la Repubblica, 22 aprile 2017
L’arte di tradurre elogio di un lavoro da rompiscatole
Il traduttore come lo psicoanalista: l’unico che capisca a fondo uno scrittore, capace di coglierne ambiguità, pulsioni inconsce, anche fragilità. Un mestiere al limite dell’impossibile, sosteneva Italo Calvino: il passaggio di un testo letterario in un’altra lingua richiede ogni volta una specie di miracolo. Ed è difficile fare miracoli se non ci si mette in gioco. Con umiltà, rinunciando a ego e vanità.
Le voci degli altri, i riscrittori degli scrittori. “Tempo di Libri” mette a confronto le più brave tra le traduttrici italiane, senza le quali Ian McEwan o Antonia Byatt perderebbero quel loro inconfondibile accento, Man-del’stam il suo ritmo rapsodico, Pennac il particolare timbro musicale della sua scrittura. A interloquire con Susanna Basso, Anna Nadotti, Serena Vitale, Yasmina Melaouah, Ada Vigliani è stato chiamato uno scrittore a sua volta traduttore, Francesco Pacifico, il quale azzarda un paragone inconsueto: «I traduttori sono un po’ come gli Schindler delle parole e delle immagini. Ogni volta devono decidere cosa salvare e cosa no, ma scegliere significa sempre perdere qualcosa». Lost in translation.
Esiste una formula esatta per una buona traduzione? Serena Vitale, insigne slavista e traduttrice di una trentina di autori dal russo e dal ceco, detesta la parola “traduttologia”. «La traduzione di una cosa – poesia, racconto o romanzo – è il sogno di quella cosa. E i sogni non si possono regolamentare, come invece avviene per le scienze». Bisogna possedere una sorta di “sesto senso”, che non ha niente a che fare con la tecnica o con la conoscenza linguistica, piuttosto con l’immaginazione. «Conosco straordinari traduttori che possono anche sbagliare la lingua da cui traducono e che nella vita sono persone molto noiose, scialbe, insignificanti. E al contrario conosco brillanti professori, maestri nella lingua madre, che traducono in modo molto noioso, senza suscitare alcun interesse in chi legge». Lei si definisce una traduttrice rompiscatole. «Non riesco a darmi pace finché non trovo la soluzione giusta. Un’ossessione? No, preferisco la parola possessione. Sono come posseduta da una cosa di cui non riesco a liberarmi. Da quarant’anni combatto con Maldel’stam. E ho convissuto per un anno e mezzo con Nabokov, senza uscire di casa. Praticamente un amante. E il mio fidanzato dell’epoca dovette rassegnarsi a questo cocuage».
Le relazioni tra traduttore e autore possono essere molto diverse: per tutti si tratta di qualcosa di molto intimo – cosa c’è più intimo della risonanza emotiva di una parola? – ma la vicinanza assume forme variegate. Soprattutto se lo scrittore è vivente.
L’anglista Anna Nadotti ha maturato negli anni un legame di amicizia con Antonia Byatt, Amitav Ghosh, Anita Desai, tanto da non esitare a porre domande o dubbi. «Condivido con loro anche il successo di straordinari romanzi. Calvino diceva sempre che una buona traduzione la si giudica anche dal numero di copie vendute».
Anche tra Pennac e la sua Yasmina Melaouah intercorre un sodalizio famigliare, cementato dalla tribù Malaussène. Una volta Yasmina ha chiesto allo scrittore se non fosse un po’ geloso dei suoi traduttori, «che possono comportarsi come quelle baby sitter che fanno arrampicare i bambini sull’albero contro la volontà delle mamme». Risposta laconica di Pennac: «Non mi dispiace affatto pensare che i libri si possano arrampicare sull’albero». Susanna Basso, al contrario, evita qualsiasi contatto diretto con Ian Mc Ewan o con Alice Munroe. Soprattutto quando è in atto il corpo a corpo con la loro scrittura. «Preferisco comunicare con loro attraverso l’editore, temendo l’inadeguatezza delle mie domande. Il traduttore, in fondo, è un intruso. Un intruso benvenuto, ma che scava nella scrittura scoprendo anche il non detto». Nadotti lo dice con un’immagine ancora più colorita: «Il traduttore è una specie di maggiordomo che conosce tutti gli angoli della casa. Sa dove c’è ancora polvere e dove è stata spazzata via».
La traduzione è anche una questione d’orecchio. Con alcuni autori il lavoro è più semplice: il giro di frase è tracciato in modo nitido, basta stargli dietro. «Con altri come Martin Amis», continua Basso, «le cose si complicano un po’: ha un ritmo rapsodico, meraviglioso, ricchissimo, ma più difficile da acchiappare». Nadotti racconta che, per verificare il felice esito di una sua traduzione, rilegge il libro a voce alta perché «la parola pronunciata, detta, coglie subito la dissonanza». Secondo Vitale bisogna continuare a pensare all’autore anche quando ci si lava i denti, «borbottarlo mentre si cammina per strada, ripeterlo finché il ritmo e il respiro giusti non si impongono con l’evidenza della follia, dell’allucinazione sonora». Un percorso non sempre semplice: «A volte mi succede di andare al contrario. Se non arrivo alla soluzione faccio il pieno d’orrore, precipitando nella voragine delle schifezze televisive o della carta stampata.
Fin quando l’orecchio si ribella, ritrovando la strada». Ma come avviene l’agnizione? Come si riconosce la parola giusta, solo quella, nessun’altra? «Difficile spiegarlo», risponde Vitale. «È un momento di felicità assoluta. Una reazione senza logica, nutrita di letture sterminate, conoscenza profonda, studio infinito, ma che scaturisce dalla parte irrazionale di ciascuno di noi. Come faccio a insegnarlo?».