la Repubblica, 23 aprile 2017
Michele, il gregario diventato capitano morto sul lavoro per una pedalata in più
Un ciclista non pensa mai di poter morire in bicicletta. Altrimenti farebbe un altro mestiere. Non ci pensava Michele Scarponi, che pure di brutte cadute ne aveva fatte e sempre s’era rimesso in piedi. Era tornato dalla Croazia venerdì sul tardi, ieri mattina alle otto era già fuori ad allenarsi. L’ora in cui gli operai vanno al lavoro. A pochi giorni dal Giro, un Giro che lo aveva visto vincitore finale per la squalifica di Contador, un serio professionista come Scarponi sapeva che cento o duecento chilometri in più o in meno, pedalati nel modo giusto, possono fare un minimo di differenza.
Oh certo, poteva dormire fino a tardi, portare a spasso i suoi gemellini cui aveva dedicato l’ultimo messaggio on line, ci vorrebbero due maglie rosa, comprare due paste. Un buon padre poteva permetterselo, un buon padre ma anche buon ciclista no. Così è uscito in bici, prima avrà detto alla moglie l’ora in cui sarebbe tornato, e non è più tornato.
Quando un ciclista cade, foss’anche in discesa a 70 all’ora, la prima cosa che cerca di fare è rialzarsi e rimettersi in sella. Può avere un polso rotto o due costole incrinate, non importa. Il ciclista cresce alla scuola del sacrificio e del dolore. Non sa cosa sia la simulazione. Non è un calciatore. Michele non s‘è rialzato. Un ciclista sulla strada è come un cane, come un gatto, più di loro ha un casco di protezione ma se t’investe un furgone c’è poco da proteggere.
Aveva 37 anni Scarponi, un’età che molti suoi colleghi hanno salutato da pedoni, ma in molti casi la passione batte l’anagrafe, il cuore e le gambe non sentono gli anni. Aveva cominciato da ragazzo promettente sulle salite. Già lo chiamavano l’aquila di Filottrano. Al suo primo Tour ci avevamo scherzato sopra: di aquile c’è quasi un’inflazione, gli avevo detto, di Toledo, di Vizille, forse ti conviene un rapace meno impegnativo, nibbio o gheppio. Mi va bene tutto, avevi risposto, purché si parli di Filottrano. E a Filottrano sei morto.
Una morte sul lavoro, come il muratore che vola giù dall’impalcatura. La vita sa essere cattiva. Anche con quelli che l’affrontano sorridendo, come te. In gruppo eri apprezzato non solo per come correvi, ma per quel po’ d’allegria che ci mettevi: il sorriso, appunto, la battuta sdrammatizzante, la ricerca del bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto. Un signor corridore, Scarponi, un passero di corridore, una faccia divertita aggrappata al naso.
Passato Nibali ai petrodollari, indisponibile Aru, Scarponi al Giro sarebbe stato il capitano dell’Astana, l’uomo da classifica, molto più del capitaine de route, come definiscono i francesi il corridore maturo, un gradino sotto al vero capitano ma alla pari o forse un gradino sopra come consigliere, occhio esperto e naso intelligente nel sentire l’aria che tira sulle strade. Questa promozione dovuta al caso era una specie di premio alla carriera. Addio, capitano adesso d’una squadra di morti sul lavoro. Avresti voluto ritirarlo ma non hai potuto. Ti piangeranno in tanti perché sapevi farti voler bene. Ti sia lieve la terra, ex ragazzo di Filottrano.