Il Messaggero, 24 aprile 2017
Kim minaccia gli Usa: colpiremo la portaerei. Trump prende tempo `
NEW YORK Sale di tono la minaccia di Pyongyang nei confronti degli Usa. In un articolo di terza pagina pubblicato sul giornale Rodong Sinmun, il governo nord coreano minaccia di «cancellare l’America dalla faccia della terra». La sfida continua poi con la promessa di annientare la Armada che Trump ha spedito alla volta della penisola coreana, nella speranza di contenere la belligeranza di Kim Jong-un.
«Le nostre forze rivoluzionarie sono pronte per il combattimento – si legge nell’articolo Affonderanno la portaerei con un solo colpo». La nave in questione, la Vinson, che il giornale coreano paragona ad «una grossa bestia» è in rotta di avvicinamento dopo le polemiche della scorsa settimana sulla sua esatta locazione. Il vice presidente americano Mile Pence in visita in Australia, ha detto sabato che sarebbe arrivata a destinazione «in pochissimi giorni».
L’APPOGGIO GIAPPONESE
Nel fine settimana è stata affiancata da due cacciatorpedinieri giapponesi: la Samidare e la Ashigara, che l’hanno accompagnata verso le acque territoriali filippine. Da lì dovrebbe ora dirigersi a nord, fino a lambire quelle coreane e minacciare con la sua presenza la capitale Pyongyang, facilmente raggiungibile dai bombardieri ospitati dalla portaerei. La partecipazione giapponese alle esercitazioni, dopo le minacce che la ministra degli Esteri australiana Julie Bisho ha aggiunto a quelle americane, innervosisce ancora di più il regime nord coreano, il quale dovrà decidere nelle prossime ore se alzare ancora il livello del confronto, o mordere il freno di fronte allo schieramento degli alleati.
TEST NUCLEARI
Domani il calendario segna un’altra importante data con l’anniversario della fondazione dell’Armata Popolare. La festività è stata segnata in passato da exploit bellici, per dimostrare il potere militare raggiunto dal paese, e l’opzione di una sesta esplosione nucleare sotterranea potrebbe di nuovo tentare la mano del dittatore.
A gettare acqua sul fuoco per fortuna c’è la Cina, che ieri è tornata a suggerire moderazione. Il ministro degli Esteri di Pechino Wang Yi da Atene, dove si trovava in visita, ha ricordato che la penisola coreana negli ultimi tempi ha già visto «abbastanza dimostrazioni di forza», e che ora è giunto il momento di allentare la tensione.
Lo stesso Trump venerdì scorso ha proclamato con un tweet la fiducia che l’inaspettato aiuto da parte di Xi possa risolvere la crisi: «La sopravvivenza della Corea del Nord dipende dalla Cina. ha scritto il presidente americano So che nulla è facile, ma se (i cinesi) vogliono, possono trovare una soluzione al problema».
L’impressione è che lo stesso Pentagono, mentre alza la voce con la spedizione della portaerei e con la mobilitazione degli alleati regionali, in fondo non creda alla serietà della minaccia. Il segretario per la Difesa Jim Mattis l’altro giorno da Tel Aviv ha ricordato come molte delle sfide annunciate in passato dal regime nord coreano, si siano poi rivelate vuote. L’incognita è invece è il comportamento che Kim Jong-un avrà nella fase cruciale della crisi. Suo padre Kim Jong-il aveva bilanciato in passato la provocazione della ricerca nucleare e dei lanci missilistici con la capacità di sedersi ad un tavolo di negoziato, ed ottenere concessioni economiche in cambio di una tregua militare. Il figlio non ha nessuna esperienza nelle trattative, e finora non ha dato nessun segno di essere disposto ad aprirne una.
TERZO AMERICANO IN CARCERE
Al contrario, ieri il regime ha compiuto un altro passo verso l’irrigidimento dei rapporti con Washington. Un cittadino nord coreano-americano è stato fermato all’aeroporto della capitale mentre cercava di imbarcarsi su un aereo che lo avrebbe riportato negli Usa. L’uomo si chiama Tony Kim, ed era reduce da un mese di insegnamento di un programma di contabilità commerciale presso la università delle Scienze e Tecnologie di Pyongyang. Con il suo arresto sale a tre il numero dei cittadini americani detenuti in Nord Corea, e sale ancora la tensione tra i due paesi, entrambi costretti, almeno al momento, a percorrere i binari forzati del rilancio delle minacce.