la Repubblica, 22 aprile 2017
Le leggi mai fatte sulla democrazia nei partiti
La legge elettorale (forse) la faranno. A spizzichi e bocconi, giusto per risparmiarsi l’onta di un’elezione regolata dalla Consulta (doppia sentenza sul Porcellum e sull’Italicum), anziché dal Parlamento. Però non è detto, magari va in malora anche questa pia intenzione. Come tutti gli altri progetti di riforma nei quali il riformatore coincideva con il riformato. È il paradosso di Ernst Fraenkel (1898-1975): quanto più un sistema politico si rivela inefficiente, quanto più ha perciò bisogno di riforme, tanto meno ci riesce, giacché una buona riforma ne comproverebbe viceversa l’efficienza.
Dunque le riforme sono possibili se inutili, impossibili quando necessarie.
Ne è testimonianza la XVII legislatura, che s’avvia mestamente al capolinea. Senza gloria, dopo cotanta boria. E dopo aver tradito la sua promessa fondativa: l’autoriforma del sistema politico. Niente da fare, e non per colpa del referendum di dicembre. Difatti la riforma costituzionale non metteva a dieta il corpaccione dei partiti; ne rinnovava casomai il mobilio, l’ambiente istituzionale che li ospita. Ma una nuova politica – più trasparente e responsabile – avrebbe bisogno di nuovi partiti. Quindi di regole stringenti sulla loro democrazia interna, nonché sui soggetti che li affiancano nel governo della polis.
Invece restiamo orfani di qualsivoglia legge sui partiti, sulle primarie dei partiti, sulle fondazioni dei partiti. Nessuna riforma delle indennità parlamentari o del conflitto d’interessi. E un vuoto normativo largo quanto una voragine sui sindacati come sulle lobby.
Questa lacuna è anzitutto una frode alla Costituzione. Che esige la legge sulla democrazia sindacale (articolo 39), e al contempo evoca la disciplina legislativa dei partiti (articolo 49). In quel testo riecheggia infatti la domanda che Calamandrei sollevò in Assemblea costituente: come può respirare una democrazia, se i suoi attori principali non sono a loro volta democratici? Non a caso il primo progetto di legge sui partiti venne depositato da don Sturzo nella I legislatura. E non a caso la legge c’è in Germania come in Spagna, in Austria, in Grecia, nel Regno Unito e via elencando. In Italia, viceversa, i signori delle regole non hanno mai accettato alcuna regola. Recependo soltanto, a denti stretti, il decreto Letta (n. 149 del 2013), che istituì il finanziamento dei partiti attraverso il 2 per mille, purché il loro statuto fosse di stampo democratico.
In secondo luogo, il vuoto di regole mette a nudo una promessa mancata, un impegno tradito. Rispetto ai sindacati, nel marzo 2015 Renzi annunciò il battesimo della legge sulla rappresentanza. Quando? Presto, prestissimo, anzi domani. Rispetto ai partiti, l’8 giugno 2016 la Camera approvò un testo unificato di 21 proposte di legge, trasmettendolo al Senato; giace ancora lì, dormiente, in attesa che un principe azzurro lo risvegli. Come peraltro la legge sul conflitto d’interessi, bloccata in I commissione dal febbraio 2016. O come la legge sulle lobby, un altro fantasma del nostro ordinamento, con 55 progetti di legge inceneriti l’uno dopo l’altro. Eppure negli Usa il Lobbying Act risale al 1946, e viene aggiornato di continuo. Eppure in Europa, dagli anni Duemila in poi, altri 10 Paesi si sono dotati d’una legge, infoltendo una compagnia già numerosa.
Ma l’Italia, evidentemente, fa eccezione. E fra i nostri costumi eccezionali si registra l’esordio, da quando è stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti, di 65 fondazioni politiche, che raccolgono quattrini in gran segreto. Senza uno straccio di legge che le renda trasparenti, nemmeno in questo caso. D’altronde non c’è una buona legge sull’anagrafe patrimoniale degli eletti (il ddl Ichino, depositato all’alba della legislatura, è desaparecido), né circa la loro anagrafe “pubblica”, su cui i radicali insistono dal 2008. E non c’è nessuna legge sulle primarie di partito, con la conseguenza che ciascuno fa come gli pare (i candidati del Pd scelti con le primarie, alle prossime elezioni nei capoluoghi di Provincia, saranno 4 su 25).
Insomma, zero tagliato. Però, diciamolo: questa pagella va in tasca soprattutto alla maggioranza di governo, prima artefice dei fatti, dei misfatti e dei non fatti della XVII legislatura. Offre perciò benzina all’antipolitica, come se ce ne fosse bisogno. Rende opaca la nostra vita democratica. Attizza baruffe sulle regole, una volta sulla proprietà del simbolo (Scelta civica), un’altra volta sul dissenso interno (dal Pd ai 5 Stelle). Infine trasforma i giudici in altrettanti legislatori. Com’è successo a Genova sulla candidatura Cassimatis, decisa in tribunale applicando ai partiti lo statuto delle associazioni non riconosciute. Appunto: non riconosciute. Né dal diritto, né – ormai – dai cittadini.