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 2017  aprile 22 Sabato calendario

Lidia, le due verità e i dubbi sulla lettera. Così un teste a sorpresa riapre il giallo infinito

VARESE C’è una lettera, con una poesia un po’ macabra, che ha riaperto un cold case per omicidio. Parole e grafia contribuiscono a tenere in cella, da un anno e mezzo, il presunto assassino. Eppure, questa lettera, considerata dal pubblico ministero il perno di un’indagine da ergastolo, potrebbe essere stata scritta da un’altra persona. Sta anche in questo contrasto tra due verità opposte l’infinita tragedia di Lidia Macchi, che venne uccisa a 20 anni, trent’anni fa, vicino a Varese.
Occorre non dimenticare un altro pezzo di questa storia oscura. Appena tre giorni dopo il ritrovamento del corpo della ragazza nel bosco di Cittiglio, i carabinieri mandavano alla procura, «per eventuali analisi», numerosi reperti. Tra i quali «terriccio bagnato di sangue umano» e «capelli di vario tipo». Poi arriveranno «il giubbotto di lana», jeans, slip, maglietta. Ma questo materiale, nell’ottobre del 2000, è stato distrutto. Insieme con «i vetrini con lo sperma estratto dal corpo della vittima».
Sembra incredibile, ma oggi si sarebbe potuto confrontare il Dna dell’assassino, ricavato dal liquido seminale, con il Dna dell’unico imputato, Stefano Binda. Per inchiodarlo o per scagionarlo. Perché, come dice Daniele Pizzi, avvocato della famiglia Macchi, «non vogliamo “un” colpevole”, ma “il” colpevole».
Lidia Macchi era una studentessa universitaria, scout, entrata nel movimento di Comunione e Liberazione. Custodiva, e lo si legge in una lettera che aveva nella borsetta (sparita anche questa), un «amore impossibile», del quale non s’è mai saputo nulla. Il 5 gennaio del 1987, alle 20.30 circa, di lei si perse ogni traccia. Era andata in ospedale a Cittiglio, per far visita a un’amica, e il suo corpo venne alla luce quarantott’ore dopo, grazie ad alcuni ciellini milanesi: erano accorsi a decine a Varese, s’erano divisi il territorio e, appena notata la Panda verde di Lidia, avevano chiamato il 112. La loro amica, trafitta da ventinove coltellate, violentata, stava sotto un lungo pezzo di cartone. Qualcuno le aveva infilato i collant al rovescio. I jeans erano calzati negli stivaletti, cosa che non faceva mai. Il sedile posteriore era ribaltato e sul sedile del passeggero c’erano due sue macchie di sangue.
Nel mirino dell’accusa, diretta dal sostituto procuratore Agostino Abate, erano finiti alcuni preti. Gli interrogatori dei possibili testimoni, e cioè i vari amici di Cl, erano stati parecchio duri, come se il gruppo di don Luigi Giussani nascondesse qualche segreto inconfessabile. Ma ogni tentativo di incriminare il possibile assassino o individuare «l’amore impossibile» era naufragato. E così, con il trascorrere degli anni, agli investigatori era rimasta in mano una poesia anonima, che era stata spedita da Varese a casa della famiglia Macchi nel giorno del funerale di Lidia.
Non c’era firma, se non un simbolo caro a Cl. Titolo: «In morte di un’amica». Il testo cominciava con una «La morte urla/ Contro il suo destino/ Grida di orrore/». Si chiedeva «Perché io./ Perché tu. / Perché, in questa notte di gelo/ Che le stelle son così belle/ Il corpo offeso/ Velo di tempio strappato/ Giace». Aggiungeva altre citazioni – «E tu/ Agnello senza macchia/ E tu/ Agnello purificato/ Che pieghi il capo/ Timoroso e docile/ Agnello sacrificale/ Che nulla strepiti/ Non un lamento».
Lo sfogo di un amico? Il ricordo di un credente, con un riferimento ai Vangeli, specie di Marco, sulla morte di Gesù, quando la terra trema e si squarcia il velo del tempio di Gerusalemme? Per gli inquirenti – è subentrata Carmen Manfredda della procura generale di Milano – non esiste alcun dubbio: quella poesia è l’unica pista ed è stata scritta dall’assassino di Lidia Macchi. Ma chi è?
