortuna di poter scegliere, ho riscoperto la bellezza di leggere, camminare, chiacchierare. (Anna: “Secondo me è sprecata in casa”).
Una delle sue ultime partecipazioni è stato un film da regista, girato in Brasile.
Solo per il piacere di realizzare un qualcosa di mio, nel mio Paese, nella mia lingua; anche i brasiliani avevano il diritto di vedere questa cretina recitare… La vita è un gioco, poi un giorno uno si sveglia e il gioco è finito.
Il suo gioco quando è iniziato?
Da sempre, subito, è la mia vita, forse è anche la mia cultura: la parte bella è che ho ottenuto quello che ho cercato e voluto. E mi correggo: non sono felice, felice è un termine idiota, io sono felicissima.
Sotto ogni punto di vista?
Sì, e poi ho incontrato Anna che è una creatura meravigliosa.
Quando parla ragiona in brasiliano o in italiano?
Boh, quello che passa, quello che arriva più veloce, incrocio le lingue.
Lei appare come una persona sorridente, allegra, è un perfetto stereotipo della brasiliana, ma nei film è stata spesso la cattiva o la dura.
È vero, eppure sono sempre stata così, mi volevano e mi vedevano dannata, come nella Piovra, e a me andava bene: se uno accetta deve poi seguire le esigenze del copione. Per me non è mai stato un problema.
Lei nasce come hostess.
Non proprio, ero all’interno del gruppo delle dodici selezionate dalla compagnia aerea brasiliana, la Varig, per lavorare dentro la top class; eravamo una sorta di ragazze immagine impiegate in tutto il mondo. Allora già parlavo e bene, molte lingue, solo il tedesco mi ha sempre dato delle difficoltà.
Per poco è sfuggita a un disastro.
Per anni non sono riuscita a pensarci, mi sognavo quel momento, a volte mi sentivo in colpa.
Per essere sopravvissuta?
Sì, non sono morta solo perché all’ultimo ho fatto il cambio con una collega: lei è salita su quel maledetto aereo, io no, e non lo avevo comunicato a nessuno, tanto che mia mamma ha creduto di avermi perso.
Il punto di svolta della sua carriera è stato l’incontro con Luchino Visconti.
Il mio amore. L’ho conosciuto grazie ad Helmut Berger, lui e Luchino erano molto amici, io mi sono accodata, e quando ero in presenza di Visconti mi sedevo accanto e restavo zitta, pronta a eseguire ogni sua volontà, solo i suoi desideri. Se mi chiedeva di cantare, cantavo, se aveva sete, mi alzavo e lo servivo: ero il suo cagnolino e mi andava benissimo. L’importante era stare con lui.
Prima regola per vivere il set con Visconti.
Eseguire le sue indicazioni, senza troppi drammi, era carismatico, deciso, sapeva esattamente dove chiudere una scena; non domandava sofferenze, o lacerazioni gratuite. Non c’era il gesto plateale. Era veramente come un padre, il genitore che mi è mancato sin da piccolissima (la Bolkan è rimasta orfana a otto anni).
Riusciva a manifestargli tutto questo amore?
Certo. Ne era consapevole, con lui parlavo tantissimo, poi era uno che amava le storie degli altri, sapeva ascoltare senza giudicare.
In tutto questo c’era Helmut Berger.
Sì, con lui abbiamo recitato solo ne La caduta degli dei, ma eravamo molto amici, sempre insieme, uscivamo la notte per buttarci nei locali, bere, ballare, insomma festa. La mia vita allora era così: la mattina con Luchino, dove Berger raccontava le sue stupidaggini, e Luchino lavorava; la sera iniziava un’altra avventura.
Lei non è stata immediatamente coinvolta da Visconti nei suoi film.
Ci è voluto un po’, ma quando mi ha detto ‘Flori ho una parte per te’ mi è preso un colpo, assalita dai dubbi, non sapevo se ero in grado. Per me lui era già il top. E poi era sempre circondato da persone…
Cerchio magico.
C’era di tutto, dai lavoranti, a gente dello spettacolo a estemporanei: la sua casa era un perenne tourbillon di emozioni. Una casa sobria, non esagerata, era viscontiana. Io come ho detto prima, restavo in un angolo, in attesa. Ascoltavo e assorbivo.
Berger lo sente ancora?
No, con lui ho chiuso. Dopo la morte di Luchino è diventato orribile, si è distrutto, ha iniziato a intraprendere dei viaggi pericolosi. Ha deciso di addentrarsi in un percorso lontano da me, ha anche provato a coinvolgermi, inutilmente. Sono uscita da quel clima.
Non vi siete più incontrati?
No, già allora soffrivo nel vederlo ridursi in quello stato. Era il ragazzo più bello mai incontrato nella mia vita, un sogno, di una dolcezza unica, adorabile, spesso abbiamo dormito insieme ma solo da amici.
Ha mai provato ad aiutarlo?
Sì, ma non c’è mai stato niente da fare… Cambiamo discorso, per favore.
Quale era il suo spirito sui set?
Per me ogni film era a sé stante, finiti i ciak chiudevo anche i rapporti umani, non diventavo sistematicamente amica dei colleghi, ma giravo pagina, mi tuffavo nell’esperienza successiva.
Oltre a Visconti, anche con Giuseppe Patroni Griffi ha costruito un rapporto speciale.
