Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2017
I partigiani e i loro «raid»
Scorrendo rapidamente l’indice de La Resistenza e i suoi poeti si può avere l’impressione di trovarsi davanti a una semplice raccolta di saggi. Tale definizione non farebbe del tutto giustizia al volume di Alberto Volpi. A lettura conclusa, più che l’unità tematica e il disporsi degli scritti in forma ordinatamente discendente, dal generale al particolare (con la seconda parte dedicata a una serie di ritratti di poeti che hanno scritto della Resistenza), la coerenza del volume risulta assicurata anzitutto da una intrinseca, prepotente necessità metodologica. La forma del saggio breve garantisce infatti a Volpi quello sguardo obliquo e quel pensiero laterale che costituiscono il vero punto di forza degli scritti raccolti ne La Resistenza e i suoi poeti : dove è quasi sempre un aspetto apparentemente minore che viene chiamato a illuminare una o più questioni decisive.
La stessa tendenza alla moltiplicazione delle prospettive caratterizza d’altra parte ciascuno dei singoli saggi. Volpi procede infatti combinando, incrociando e costringendo a dialogare dettagli di testi diversi, che, presi singolarmente, rischierebbero di sembrare marginali, ma che, messi in correlazione con passaggi analoghi di altri narratori o poeti della Resistenza, si rivelano invece preziosi per mettere a fuoco carattere e inclinazioni segrete di ciascun autore. L’oggetto delle ricerche di Volpi viene così a comporsi a poco a poco, per somma di prospettive, ma anche con una notevole coerenza di fondo.
Questo gusto per il ritratto di gruppo viene probabilmente a Volpi da un lungo sodalizio intellettuale con Marco Belpoliti, che in maniera non dissimile aveva raccontato la cultura italiana nel lungo post-1968 in Settanta. Uno degli effetti di questa scelta è che le distinzioni tradizionali tra autori di primissima fila e autori minori (come Giovanni Pesce, David Maria Turoldo o Raffaele Crovi) viene a cadere nel nome di una superiore coerenza del corpus.
Parallelamente Volpi lavora a far esplodere i confini, spesso troppo asfittici, con cui si scrive in genere della letteratura della Resistenza, senza però nemmeno appiattirla su una idea trans-storica della guerra come grande lutto non elaborato del XX secolo (l’altro rischio che si corre in questi casi). Per l’Italia i riferimenti obbligati non possono che essere l’impresa garibaldina e la Grande guerra, e soprattutto nel primo caso Volpi dimostra una conoscenza della memorialistica insolita tra chi si occupa di partigiani, e che gli permette di confrontare il modo in cui queste grandi esperienze di gruppo si sono depositate sulla pagina senza cadere nella vecchia formula, ormai inutilizzabile, della Resistenza quale «secondo Risorgimento».
Un altro elemento qualificante della prospettiva di Volpi è la scelta di rileggere la storia militare della Resistenza alla luce del raid, come espressione di un modo di combattere ma anche, su un piano letterario, come “riattivazione” della scena della sortita notturna cara alla tradizione epica antica e rinascimentale. È un tema sul quale Volpi aveva già lavorato in precedenza (con un’agile monografia in ebook per doppiozero) ma che si rivela tanto più produttivo oggi che, ricostruito secondo il progetto originario Il libro di Johnny, possiamo finalmente riconoscere l’enorme debito di Fenoglio verso il modello virgiliano e in generale la sua lucida volontà di porsi sulle orme dell’epica classica. Seguendo questo filo, Volpi arriva a proporre una storia in tre tappe, dove la seconda (la Grande guerra, ipertecnologica) contraddice la prima (la spedizione di Garibaldi) e la terza (la Resistenza) contraddice la seconda, in qualche modo riconnettendosi alla prima. Volpi mostra però come il quadro sia anche più complesso di così, identificando nei resoconti di Blaise Cendrars sul fronte franco-tedesco e di T.E. Lawrence sulle insurrezioni anti-turche nel vicino Oriente una sorta di tradizione alternativa, dove il raid mantiene tutta la sua centralità anche in quel primo conflitto mondiale che tutti sono tentati di riassumere invece nella sola guerra di logoramento in trincea.
Al raid, come azione fondata su un rapido e letale “mordi e fuggi”, è in qualche modo connessa anche l’intuizione successiva di Volpi: l’importanza del modello di Senofonte per la letteratura partigiana, con l’Anabasi a fare da archetipo di tutte le successive storie di ritirata. Nel caso della Resistenza il modello rivive soprattutto nello sbandamento davanti alle azioni di rastrellamento delle prevalenti forze tedesche e fasciste. E se oggi sappiamo che la lezione di Senofonte può rivivere in forme anche molto diverse e addirittura imperialistiche (come è stato verificato per gli Stati Uniti), non c’è dubbio che proprio la letteratura partigiana sembra aver messo a frutto la lezione dell’Anabasi con una particolare efficacia, soprattutto per come se ne è servita per sottrarsi al pericolo della retorica occultando la vittoria nella sconfitta (si pensi al finale, in calando, de Il libro di Johnny ).
Il punto è cruciale. E non appena aggiungiamo che un altro dei saggi del volume è dedicato all’esperienza del carcere negli scritti dei partigiani (spesso in attesa dell’esecuzione), diventa ancora più chiaro come Volpi sia attratto soprattutto dai momenti meno retorici della lotta anti-fascista. Con una simile propensione per il coté più vulnerabile dei partigiani, si spiega anche la sua sensibilità per la dimensione “privata” della narrativa e della poesia della Resistenza (i rapporti tra padri e figli, le letture dei personaggi, le relazioni dei combattenti con l’universo femminile...). In questo caso si tratta di un tema meno originale, se non altro perché per molti il libro simbolo di un’intera stagione – Una questione privata di Fenoglio – porta inscritto già nel titolo il conflitto tra dovere civile e aspirazioni individuali. Sino a oggi, però, nessuno ne aveva fatto in maniera così sistematica, e per l’intero corpus della Resistenza, una chiave di accesso privilegiata – per giunta, ancora una volta in dialogo con la tradizione risorgimentale (anche sulla scia delle ricerche di Alberto Mario Banti su identità sessuale e violenza nell’immaginario nazionalista e patriottico).
Si potrebbe continuare ancora, perché gli spunti de La Resistenza e i suoi poeti che meritano di essere messi a frutto sono molteplici e si annidano spesso in una nota o in una parentetica. Ma l’essenziale è questo: che con la sua erudizione e la sua fantasia il libro di Volpi – uno dei più originali scritti sinora sulla letteratura della Resistenza – offre ai lettori anzitutto un salutare antidoto contro la forza d’inerzia dello specialismo e permette di compiere un importante passo avanti nella battaglia per affrancare finalmente racconti, poesie e memorie partigiane dalle interpretazioni in chiave riduttivamente neorealistica che, sino a pochi anni fa, hanno egemonizzato (e falsato) gli studi in questo campo. Anche grazie a Volpi, il quadro appare ora più mosso. E dunque molto più interessante.
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Alberto Volpi, La Resistenza e i suoi poeti, Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, Bergamo, pagg. 264, sip