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 2017  aprile 23 Domenica calendario

Intervista a Michele Mari

Di Michele Mari ho un ricordo che risale ad alcuni anni fa. Durante una cena in un ristorante milanese con amici comuni. Non ci conoscevamo e avremmo continuato per molto tempo a non conoscerci. Quella sera Mari parlò lungamente di sé, delle sue infinite angosce, dei traumi che lo avevano scosso durante un’infanzia proditoriamente messa al bando da un padre – Enzo Mari, tra i più grandi designer italiani del Novecento – esigente e tirannico. Ebbene, fu sorprendente sentirlo raccontarsi nella cupa foga liberatoria del proprio sé. E ricordo di aver pensato che lo scrittore, tra i più talentuosi che abbiamo, così intriso di trame gotiche e fantastiche, potesse un giorno restituire quel grumo contorto di dolore e trauma, nella forma che gli era più congeniale: la scrittura. Credo che lo abbia fatto oggi, non so se liberandosi o dannandosi definitivamente, con questo lacerto di autobiografia intitolata Leggenda privata (Einaudi).
Che valore dai al genere autobiografico?
«Ho sempre messo a forza me stesso in tutti i paesaggi narrativi che ho creato. Oggi, tradendo quel pudore classicistico per cui la confessione è disdicevole, ricattatoria, piagnucolosa, l’ho fatto direttamente. Diciamo che nel fondo di ciò che ho scritto ho sentito agitarsi l’animale biopsichico, il grumo esistenziale non sempre intuibile o traducibile in scrittura».
È un grumo duro, a tratti opaco, che interpella la tua infanzia, il rapporto con i tuoi genitori, spesso difficile, perfino distorto.
«Ho cercato di recuperare aspetti della mia vita che avevo nella penna ma per lungo tempo senza l’estro o la forza di raccontarli. E quando questo è accaduto ho capito che non dovevo edulcorarli, abbellirli. Ho capito che l’affetto che porto verso certe persone passa anche attraverso la guerra e il conflitto».
Perché ora?
«Ho sempre saputo che queste cose io le avrei scritte. Che accada ora con tali modalità non significa né che sia tardi né che sia presto. Forse mi sono sentito come una pentola a pressione costretta a un certo punto a sfiatare».
Tuo padre e tua madre si lasciano nel 1965. Sono ancora giovani, ma è come se il loro destino sia segnato da qualcosa in cui è determinante la separazione.
«Entrambi si rifanno una vita, ma sono vite assai diverse quelle che vivranno. Uno nel talento riuscito e riconosciuto, l’altra nel talento frustrato, nella scarsa considerazione di cui una donna rimasta sola gode. Lui non ha mai smesso di salire, lei non ha mai smesso di scendere».
Che ricordo hai di tua madre?
«Passò da un aguzzino all’altro. Ma non si lamentò mai. Povera in canna, lavorava come una schiava pur di conservare quel senso di libertà che le circostanze le avevano tolto. Aveva un umorismo spiazzante. Le feci vedere una foto in cui, durante una misera vacanza estiva, eravamo io e lei sulla ringhiera di una baita di montagna».
È la foto che hai scelto per la copertina del libro.
«Fu mio padre a scattarla. Credo il penultimo anno in cui stettero insieme. Sono davanti a lei e sembra quasi che voglia proteggerla dallo sguardo di mio padre. Quando, tanti anni dopo, lei ha visto quella foto ha fatto un solo commento: “Però stiravo proprio bene le camicie!”. In quella circostanza ne indossava una bianca».
Perché dici che passò da un aguzzino all’altro?
«La prima che la ridusse a vittima fu la madre. Una donna bigottissima. Cattolica nel senso deteriore, minata dalla peggiore ipocrisia. Trasmise alla mamma un morboso spirito di flagellazione. Non a caso non ha mai protestato, non si è mai lamentata. La sola cosa che le sentivo dire, le rare volte che parlava di mio padre, era dettata da un immancabile incipit: “Quello stronzo...”».
Poteva farsi aiutare dalla sua famiglia.
«Non l’avrebbe mai fatto, per orgoglio, per tenacia, per convinzione. Del resto, era sì una famiglia borghese, perfino imparentata con Montale, ma assolutamente incapace di slanci e di aperture. Col tempo quei tratti gretti peggiorarono, fino a diventare una patologica avarizia. Non ho amato i nonni materni, mentre ho amato quelli paterni, in particolare il nonno Gino».
Cosa aveva di speciale?