Fino alla fine è venuto qui in campagna, un uomo meraviglioso, conosciuto grazie a Luchino, pure lui era in quella corte dei miracoli.
Lei è protagonista di “Metti, una sera a cena”…
Con lui avrei girato di tutto! Mi fidavo, ero senza armature, senza inutili sovrastrutture. È stato lui a coinvolgermi nel mondo del teatro.
Lei ha dichiarato: “Ho fatto troppe cose”.
Avrei potuto limitarmi, però non mi pento: è come una macchina, metti la benzina e vai, e finché c’è carburante non ti devi fermare.
Altrimenti?
Mi avrebbero dimenticato.
Lei donna bellissima, fascino amplificato dal paese di provenienza: ha mai provato imbarazzo sul set?
È successo: gli uomini, se non hanno una testa ben salda, diventano personaggi impossibili.
A cosa sta pensando?
Una volta mi sono trovata dentro l’ufficio di un regista e lui a un certo punto, dal nulla, si è spogliato, anzi si è abbassato i pantaloni con una naturalezza sconvolgente, come se l’atto fosse dovuto.
E lei?
Stupita, con poca voce: “Ma cosa fai?”. E lui, quasi sprezzante: “Vieni qua…”. Non ho più detto nulla, l’ho lasciato solo con i suoi pensieri. Il difficile è stato il dopo, ho continuato a frequentare il set, ovvio, ma ogni volta lo guardavo in viso e lo associavo alle sue parti basse. Uno schifo.
Non semplice.
Ma l’aspetto peggiore è l’accondiscendenza delle donne: se quel regista ha gestito con tutta quella naturalezza una situazione decisamente violenta, è anche perché in precedenza molte mie colleghe non lo avevano mandato a quel paese. È molto difficile…
Diventare attrici?
No, proprio le relazioni tra uomo e donna. Per me l’uomo è un animale sempre pronto ad aggredire.
Avrà incontrato uomini non aggressivi.
All’estero sì, in Italia è più complicato, qui c’è la concezione di planare su certe pratiche, certe pratiche sono assodate quindi giustificabili.
Come erano vissuti i suoi “no”?
Non davo appigli. Non sono mai stata una donna sculettante.
Margherita Buy ha raccontato al “Fatto” di non sopportare le scene d’amore.
Sono difficili, specialmente sui baci. Spesso gli uomini sono convinti di piacere se si atteggiano da duri, mentre a me hanno sempre colpito le persone dolci, gentili e disponibili. Detesto la volgarità.
Vittorio De Sica era uno di questi uomini.
Con lui ho vissuto alcuni mesi in montagna mentre giravamo Una breve vacanza. Un signore. Una persona rara. Adorabile. Fuori dal set scriveva o giocava a carte, non alzava mai la voce, non ne aveva bisogno.
Le ha insegnato il poker?
Odio le carte, lo sapeva, ma nonostante questo provava in tutti i modi a coinvolgermi: mi chiamava al suo fianco e fingeva di volere dei consigli. Incredibile. E poi raccontava delle storie bellissime, un oratore affascinante, tutti restavano in silenzio ad ascoltarlo.
Sul set c’era suo figlio Christian?
Capitava. Allora era un ragazzo curioso e simpatico, è stato bravo a capire la necessità di non confrontarsi con la genialità del padre, sarebbe stato mortale sul piano professionale. Comunque era un gentleman.
Padre o figlio?
Vittorio. Per me lui, Patroni Griffi e Visconti, insieme, rappresentano la mia figura paterna, sono le assi portanti della mia anima.
De Sica regista…
Molto esigente, non lasciava passare, ma lui sapeva, guardava avanti, non era come uno di quei tanti cretini che si atteggiano dietro la macchina da presa, quegli stupidi che ti fanno girare una scena quaranta volte solo per atteggiarsi. Se De Sica ti fermava, aveva sempre il motivo giusto.
Uno dei suoi ruoli più celebri è arrivato con “La Piovra”.
Mentre giravamo percepivo la sua forza, dietro c’era una storia, quei personaggi erano veri, era il quadro di una società sfatta e venduta. La parte mi piaceva tantissimo.
I personaggi che la emozionavano maggiormente?
Quelli con una doppia lettura, quelli che uscivano fuori dai canoni, contraddittori in apparenza, complessi nella sostanza. L’opposto di Sofia Loren.
Non ama la Loren?
Non è mai andata oltre, con i suoi ruoli non ha quasi mai colpito allo stomaco, la sua carriera si è sviluppata intorno all’ovvio, uno splendido ovvio.
Non ha azzardato.
La Loren non peccava, eppure era nata per peccare.
È un peccato che non pecchi.
Esatto. Lei è una persona deliziosa schiacciata da un unico ruolo, aveva paura, per questo tutti si ricordano La Ciociara: in quel caso ha puntato allo stomaco, si è denudata degli stereotipi.
Le piaceva la fama?
Sì. Tutti lavorano per qualcuno, così io. Però spesso le persone non si rendono conto che il cinema stanca da morire, quando devi girare una scena di amore, gioia o sofferenza, devi lavorare sulle tue budella, sul tuo mondo interiore, ed è una fatica improbabile. Per fortuna sono sempre stata brava a non caricarmi troppe emozioni, altrimenti non sarei qui a godermi questi anni così belli.
(Bobo Rondelli canta: “…mangio marmellata, che mi porta indietro quando già sapevo cosa c’era più migliore”)
Twitter: @A_Ferrucci