il Fatto Quotidiano, 23 aprile 2017
Sfortunati alla meta. Tutte le ultime pedalate
Le strade del ciclismo sono lastricate di morti assurde, da quella di Michele Scarponi ieri alla tragica fine di Marco Pantani nel 2004: lo ricorda il bel libro di Paolo Viberti, I dannati del pedale (ediciclo, pagg. 156, 14), che, nel centenario del Giro d’Italia, firma una controstoria dei “ciclisti più inquieti, romantici e faustiani”.
Anche Ottavio Bottecchia morì, nel 1927, in un misterioso incidente: era uscito alle quattro del mattino per allenarsi e fu trovato poche ore dopo agonizzante sul ciglio della strada. Nel ‘67 Tommy Simpson lasciò la vita sul Monte Ventoso, stroncato da un mix di anfetamine, caldo e alcol; dopodiché nacque l’antidoping.
Oltre che dalla rivalità, Fausto Coppi e Gino Bartali erano “accumunati dalla tragedia: entrambi persero un amatissimo fratello minore per una caduta in corsa (Serse e Giulio)”. Ercole Baldini, invece, fu costretto a ritirarsi, a soli 31 anni, dopo una banale appendicite, mentre l’“eremita” Charly Gaul spirò in ospedale, a quasi 73 anni, in seguito a una altrettanto banale caduta in casa.
Il “Pantani iberico”, José María Jiménez, entrava e usciva dalle cliniche per problemi di depressione: morì d’infarto a 32 anni, mentre firmava autografi. Un altro spagnolo triste, Luis Ocaña, si sparò alla tempia e Hugo Koblet, gran seduttore, per una donna perse la testa e si andò a schiantare con l’auto contro un albero di pere.
Henri Pélissier visse “da eroe di un romanzo dell’800” ma, una volta sceso dalla bici, fu un uomo perso. La moglie Léonie, stanca di lui, si sparò, mentre Camille, l’amante successiva, dovette sorbirsi violentissime sceneggiate. Nell’ultima, Henri minacciò la compagna con un coltello e lei, per difendersi, lo freddò con cinque colpi: la pistola era la stessa con cui si era suicidata la moglie due anni prima.