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 2017  aprile 24 Lunedì calendario

«Così la nostra Brigata ebraica partecipò alla Liberazione»

«Avevo diciotto anni quando mi fu data la possibilità di arruolarmi nella Brigata ebraica. Volevo combattere a fianco degli inglesi contro il nazifascismo. Per tanti come me, ebrei in Palestina, era un’ambizione che non trovava risposte o interlocutori attenti. Poi la notizia ufficiale. Finalmente si poteva partire per l’Italia, era la fine del 1944, la guerra era ormai verso l’epilogo che in tanti aspettavamo». Piero Cividalli ha novant’anni e vive alle porte di Tel Aviv, a pochi chilometri dal mare. In un impeccabile italiano con accento fiorentino riavvolge il nastro dei suoi ricordi, le esperienze di un giovane soldato al servizio di Sua Maestà nello scorcio finale del secondo conflitto mondiale. Parliamo a lungo al telefono, ci eravamo conosciuti alla presentazione del libro di suo padre (Gualtiero Cividalli, Lettere e pagine di diario 1938- 1946, Giuntina).
I ricordi di un tempo lontano sono l’occasione per tornare alla Palestina mandataria, ai giovani ebrei italiani che aspettano il via libera per poter dare un contributo nella fase decisiva della liberazione. «Anche mia sorella Paola aveva scelto, si era arruolata nell’esercito inglese; volevamo essere partecipi, avevamo atteso troppo tempo». Un tempo sospeso, anni di rinvii prima che Winston Churchill diede la possibilità agli ebrei che ne avevano fatto richiesta di partecipare con un’unità separata inserita ufficialmente nelle divisioni dell’esercito. Non era semplice né scontato. Molti dei potenziali partecipanti avevano combattuto contro la presenza inglese in Medio Oriente e probabilmente – questo temeva il governo di Londra – sarebbero stati su fronti opposti anche in futuro. Solo dopo gli effetti dello sbarco in Normandia, quando il destino della Germania appare segnato, il ministero della Guerra britannico proclama ufficialmente il 19 settembre 1944, inizio del Capodanno ebraico, «la decisione di formare una brigata ebraica in vista di una sua partecipazione alle operazioni belliche. La brigata di fanteria si baserà sui battaglioni ebraici del reggimento palestinese».
Pietro viene quindi raggiunto da una notizia che lo scuote. Si presenta al concentramento per dirigersi verso il territorio egiziano, in un tratto di deserto brullo a Burg-el-Arab, tra El Alamein e Alessandria dove si svolgono i tre mesi di addestramento. «Ci lasciavamo alle spalle la nostra adolescenza, ci separavamo dalle nostre famiglie per tornare in Italia da dove eravamo stati cacciati di fatto con le leggi razziali del 1938». Ci tiene a spiegare, pesa la parole mentre ricorda il clima festoso della Palestina mandataria. «Gli italiani non erano i nostri nemici. Anzi: casa nostra dopo le sconfitte nelle battaglie del deserto, quelle del 1942 – è frequentata da prigionieri che vengono a prendere il tè, mangiano i dolci di mia mamma, trovano un ambiente accogliente e quasi familiare. La nostra a Tel Aviv è stata sempre una casa aperta». Ma la forza dalla guerra rompe ogni recinto di tranquillità. «Ricordo bene una conversazione con un soldato italiano che cercava di dissuadermi dal mio proposito di arruolarmi, eravamo diventati amici in quei mesi. Mi diceva che ero pazzo, non capivo che la guerra era terribile, disumana. Io rispondevo che non potevo sottrarmi, che era un mio dovere quello di combattere contro l’Asse, quelle che chiamavamo le forze del male». Un dovere che affonda le radici nell’antifascismo di un ambiente familiare che aveva drammaticamente conosciuto la faccia peggiore del regime.
«Avevamo paura dei tedeschi mentre sembrava che potessero avvicinarsi a noi. Prima della sconfitta di El Alamein dicevamo che se fossero arrivati potevamo scegliere se buttarci a mare o prendere del veleno. Ecco perché quando la guerra finalmente prende un’altra strada volevamo essere conseguenti al nostro antifascismo irriducibile. Come italiani eravamo dovuti scappare e in Palestina eravamo stati bombardati dall’aviazione fascista di stanza a Rodi. Una doppia persecuzione era davvero troppo».
E tutto cominciò negli anni Trenta con la fuga dall’Italia a dodici anni, ferita mai rimarginata: «Un trauma per noi orgogliosamente italiani, prima italiani e dopo ebrei. Eravamo legati ai fratelli Rosselli, i nostri amici più cari. Mia madre, Maria, era stata compagna di classe di Nello al liceo classico Michelangelo. Nel 1936 facemmo una meravigliosa vacanza insieme, le nostre famiglie. Poi il trauma l’assassinio dei Rosselli che irrompe nelle nostre vite, nulla sarà più come prima. Mio padre, Gualtiero, riuscì a scappare. Venne in Palestina, noi nascosti in Svizzera in attesa dei permessi per raggiungerlo». In fondo la scelta della brigata è anche un richiamo verso l’Italia, tornare da dove era dovuto scappare in nome di un antifascismo esistenziale che lo accompagna per tutta la vita: «Ho una doppia sensazione. La rabbia per quello schiaffo ricevuto da bambino non si dimentica. Non eravamo più italiani, non sapevo cosa fossi dopo che avevano abolito la mia identità, avevo perso tutto. Ma l’arrivo in Italia con la brigata è anche gioia che si unisce alle preoccupazioni di vedere un paese distrutto. Fatico a contenere i dubbi sugli italiani che incontro per strada. Cosa avrebbero fatto nei nostri confronti? E poi la festa per la fine del fascismo, la sconfitta delle potenze del male, gli aiuti ai profughi, la ricerca delle famiglie e l’abbraccio dei miei nonni che avevo salutato sei anni prima e che mi rivedono ragazzo, soldato in divisa».