«Si era fatto da solo, partito spiantato dalla Puglia giunse a Milano e qui da garzone, nutrito di ambizioni, realizzò una discreta agiatezza. Era un uomo rozzo, capace di inneggiare al fascismo in un ambiente progressista; mi portava al cinema a vedere film vietati ai minori; mi parlava delle donne con i commenti più atroci; da meridionale pentito disprezzava la gente del Sud. Fu un uomo scorretto e vitale, ma dotato di un’autenticità che gli altri parenti si sognavano».
Ne parli come se sia stato all’origine del tuo modo d’essere.
«Se devo immaginare da dove sia venuta la spinta alla scrittura, beh certo non dal versante materno, da quella famiglia colta e borghese ma senza anima. Ho sentito invece la forza, l’energia arrivarmi dalla parte più povera. Dalla furia di mio nonno che non aveva neanche finito le elementari e certe volte mi diceva: “Scrivi Michelino, scrivi e vedrai che diventerai un bravo scrittore”».
Tuo padre quanto ha influito sulla vocazione di scrittore?
«Potrei dirti in tutto e in niente. Il tratto dominante tra di noi è stata la reticenza. Perfino nelle poche foto che ci ritraevano insieme sembravamo due autistici, persi nei loro mondi. Eppure, so che il nostro rapporto è stato intenso, legato agli sguardi e ai silenzi più che alle parole. Non c’era in noi nessuna scioltezza né disinvoltura».
Era il solo modo in cui ti poteva percepire?
«Lo stesso stile di vita che pretendeva da me lo aveva applicato a se stesso».
Quale stile?
«Era spartano, intransigente, drastico, dogmatico. Un carattere impossibile, incapace di dialogare. Se volevo sopravvivere dovevo nascondermi in me stesso».
Con quale effetto?
«Una crescita anaffettiva che mi ha reso indifferente verso ogni superficie del mondo. La mia corazza e la mia determinazione sono nate dalla mia debolezza. Come se mi avesse obbligato a sviluppare delle difese e girare sempre “armato”».
Non si accorgeva di questo modo sofferto di crescere?
«Avendo somatizzato certi disagi sono certo che se ne sia accorto. Ma per come era fatto, sono altrettanto sicuro che abbia teso a minimizzare. Una delle sue frasi ricorrenti era: “Alla fine uno soffre quanto vuol soffrire”».
Una micidiale semplificazione.
«Per mio padre nella vita contavano altre cose. Lamentarsi non serviva a niente. Un giorno, ero ormai grande, mi disse una cosa bella e ardua. Ero preda di traversie sentimentali e non so come lui ne venne a conoscenza. “Stai male, si vede”, mi disse. “Ma ricordati che nella tua vita l’unica cosa che conta é la letteratura”. Ecco, lui ha avuto sempre questa visione fanatica e unilaterale della vita».
Era anche un modo per dirti com’era fatto lui? 

«Penso di sì, penso che volesse dirmi: il mio mondo è il design e me ne sono fregato di tutto il resto. Non che per la letteratura avesse interesse. Anzi pensava che fosse solo masturbazione, lontanissima da quell’algebra mentale che accompagnò il suo lavoro».
Lo hai odiato?
«Da piccolo sognavo che si aprissero delle botole che lo inghiottivano. Era il sogno di un bambino angosciato. Credo però di averlo anche amato molto, con un sentimento per me irrisolto».
Irrisolto in che senso?
«Ho fatto fatica a capire quanto in questo amore c’era soprattutto ammirazione. Anche nei momenti di maggiore antagonismo ho sempre avuto nei riguardi di mio padre un’ammirazione assoluta. Se fosse stato una persona qualunque, probabilmente sarei riuscito a sviluppare una sana rivalità e, magari, lo avrei mandato al diavolo».
Ma alla fine cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto quest’uomo?
«Mi ha dato quasi tutto: il carattere, il rigore, il senso della forma, un certo anticonformismo. Mi ha indotto a non cercare né approvazione né applauso. Quello che mi ha tolto, senza che ne fosse consapevole, è vivere un’adolescenza e una giovinezza normali. L’assillo per l’eccezionale lo ha spinto a demonizzare tutto quello che di normale apparteneva alla mia età».
Per esempio?
«Deprecava la televisione, l’automobile, i fumetti, il calcio. L’impegno a essere diverso mi ha fatto vivere una vita diversa».
Tua madre è morta, tuo padre è ancora vivo. Che cosa senti oggi verso queste due persone?
«Per la mamma nutro la stessa tenerezza che si ha verso le persone vinte. Dotate di un talento senza vere opportunità».
Cosa faceva?
«Prima di dirti cosa faceva vorrei accennare a una sua passione: l’alpinismo. Amava scalare le pareti, anche le più difficili. C’è una foto che la ritrae dopo una salita insieme con Dino Buzzati, sdraiati sulla vetta».
