Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2017
Il mestiere di far scrivere
Nella prospettiva ideologica e storicista di Gian Carlo Ferretti diventano “editori”, quasi più degli stessi titolari delle imprese, gli intellettuali che vi lavorano, come se il mestiere consistesse soprattutto nella selezione dei libri da pubblicare e nel loro ordinamento in collane, nel progetto culturale e letterario piuttosto che in quello imprenditoriale e commerciale, con le conseguenze che non è difficile immaginare nella descrizione e interpretazione delle personalità prese in esame.
Questa volta, dopo che al vaglio Ferretti ha già sottoposto figure come Elio Vittorini (1992), Italo Calvino (1997), Vittorio Sereni (1999), Giorgio Bassani (2011), o Niccolò Gallo (2015), tocca a Cesare Pavese che più di tutti pare refrattario a un ruolo pedagogico e, per altro verso, a qualsiasi antagonismo con l’editore vero, quel Giulio Einaudi cui piaceva circondarsi di consulenti e suggeritori, come di collaboratori o funzionari, mai però cedendo neppure un’unghia del proprio ruolo progettuale, ben sapendo che vincente sarebbe uscito solo dal confronto sul “disegno”, non certo sui risultati cui appariva indifferente oltre ogni ragionevolezza, affrontando alla fine quasi con sussiego un clamoroso fallimento che da decenni incombeva come una costante minaccia.
Pavese, d’altronde, a quel tempo se ne era andato da un pezzo, travolto dal suo drammatico destino “privato”, avendo consumato durante un decennio di intenso lavoro tutte le illusioni editoriali, fedele piuttosto ai doveri dell’organizzatore o del mediatore che alla linea, tanto che si fatica a cogliere un salto o una svolta tra prima e dopo la guerra, mentre resistono i medesimi propositi di fedeltà alla grande tradizione letteraria e alla qualità delle cose ben fatte.
Dopo un apprendistato di traduttore, ben presto orientatosi verso i grandi americani, a cominciare dal Melville di Moby Dick (1932), nonostante la fascinazione dei più inquieti tedeschi di fine secolo, Nietzsche compreso, Pavese dovette attendere il 1938 prima di venire assunto in casa editrice come braccio destro dell’editore, impegnandosi in lavori precari e scontando una condanna al «confino» (1935-36), vissuta come un’ingiustizia subita per leggerezza altrui.
Matura in quell’anno trascorso a Brancaleone Calabro la determinazione di seguire un proprio percorso artistico e intellettuale -«tortuoso» lo definisce Ferretti-, che tende a isolarlo rispetto alle tendenze dei coetanei, ermetiche o neorealiste, ma anche crociane, storiciste, positiviste, o razionaliste, mentre, con lo sguardo volto all’indietro, cercava altrove, soprattutto nella riscoperta del mito e delle sue suggestioni psicologiche, religiose, antropologiche, i fondamenti di una sapienza alternativa, capace di affrontare spregiudicatamente i nodi di una modernità non semplicemente tecnologica e produttiva, ma impegnata a confrontarsi con la resistenza al progresso dei più segreti e coriacei valori umani e a eludere la semplificazione conflittuale di ogni dialettica sociale o economica.
Le tracce di una sequenza di letture da Vico a Nietzsche, che poi si apriva a Frazer, Jung, Kerényi, Propp, sino a Evola, si trovano più facilmente in scritture destinate a restare “private” -il diario, le lettere- che in quelle rivolte all’esterno, ma sono talmente tante e ossessivamente interrogate durante tutti gli anni della guerra da non poter essere eluse come estrosi ghiribizzi di uno scrittore determinato ad andare oltre le più ovvie antinomie del moderno ricucendole in nuove sintesi: altro che anima e corpo, città e campagna, fede e scienza ecc., il mito avrebbe restituito intera e viva la complessità del reale e dell’esistenza, consentendo al poeta di offrirne sempre nove letture com’era sinora avvenuto sin dall’origine.
Così Pavese, mentre in ufficio seguiva passo passo le nuove traduzioni degli scrittori stranieri, o selezionava le voci nuove della narrativa italiana e internazionale, o ancora inventava i lussuosi e illustrati Millenni e cercava dei saggi che si rivolgessero a un pubblico largo e numeroso, a casa e forse anche in ufficio si avventurava lungo sentieri poco o affatto battuti che all’editore verranno proposti molti anni dopo, quando ormai si poteva rischiare il tutto per tutto ed era tempo di rompere gli indugi.
Sarà proprio la collana viola -Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici- (1948) a essere l’unico tentativo di Pavese di diventare davvero editore e non solo funzionario di un editore, come del resto riconoscerà dicendosi “«disposto a fondare io una casa editrice nuova pur di fare questi libri» e coinvolgendo non senza qualche doppiezza Ernesto de Martino, che finirà per dolersi di essere stato quasi raggirato.
Il fastidio per la memorialistica partigiana o della deportazione, compreso Se questo è un uomo di Primo Levi, sarà l’altra faccia di una medaglia sostanzialmente antimoderna, come il perenne dissidio con Vittorini -«una vera e propria avversione» scrive Ferretti-, che in Einaudi, dopo Il Politecnico, riuscirà a contare solo dopo la morte di Pavese (1950), quando anche la viola esaurite le scorte concluderà la propria esistenza.
Ogni qual volta ci si avvicina a Pavese rileggendo i suoi scritti senza la montagna di pregiudizi che per mezzo secolo e più ci hanno impedito di comprenderli scopriamo un autore ben diverso da quello che credevamo di conoscere, sconcertante persino nelle sue prese di posizione apertamente controcorrente e certo spesso difficilmente condivisibili: è ora, dunque, di riprenderlo in mano sistematicamente.
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Gian Carlo Ferretti, L’editore Cesare Pavese, Einaudi, Torino, pagg. 218, € 22