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 2017  aprile 22 Sabato calendario

Il flop delle espulsioni

ROMA Luglio 2015. Cie di Caltanissetta. Anis Amri, tunisino, è stato da poco scarcerato dopo quattro anni e una condanna per devastazione. Deve essere rimpatriato. Il suo paese di origine però non lo riconosce. Il Questore è così costretto a mettergli tra le mani un “foglio di via” volontario, poco più che carta straccia. Anis Amri quel giorno sparisce. Riappare diciassette mesi dopo in Germania, dietro al volante del furgone con cui investe e uccide dodici persone al mercatino di Natale di Berlino.
Maggio 2015. Cie di Bari. Il “russo” Igor Vaclavik (in realtà è serbo), deve essere espulso dopo aver scontato una condanna a 5 anni e 4 mesi per una serie di rapine. Non si capisce però quale sia il paese di origine, in ogni caso manca un accordo di riammissione e così Igor è libero, con in tasca quell’innocuo foglietto che gli intima l’allontanamento dall’Italia. Due anni dopo, Igor ammazza due persone, diventando il ricercato più famoso e pericoloso del nostro Paese.
I casi di Amri e Igor non sono isolati. La metà delle volte il sistema giudiziario e penitenziario italiano non riesce a espellere i suoi ospiti peggiori: e non parliamo di innocenti che non hanno i requisiti per ragioni di cittadinanza, ma di chi ha la fedina penale sporca. Di chi ha condanne per reati, anche gravi.
L’Italia, nonostante milioni di euro regalati per esempio ad Albania e Romania per costruire prigioni, non riesce a far scontare le pene ai carcerati stranieri nei paesi d’origine. E non solo: una volta fuori, troppo spesso chi doveva essere allontanato, torna a delinquere. Commettendo reati gravissimi.
Nel 2016 i cittadini stranieri rintracciati «in posizione irregolare» in Italia sono stati 41.473, settemila in più del 2015 (34.107) e diecimila in più rispetto al 2014 (20.906). Di questi però soltanto 18.664, per restare al 2016, sono stati effettivamente allontanati dal «territorio nazionale». Il 45 per cento. E l’altro 55? Ha ricevuto, come Amri e Igor, un foglio di via per andarsene entro sette giorni: quasi nessuno ha abbandonato l’Italia. Tra i 22.809 stranieri che rimangono, pur essendo stati espulsi, bisogna fare una distinzione: ci sono molti migranti che non si sono macchiati di alcun reato, se non un permesso di soggiorno scaduto. Ma c’è anche chi, invece, è stato espulso per guai con la giustizia. Non esistono dati statistici al riguardo ma la cronaca nera disegna un quadro impietoso. Nel marzo del 2015 a Terni un ragazzo fu sgozzato, in una banale rissa, da un cittadino marocchino che avrebbe dovuto lasciare l’Italia due anni prima. A febbraio di quest’anno a Bergamo un cittadino senegalese con una condanna per stupro a dieci anni e un decreto di espulsione, uscito di galera ha stuprato un’altra donna. A Montecatini la polizia ha di recente riacciuffato un romeno di 38 anni che era stato rimpatriato con volo aereo nel 2014, perché condannato per furti, rapine, ricettazione e favoreggiamento della prostituzione.
IN COSA ALLORA È FALLATO IL SISTEMA ITALIANO?GLI ALLONTANAMENTI IMPOSSIBILI
Da un punto di vista logistico, ed economico, è impossibile poter accompagnare tutti gli irregolari alla frontiera. Per dire: due anni fa la Questura di Firenze ha speso 23mila euro per rimpatriare un ladro cileno. Mentre un charter per i paesi del Maghreb arriva a costare più di 200mila euro. I numeri dicono che nel 2016 dei 18.664 allontanati solo in 5.817 sono stati accompagnati alla frontiera, dei quali 593 sulla base di un provvedimento dell’Autorità giudiziaria. Gli altri sono stati per lo più respinti all’ingresso: si tratta dunque di migranti innocenti. I numeri dimostrano poi che negli ultimi tre anni cresce il numero di allontanamenti ma cala quello delle persone effettivamente espulse (era il 50 per cento nel 2014, il 47 nel 2015). Un ruolo centrale avrebbero dovuto avere i Cie, i Centri di identificazione ed espulsione. Ma invece, denuncia la commissione Parlamentare d’inchiesta, la media non cambia: vengono rimpatriati il 44 per cento degli ospiti.
«Il problema è strutturale» spiega il professor Fulvio Vassallo Paleologo, uno dei massimi esperti di diritto d’asilo. «Il nostro sistema delle espulsioni non è selettivo perché mette sullo stesso piano le badanti che non hanno rinnovato il permesso di soggiorno con persone appena uscite di galera con reati gravi. Non c’è una selezione. E questo crea dei numeri monstre che mandano in tilt il sistema». Per risolvere il problema in questi anni i Governi hanno provato a intervenire alla fonte, cioè sulle carceri. Con scarsissimi risultati. Nelle prigioni italiane in questo momenti ci sono 19.165 detenuti stranieri (che fanno circa 867milioni di costo per lo Stato in un anno), la maggior parte dei quali rumeni, marocchini, albanesi, tunisini ed egiziani. La convenzione di Strasburgo, firmata da più di 50 paesi, prevede che detenuti con una pena definitiva e un residuo superiore ai sei mesi possano scontare la propria detenzione nel paese di origini. Bene, per Strasburgo nel 2016 ne sono stati rimpatriati soltanto 10, a fronte di 860 richieste di cui 265 arrivate nel 2016. Per accelerare alcune procedure, però, l’Italia ha firmato alcuni accordi bilaterali con i paesi con i quali siamo maggiormente esposti, Albania e Romania su tutti.
Le intese prevedevano che l’Italia costruiva, a proprie spese, carceri. E poi si sarebbe provveduto a trasferire i detenuti dall’Italia. A Pequin, nella zona di Tirana, sono stati spesi 8 milioni per un carcere con una capienza di 500 posti. E, fanno sapere dal Dipartimento di amministrazione penitenziaria, lo stesso è stato fatto in Romania. I numeri, però, sono impietosi. Fino al 2014 i dati erano statisticamente irrilevanti, con due tre trasferimenti ogni anno. Poi qualcosa si è mosso, ma molto poco, soprattutto verso la Romania con cui è stato siglato un nuovo accordo nel 2015: nei primi otto mesi del 2016 sono state autorizzate 66 verso la Romania, contro le 70 del 2014 e le 110 del 2015. Mentre con l’Albania i numeri sono fermi a poche decine di detenuti. «Questo per colpa della farraginosità dei meccanismi e da vari intoppi burocratici» dice il ministero della Giustizia. Traduzioni, schede sbagliate, fascicoli incompleti: c’è anche questo dietro la storia di Igor, Amri e dei delinquenti come loro.