Cosa ti fa pensare?
«All’agilità verticale e poi a quel talento innato che le sue forti mani le avevano donato per il disegno. Ecco cosa faceva: disegnava. Ed era bravissima. Illustrava libri per bambini. Con mia sorella abbiamo ritrovato i suoi materiali e messo ordine nel suo archivio. Iela Mari, al secolo Gabriela Ferrario, è morta nel gennaio del 2014. La scoperta postuma del lavoro di questa donna getta una luce beffarda sulla sua vita, sulla sua tristezza, sulla sua depressione. Una donna di solo talento e intelligenza ma talmente autodistruttiva da diventare una perfetta macchina del dolore».
E tuo padre oggi come lo vivi?
«L’angoscia più grande è vederlo debilitato. La tentazione più facile è dire: non è più lui, è un’altra persona. Mi basta un tono della voce, un guizzo per riconoscerlo».
Non ti pesa che per tutta la vita non sei stato quasi niente per lui?
«Non mi pesa perché al fondo ne sono stato complice. Le volte che lo vedevo costruire modellini, piegare un cartoncino, modellare la plastilina, piantare un chiodo, suggevo da quelle esperienze. Le ho applicate alla mia vita e non me ne sono mai dimenticato».
Hai compresso e neutralizzato tutto quello che poteva esplodere.
«Ero una miccia bagnata. E se fossi davvero esploso, per tutta la parte di lui che è in me, mi sarei autodistrutto. Alla fine ho risolto il nostro rapporto per via quantitativa: frequentandolo poco. E lui meno ancora di me. Pensa che non ha mai messo piede in casa mia».
Questa discesa nella “confessione” a quali traumi ha corrisposto?
«Il più emblematico fu la pipì a letto. Il disastro notturno condito dall’angoscia e dal tentativo di occultare le prove, ammucchiando le lenzuola sotto il letto o direttamente a lavare. Mi imposi di smettere di bere dalle quattro del pomeriggio in poi e anche questa fu una tortura. Che altro? I tic, le manie: allineare le scarpe, tirare su le calze fin sotto il ginocchio dopo un certo numero di passi, enumerare quanto avevo appena mangiato. Un campionario di piccoli disturbi psichici. Ancora oggi se la sera non elenco esattamente tutte le cose svolte nel corso della giornata non riesco a prendere sonno».
I tuoi si accorgevano di questi “disturbi”?
«Mia madre afflitta dal senso catastrofico della vita tendeva a minimizzare. Mio padre infastidito rimuoveva, attendendo che il bruco divenisse farfalla».
Alla fine sei sbocciato, diventando uno scrittore affermato. Come è oggi una tua giornata?
«Mi chiedi se è ancora popolata dai fantasmi?».
Vista la tua predilezione per il gotico non dovrebbero dispiacerti.
«Ce ne sono molti meno. La mia giornata tipo è indolente; si svolge in una reclusione casalinga. La mia creatività finisce alle sei del pomeriggio. Dopo quell’ora non combino più niente di significativo. Per esempio non ho mai scritto dopo cena».
Il tuo rapporto con gli altri?
«Per lo più è mediato dalla letteratura. Ho una vita sociale molto ristretta. Riesco a stabilire rapporti profondi solo con il genere femminile. Credo dipenda dalla vita vissuta in famiglia. Ho una visione foscoliana: le donne sono ninfe neoclassiche, gli uomini barbari e predoni. L’unico ambito in cui mi sono trovato bene tra maschi è il calcio».
Il calcio praticato?
«Sì, ho cominciato tardi: dopo i vent’anni e ho finito sui cinquanta. Poche cose mi sono piaciute come giocare al calcio».
Tuo padre inorridirebbe.
«Ne sono certo».
So che hai due figli, hai mai avuto il timore di ripetere la storia che tuo padre ha avuto con te?
«Sì, soprattutto con il più grande, Rolando, ho avuto quel timore, per cui ho cercato di diversificare il mio comportamento: non sempre riuscendoci, temo. O in certi casi riuscendoci troppo: nel senso di comportarmi più come un fratello maggiore che come un padre».
È giusto riconoscersi nel proprio figlio?
«Lo è, ma altra cosa è pretendere che quel figlio sia a tua immagine. Mio padre mi disse: “Tutto quello che tu fai o pensi io l’ho già fatto e pensato”. Era come voler mettere la parola fine a una vita diversa. In quel momento compresi che essere così evidente agli occhi di un padre comportasse una dolorosa, traumatica e profonda astinenza dalla parola. Fu allora che la mia reticenza divenne totale».