Una compagna di liceo della vittima, come lei scout e ciellina, ventotto anni dopo l’omicidio è seduta davanti alla tv e guarda Quarto Grado. Si chiama Patrizia Bianchi, crede di riconoscere la grafia e aggiunge altri dettagli a proposito «di un ragazzo di cui, per molto tempo, era stata innamorata», cioè l’attuale imputato. Binda ha frequentato lo stesso liceo delle due amiche, è stato bocciato un anno, ed è «Coltissimo, misogino, esteta, manipolatore, un “leader nato” capace di trascinare e aggregare i compagni». E «faceva uso di stupefacenti fin dalle scuole medie ed era passato negli anni successivi all’uso dell’eroina», riassume l’accusa. Nonostante un simile curriculum, Binda nel 1987 non aveva allarmato nessuno e aveva fornito un suo alibi, ma adesso la procura l’incalza.
Binda viene riconosciuto come l’autore della poesia da una perizia calligrafica, che non è una scienza esatta. I versi sono suoi e riporterebbero «descrizioni particolari che solo l’assassino poteva conoscere». Per esempio: «di un corpo a cui è stata fatta violenza (“il velo strappato”): come faceva il poeta a sapere che la ragazza era stata stuprata o violentata o che era al suo primo rapporto, quando la perdita della verginità è vissuta come qualcosa che viene tolto, perso?». Due esperti, in criminologia e psicologia, che non sono nemmeno queste scienze esatte, confermano la visione unilaterale. E spuntano nel 2015, durante le perquisizioni a casa di Binda, che aveva snobisticamente definito la poesia «raffazzonata», negando di esserne l’autore, alcuni biglietti e agende. In un’agenda c’è la foto di Lidia e sotto un simbolo frequente tra i ciellini, uno scritto che per l’accusa è importante: «Caro Stefano sei fregato». In un altro si legge: «Stefano è un barbaro assassino». E in un altro – noi non siamo periti grafici, ma la grafia in stampatello è evidentemente ben diversa da quella della lettera-poesia – si legge: «Distrutto tutto giuro». Ma distrutto cosa?
Non importa, ma c’è un «ma» imprevisto: un’indagine sulla busta della lettera che conteneva la poesia rivela che qualcuno ha incollato i lembi con la saliva, e dalla saliva si estrae il Dna. Non è però quello di Binda. Sorge qualche perplessità? Sempre zero, anzi, come scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, «potrebbe, semmai, rispondere a una strategia del colpevole per sottrarsi all’identificazione». Così furbo da far leccare la busta da un amico in un’epoca in cui le analisi genetiche non esistevano?
Anche i legali dell’imputato, Patrizia Esposito e Sergio Martelli, producono una perizia calligrafica, che smentisce totalmente la perizia dell’accusa. Esclude che sia Binda l’autore non solo della lettera, ma anche di altri scritti trovati nelle perquisizioni. E si fa vivo anche un avvocato bresciano dal curriculum specchiato, Piergiorgio Vittorini. Manda una lettera clamorosa alla Corte d’assise, vuol essere ascoltato sull’indizio-principe della lettera-poesia. E a Repubblica spiega: «Una persona s’è rivolta a me con grande apprensione. Dice, e mi fido, che non c’entra nulla con l’omicidio Macchi, ma di essere lui l’autore della lettera tanto citata e di essere sorpreso da quando è successo. Almeno per ora, non vuole comparire».
Credibile? Non credibile? Mentre a reggere l’accusa è arrivata un terzo pubblico ministero, Gemma Gualdi, che ha iniziato il processo andando a stringere la mano all’imputato e a dirgli: «Non ce l’ho con lei, le prove si trovano in aula», da cronisti ci siamo permessi di suggerire all’avvocato bresciano una via alternativa: se il suo cliente ha scritto e imbucato la lettera, non può mandare un campione del suo Dna alla Corte d’assise, in modo che si possa fare una comparazione con quello in possesso dei magistrati? L’avvocato, ha assicurato, ci farà sapere.